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Perché per vincere Renzi può fare solo una cosa: tornare al renzismo

Umberto Minopoli

L’ex premier ha contro due fronti: quello ulivista e quello degli elettori perplessi proprio dalle tentazioni uliviste

Ci sono due partite contro Renzi: decisamente opposte nelle motivazioni e nei fini. Se finissero per saldarsi, come si sono saldate nel referendum del 4 dicembre e sulle legge elettorale, si farebbe veramente difficile per Renzi, la partita del ritorno a Palazzo Chigi. Che, intendiamoci, è del tutto legittima. Tanto più dopo il risultato delle primarie del suo partito che lo consacrano leader del partito che, in elezioni proporzionali, ha oggettive possibilità di poter risultare primo partito. E distribuire, perciò, le carte del governo. A contrastare questa prospettiva sono due fronti opposti. Che Renzi dovrebbe tendere a dividere: nullificando l’uno ma rassicurando e convincendo l’altro. Quali sono i due fronti anti Renzi? L’uno è quello della nostalgia ulivista, la piazza dei SS. Apostoli. Politicamente diviso. E in modo anche grottesco e confuso. Coesistono in esso almeno tre prospettive in contrasto, in vista delle elezioni del 2018: il mito unionista che ha in Prodi la sua icona; il disegno, di D’Alema, di una lista concorrente al Pd (aperta poi a ogni uso – da nuovi governi tecnici d’emergenza al vagheggiamento dello sdoganamento dei 5 stelle); la suggestione del Partito viola e dell’alternativa civista.

  

Pisapia è solo l’ondeggiante foglia di fico non in grado di assemblare pulsioni e spinte assai divaricanti. Altro che coalizione. Per ora il parterre delle sinistre a sinistra di Renzi è tenuto insieme solo dal proposito di disarcionare Renzi e da una narrazione, il mito dell’Ulivo, che stupisce per reticenza, rimozione, infondatezza e dimenticanza. Renzi ha buon gioco a controbattere sulle divaricazioni incomponibili di Insieme e sulla verità delle ragioni del Pd: prodotto della presa d’atto del fallimento dell’Ulivo e dell’autocritica sull’inconcludenza, la fragilità di governo, l’impossibilità maggioritaria delle coalizioni uliviste. Che portarono, come stato di necessità, a immaginare il Pd. Come ha spiegato magistralmente Francesco Cundari sul Foglio, è solo stanchezza mentale e assenza di fantasia ripiegare, come un gioco dell’oca, sulla casella di partenza: la coalizione. Renzi fa bene a non sopravvalutare la piazza di Pisapia: ha in sé gli ingredienti della sua dissoluzione. E’ il secondo fronte anti Renzi che deve preoccupare. Che è meno fatto di politici in arme e più di elettori perplessi. Che reagiscono con distacco e passività elettorale. E disillusione. E che oggi trovano voce in un certo establishmet, liberale, europeista, moderato che si dice deluso da Renzi. Intendiamoci: questo fronte non ha nulla a che vedere con le velleità coalizioniste e uliviste. Esso sarebbe terrorizzato dal ritorno dell’Ulivo e da tutto ciò che una coalizione delle sinistre rappresenterebbe: il debole europeismo, le stimmate del populismo, l’inconcludenza, l’avversione alle riforme dell’Agenda Draghi, la cinghia di trasmissione privilegiata con i conservatorismi delle Cgil, la restaurazione dello spending, l’addio alle liberalizzazioni, il gravame fiscale ecc. Avversa Renzi per motivi esattamente opposti a quelli ulivisti. Lo accusa, infatti, di europeismo incerto, di ondivocità e di eccessi polemici sulle politiche di difesa dell’euro e di austerità (che hanno salvato i conti italiani e rimesso il paese sul tracciato della crescita), di eccessivo personalismo. Questa diffidenza moderata teme, da un po’ di tempo, un percorso greco. La paura è che neppure Renzi, per personali difetti, riesca a sottrarre al paese il destino, necessario per la salvezza comune in economia, di un inevitabile commissariamento europeo. Teme, insomma, il riproporsi del fantasma del 2011, la confusione e l’instabilità. Con l’obbligo conseguente di una soluzione “tecnica”, extraparlamentare del problema.

