Per evitare democrazie illiberali, i governi devono poter lavorare

I partiti da comunità sono divenuti piedistallo. C’è bisogno di continuità dei governi, senza che si debba temere la tirannide. Parla il prof. Sabino Cassese

Per evitare democrazie illiberali, i governi devono poter lavorare

Foto LaPresse

Professor Cassese, l’editore Einaudi ha appena pubblicato il libro di Luciano Violante, “Democrazie senza memoria”. Un libro che ritorna su un tema molto discusso, quello della crisi della democrazia.

 

Un libro interessante, di un osservatore-protagonista, che parte dal disincanto, dall’indifferenza, dal raffreddamento degli entusiasmi per la democrazia, esamina le difficoltà (l’impossibilità, forse) dell’esportazione delle istituzioni democratiche, esamina l’azione dei “nemici interni” della democrazia (il populismo, principalmente, che delegittima la democrazia rappresentativa), passa ad analizzare la diffidenza nei confronti degli esperti e delle élite, il rancore, lo sdegno, l’indignazione popolare, considera le difficoltà per il popolo di esercitare la sovranità, studia le crisi esterne (come migrazioni e terrorismo) e l’azione della penetrazione tecnologica sulla democrazia, conclude con una speranza, costituita dalla “attitudine della democrazia alla permanente messa in discussione dei suoi metodi”. Insomma, una rassegna completa delle cause del malessere, ma con uno sguardo ottimistico.

Lei come considera la crisi delle democrazie e quali pensa che ne siano le cause?

Partiamo dai dati, proprio quelli raccolti da Violante in questo agile libretto. Violante riporta calcoli di “Freedom House” secondo i quali i paesi stabilmente democratici negli ultimi dieci anni sono diminuiti dal 46 al 44 per cento e i paesi per nulla democratici sono aumentati dal 24 al 26 per cento. Violante, inoltre, riporta una frase di Orbán (Ungheria) che ha per programma di costruire nel suo paese una democrazia illiberale. Lo stesso si potrebbe dire di Erdogan. Qui vedo una frattura, quella tra liberalismo e democrazia.

Perché un paese democratico può essere non liberale?

Domanda difficile, che richiederebbe una lunga spiegazione. Provo a rispondere in breve. Liberalismo e democrazia hanno date di nascita e oggetti diversi.

Il liberalismo nasce prima, ha per oggetto la garanzia dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà di associazione e da quella di manifestazione del pensiero. Il democratismo viene circa un secolo dopo, si sviluppa lentamente (infatti, per lungo tempo le democrazie hanno vissuto con suffragi ristretti, con diritto di voto limitato a poche persone, sulla base dell’istruzione o del censo). Solo in epoca a noi più vicina, liberalismo e democratismo vengono a confluire. Robert Dahl, il teorico americano della democrazia, afferma che la democrazia non può esistere senza “free speech” e libertà di associazione. Ora culto delle libertà e riconoscimento del diritto di voto tendono a “disaccoppiarsi” di nuovo in alcuni paesi dove assistiamo all’emergere di leader che si valgono dell’appoggio popolare proprio per porre limiti a diritti dei cittadini.

 

Ma questo è un paradosso: così il popolo accetta di farsi tappare la bocca, appoggia personaggi che limitano le libertà popolari

Questo è un paradosso che non può, naturalmente, non diventare esplosivo negli anni. Tanto più che finora ho parlato soltanto di due libertà. Ma ve ne sono anche altre di cui i cittadini sono privati: ad esempio, in Turchia, Ungheria, Polonia assistiamo a una limitazione della indipendenza dei giudici, a limitazioni dei poteri delle corti costituzionali, a una contrazione del diritto a ottenere giustizia.

 

Questo che lei chiama “disaccoppiamento” tra liberalismo e democratismo è il primo dei fattori di crisi delle democrazie?

Il primo di oggi, ma non il primo della storia della democrazia, che è punteggiata da crisi. Pensi al lento affermarsi del suffragio universale. Oggi pare impensabile che, in paesi con 20 o 30 milioni di abitanti, come tante delle democrazie moderne (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, la stessa Italia), un deputato potesse essere eletto, uno – due secoli fa, con una manciata di voti, spesso inferiore a 100. Sto parlando di Tocqueville in Francia e di De Sanctis in Italia. Gli allargamenti del suffragio sono stati lenti, dolorosi, conflittuali. Sono stati segno e fattore di crisi. Mettevano in luce le imperfezioni di sistemi che attribuivano al popolo (il “demos”) il compito di decidere, ma che poi lo limitavano a piacimento e secondo criteri che escludevano schiavi, negri, poveri, illetterati, donne. Pensi soltanto al peso di queste esclusioni, per rendersi conto del fatto che il loro superamento ha richiesto lotte, ha messo in luce squilibri, ha scosso le fondamenta di sistemi che nascevano autocratici, stavano diventando democratici, ma avrebbero potuto facilmente ritornare allo stato precedente, quello dell’assolutismo.

 

Facciamo una pausa – anche perché su questi temi dovremo ritornare in altra occasione – per passare all’Italia.

L’Italia non ha ancora fatto i conti con la propria storia. Il problema di fondo che ci tormenta – al di là del chiacchiericcio quotidiano sulla legge elettorale – è questo: c’è bisogno di continuità dei governi, senza che si debba temere una nuova forma di mussolinismo. La continuità dei governi è necessaria per ragioni interne e per ragioni esterne: come vuole che si possano affrontare questioni come quella del Mezzogiorno, quella della scuola, quella del lavoro, senza avere davanti almeno una prospettiva quinquennale o decennale? E che figura facciamo nel “concerto europeo”, dove mandiamo un nuovo premier ogni anno o ogni tre anni, se tutto va bene? Dobbiamo riuscire a fare questo e, nello stesso tempo, dobbiamo poterci liberare del timore del tiranno, sapendo che ci sono gli anticorpi che impediscano prese del potere o esercizio illegale del potere.

 

Ma come riusciremo a uscire da questa contraddizione?

Paradossalmente, anche qui, rafforzando l’esecutivo e rafforzando i contrappesi. L’esecutivo deve poter lavorare. I contrappesi debbono garantire che del potere non si abusi.

 

Torniamo a Violante e a al suo libro. Quale è il “messaggio politico” che vi è racchiuso?

Sta in una delle ultime pagine: dove si lamenta che i partiti da comunità siano divenuti “piedistallo”. Un giudizio e un “messaggio” chiarissimi.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    11 Luglio 2017 - 18:06

    Chi si loda si sbroda eppure io me medesimo avessi conservato tutte le lettere inviate al Foglio avrei di gran lunga anticipato gli alti pensieri del prof Cassese che continuando così nella intervista infinita si ritrovarà come al gioco dell'oca a ripartire dall'inizio. Sempre con simpatia allegria e stima.

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