Il tutti contro Renzi

Tra paranoia e realtà. Veltroni, Prodi e soprattutto Franceschini. “E’ nato il partito di Gentiloni”

 Il tutti contro Renzi

LaPresse/Claudio Furlan

Roma. Prima Walter Veltroni, “il Pd non è né innovativo né di sinistra sembra la Margherita”. Poi Romano Prodi, “leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà”. Infine, soprattutto, Dario Franceschini, l’ultimo dei capicorrente della sinistra democristiana: “Bastano i numeri delle amministrative per capire che qualcosa non ha funzionato? Il Pd è nato per unire il campo del centrosinistra non per dividerlo”. Figurarsi se alla sinistra non piace una discussione sul futuro della sinistra, e che sia ampia, polifonica, lacerante e contorta. E allora che si fa? Come si spiega? Chi ci porta? Chi siamo? Dove andiamo? Quanti siamo? E le quarantotto ore successive allo smacco delle amministrative, dentro e fuori del Pd, si trasformano in una strana contesa per un tozzo di nulla, per i resti della sconfitta. E ci sono i renziani che sbuffano o fanno spallucce, “con Prodi è solo un malinteso”, minimizza Lorenzo Guerini, mentre altri, nel buio dei corridoi del Nazareno, disegnano invece contorte traiettorie nell’aria, intravvedono uno schema, addirittura un complotto: “E’ nato il partito di Gentiloni premier. Vogliono far fuori Matteo”. E siamo evidentemente a un passo dalla paranoia. Anche se è vero, Franceschini, a differenza di Prodi e di Veltroni, sta dentro, ha numeri, parlamentari, tessere e insediamenti. “Franceschini come sempre fiuta il vento”, dice Ernesto Carbone, ché Franceschini è sempre il soggetto perfetto per una trama da thriller: House of Cards in dialetto ferrarese. “Ma sono critiche individuali, gettate lì, a futura memoria”, dice Stefano Ceccanti, renzianissimo, con l’aria di snobbare ogni umore e rumore. “Hanno un’alternativa? No. Si vota con la proporzionale, alle politiche. E parlare di coalizioni non ha nemmeno senso”. E forse la verità, allora, sta in mezzo. Il complotto non c’è. Non ancora. Ma nel Pd in subbuglio è cominciato un gioco di riposizionamenti, mentre la sinistra si riunirà il primo luglio attorno a Giuliano Pisapia. 

   

Ed è tutto un teatro fatto di sbuffi pubblici, e di rassicurazioni private, di trame così inafferrabili, contorte, doppie, triple e quadruple che si fatica a capirle, a crederle, e dunque in definitiva persino a spiegarle ai lettori di un quotidiano di cui si vuole rispettare l’intelligenza. “Dario è preoccupato”, dice allora uno dei migliori amici di Franceschini, “ma non c’è nessuna congiura”, promette, “ma niente testa sotto la sabbia”, aggiunge. Un giro di frase che vuol dire tutto, e non vuol dire nulla. Proprio come le mosse di Franceschini, che ora dicono voglia le coalizioni, una nuova legge elettorale, l’alleanza con Pisapia e Bersani, e D’Alema e Prodi, con o senza Renzi, ma meglio con Paolo Gentiloni candidato premier. E questo mentre anche Nicola Zingaretti, il presidente del Lazio che sostiene Andrea Orlando, dice, nel corso di una riunione di corrente: “Il Pd è nato per unire, non per dividere. Vogliamo aprire una nuova pagina in cui il tema unitario sia fondamentale”. E questo basta ad alimentare sospetti, retropensieri, persino qualche delirio. “Allora scrivilo che è nato il partito di Gentiloni!”, dice un sottosegretario renziano. E sono evidentemente tutte cose verosimili, credibili se credute, in definitiva abbastanza false. E’ chiaro soltanto che un pezzo di nomenclatura che aveva sostenuto Renzi adesso minaccia di sfilarsi, anche se non è ben chiaro per fare cosa: numeri per modifiche della legge elettorale, senza Renzi e senza Berlusconi (che ha un accordo con Renzi) non ce ne sono, salvo imprevedibili e al momento nemmeno fantasticabili sorprese. Ed è evidentemente un marasma che non sembra avere sfogo, un abisso confuso in cui galleggiano tutti gli attori del centrosinistra sconfitto e in lacrime (compresa Repubblica). Anche nel campo di Renzi, che non è più lo stesso di prima, non è più il ragazzo che si arrampica, sbeffeggia e terremota il potere polveroso del vecchio centrosinistra: è al contrario il capo della ditta, il ruolo che fu di Bersani.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    28 Giugno 2017 - 15:03

    No, Renzi stavolta non deve dimettersi. Lui è il segretario del PD eletto democraticamente con più di due milioni di voti dalla gente e non dai quaquaraquà del partito. Se si fa largo l'idea che basta una elezione amministrativa andata male per far dimettere il segretario di quello che a tutt'oggi è il maggior partito italiano allora si va veramente verso il baratro, Anzi si va verso la Casaleggio e associati dove a comandare sono in due o meglio uno + un pregiudicato pluriomicida.

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  • carlo.trinchi

    28 Giugno 2017 - 08:08

    Renzi non può continuare così. Troppi contro e pochi a favore. Le trame non gli giovano anzi. Bene avrebbe fatto a rimanere lontano per qualche tempo e non rientrare precipitosamente. Si faccia da parte, lasci che la politica delle ammucchiate la faccia qualcun'altro. Rimanere al centro della combutta e vincere le politiche come le (vinse) Bersani sarà la sua fine. Che vadano i generali alla Franceschini, Prodi, Orlando a filisofeggiare di ritorni al passato. Sono morti e sepolti e solo lo strascico di quattro vecchi rincoglioniti che ancora li votano li tiene in vita con l'ossogeno al collo. Renzi questo rischia con il rientro forzato, perché con questi cavalli bolsi ha solo da guadagnare e tornarsene a Rignano non solo gli conviene ma gli permette di tornare da protagonista vero e tutti silenzio e mosca. Che Gentiloni li logori perché tutte queste manovre fasulle sono volte alla sopravvivenza loro e morte politica nostra. Renzi lo capira'?

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    • cristaldi.g

      28 Giugno 2017 - 10:10

      Perfettamente d'accordo. Così gli scrissi sul suo blog il 5 febbraio:"Caro Matteo tu non sei l'uomo politico che può gestire l'attuale (e chissà per quanto tempo) palude mediando su tutto e partecipando a "caminetti vari" per tenere in piedi in qualche modo la baracca . E i tuoi avversari interni ed esterni ti vogliono semplicemente imbrigliare ed omologare, facendoti apparire un politico uguale a tutti gli altri. Ecco perchè ti chiedo di sparigliare il loro gioco. Come? Ti dimetti anche da segretario politico del Pd e non ripresenti la tua candidatura nè per la segreteria nè per il governo motivando questa tua decisione: non sei l'uomo per tutte le stagioni coerentemente in linea con quanto dichiarasti mesi fa: se perdo mi ritiro. Con questa clamorosa decisione metteresti in evidenza da una parte la tua statura politica , dall'altra la mediocrità dei tuoi avversari. E i vari commentatori di giornali e giornalini verrebbero improvvisamente privati di ogni pretestuoso argomento.."

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