  

Questo fronte, insomma, non simpatizza, per nulla, con le guasconate e insensatezze della sinistra. Anzi. E non si fida di Berlusconi che non dà garanzia, per precedenti storici e per la gabbia in cui si trova, di poter garantire un corso liberale ed europeista, in breve, moderato nel significato autentico della parola: antipopulista, costruttivo, di governo, pragmatico e fattivo. E, soprattutto, di concerto europeo. Renzi ha fatto male, nel recente passato, a irridere, talvolta, a questo fronte critico con asprezza, persino maggiore in qualche occasione, a quella riservata al fronte polemico di sinistra. E, diciamolo per chiarezza, non ci si riferisce alle polemiche con Alfano o con i sedicenti centristi. Forse più ad asprezze verso il ministro Calenda o il ministro Padoan. Che alimentano diffidenze, in un mondo vasto in economia e in Europa, più che i battibecchi con Alfano. Oggi la domanda è: la diffidenza liberale, di un establishment preoccupato del nostro futuro europeo, salderà le sue preoccupazioni con i rancori della sinistra antiRenzi? Condivideranno, cioè, l’obiettivo: impedire il ritorno di Renzi al governo? E’ qui che a Renzi e ai liberali si impone una riflessione. La sinistra punta a liquidare Renzi con un cupio dissolvi: strappare a Renzi la guida del Pd, attraverso l’idea della coalizione, è una clausola dissolvente. I liberali moderati farebbero a pensarci: è vero che, dopo Renzi, non c’è alcuna possibilità che uno di sinistra lo possa sostituire. E’ vero che ci sarebbero a disposizione Gentiloni o altri (tra cui politici liberali) a rassicurare. Ma è veramente cosi? I liberali sottovalutano, irresponsabilmente, la realtà: la sinistra unita perderebbe, l’Ulivo andrebbe incontro all’ennesimo disfacimento ma, con esso, il Pd di Renzi. E su questo non si possono dormire sonni tranquilli. Anzi. Potrebbe essere l’inveramento di tutti i loro (e i nostri, per carità) incubi: lo sfarinamento della sinistra riformista, la destra unita al governo (che dovrebbe far temere i liberali quanto l’avvento della sinistra unita), il pericolo che rientrino in gioco i populisti. La prospettiva greca tornerebbe.

  

E’ questo che vuole un certo establishment liberale? Si è convinto che solo il commissariamento possa ormai salvarci dall’estremismo e dal populismo? Ci sono molti autorevolissimi critici moderati, liberali, europeisti di Renzi a cui porrei questa domanda. Fosse così sarebbe un’avventura. La logica vorrebbe che Renzi e l’establishment liberale, interessato solo alla stabilità dell’Italia, si convincessero che le ragioni della convergenza tra loro sono ben superiori a una saldatura dei liberali con la battaglia antistorica, fuoritempo, sovranista e populista della sinistra unita, delle coalizioni a… l’Ulivo. Renzi, però, deve fare la sua parte: difendere le ragioni del Pd a vocazione maggioritaria, chiudere a ogni stramberia di coalizione a sinistra, tornare al profilo programmatico di centrosinistra moderato, europeista, costruttivo e di governo. Fare, nei fatti, come Macron: abbandonare, sbattendo la porta, il chiacchiericcio sulla coalizione, dichiarare la sua inconsistenza politica, disfare ogni residua concessione “a sinistra” sull’europeismo di governo e sulla netta, totale, indiscutibile avversione a suggestioni populiste. O di debole rigore sulle riforme e la modernizzazione. Renzi è stato fortissimo quando è riuscito ad identificare le sue fortune, più che con la carica di premier, con una speranza di riforme. E, in Italia soprattutto, le riforme o sono liberali o non sono. Renzi dovrebbe dire che tutto è aperto, purtroppo, in una situazione, non voluta da lui, di voto proporzionale (la maggioranza del futuro; la guida del governo ecc.) ma una sola issue non è contrattabile, né oggi e né per un futuro governo: il programma liberale del Pd, il suo netto profilo di centrosinistra (e non di sinistra), la sua natura di forza pragmatica, non appesantita da residui ideologici, pappe programmatiche a L’Ulivo e pesantezze consociative. In breve: tornare al renzismo.

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