Il Potemkin a Bologna, il più geniale degli omaggi alla sinistra che non vince più

Note di regia e di politica per godersi il film (e anche Fantozzi)

Maurizio Crippa

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Il Potemkin a Bologna, il più geniale degli omaggi alla sinistra che non vince più

Giorgio Guazzaloca ci manca da due mesi esatti. Sergej M. Ejzenštejn da 69 anni. La Corazzata Potëmkin ci tiene compagnia, senza doverne replicare le scene salienti ogni sabato fino ad età pensionabile, come pensate voi fantozziani incalliti, da 92. Non c’è bisogno di essere cinefili trinariciuti per confessare candidamente, e non ce ne vorrà da lassù il Giorgio, che sul piano lungo del determinismo storico e del montaggio dialettico quello che ci manca di più è il buon vecchio Sergej. Eppure anche il grande Guazza ha il suo perché, nella dialettica politica e nella memoria storica.

 

Correva il 1999 e il Guazzaloca Giorgio, santo patrono di tutti i macellai d’Italia – i trinariciuti lo dicevano a insulto, chissà perché: invece, fare lo storico dell’arte alla Normale è per forza un pregio? – strappò per primo nella storia Bologna la Rossa al suo destino di capitale occidentale della sinistra ex post et semper comunista. Un segno dei tempi, un’epifania. Destinata a ripetersi. Ora a Piacenza ha stravinto Patrizia Barbieri, Lega nord e liste civiche. A Vignola ha vinto un leghista. La sinistra ha perso pure a Budrio, sarà colpa di Ivan il Russo?, e pure a Riccione. Insomma il Guazza è stato un eroe antesignano, ed erano anche i tempi del cardinale Biffi, ha segnato una cesura storica e costrinse il modello del comunismo emiliano realizzato ad aggiornarsi, a pensarne un’altra, a darsi una spolverata almeno glocal. Poi la storia ha ripreso il suo corso, più o meno, passando da Bettola perfino, ma resta il fatto che in Emilia, anno di grazia 2017, di importante resiste praticamente solo Bologna la Rossa. Riconquistata un anno fa al secondo mandato da Virginio Merola, tutta la vita nel Pci-Pds-Ds-Pd, un eroe del socialismo e della Ditta.

 

Ma Bologna che resiste – Bologna che seppure rossa e grassa è soprattutto la Dotta – Bologna che ti fa, la sera del lunedì 26 giugno del 2017, cent’anni quasi dopo l’Ottobre, per ricucire insieme la parte rossa e la parte dotta, come due metà divise del cuore? Il giorno dopo i ballottaggi. Il giorno dopo una delle scoppole peggiori della sinistra, almeno nell’èra geologica periodizzata come del “Partito democratico vocato maggioritario”, che t’inventano, ora anche la Stalingrado d’Italia se n’è iuta e soli ci ha lasciati? T’inventano la proiezione della Corazzata Potëmkin in Piazza maggiore.

 

Torniamo al principio, e non fate i fantozziani che non serve, tanto c’è già la segreteria del Pd che si dedica alla bisogna, con qualche spuria variante tafazzista. E tanto a “inscenare il remake della Corazzata Potemkin all’imbrunire” ci hanno già pensato, su Facebook. E hanno qualche migliaio di volontari disposti a fare le comparse, compreso rotolarsi con la carrozzella sui gradini di San Petronio mentre a pochi passi proiettano il “sommo capolavoro del Maestro”, con tanto d’orchestra vera. Perché, come ognun sa, il 21 dicembre 1925 al teatro Bol’šoj la prima fu accompagnata dall’orchestra. Era logico che finisse così, con una meritoria manifestazione come “Il cinema ritrovato”, che quest’anno non poteva esimersi dalla celebrazione della Rivoluzione bolscevica.

 

Non è obbligatorio guardarlo in ginocchio sui ceci, il film. State seduti e scoprirete inattesi godimenti. Ma soprattutto, due cose da dire anche oggi il Potëmkin ce le ha. Una è che se avete negli occhi tutte quelle magnifiche serie tv dal montaggio sincopato, dal ritmo cardiaco, con quegli ammiccanti montaggi paralleli e la musica che vi sembra pulsare nelle orecchie. Ecco, se amate tutte queste cose bellissime, speriamo che sappiate che dovete molto, non tutto, ma proprio molto, al vecchio Sergej Michajlovicč e alle sue strasognate e matematiche riflessioni e sperimentazioni sui ritmi del montaggio e sul montaggio musicale; sul montaggio ideologico e quello delle attrazioni. Sui leoni di marmo del porto di Odessa che si sollevano in piedi, ma non è una magia, è un ideogramma: leoni che si alzano + bandiera rossa = RIVOLUZIONE.

 

L’altra cosa, assai più attuale, è questa. Che non ci poteva essere idea migliore, nella Rossa-Dotta, per proiettare il monumento del disastro di una sinistra scissionista fino all’atomo e alla pernacchia, che vince solo nei sogni ma perde sempre, di un film costruito ad atomi e a schegge impazzite. Solo che i boscevichi, un regista ce l’avevano. La cosa divertente, poi, voi fantozziani non lo sapete, ma il buon Sergej era una gran burlone, che amava oltremisura il circo e i pagliacci: così l’ammutinamento del Potemkin era avvenuto 12 anni prima, ed era finito maluccio. Insomma fu una rivoluzione flop. I boscevichi non se ne accorsero, dell’ironico fake, o chiusero un occhio. Chissà se se ne accorgono al Pd. Piazza, bella piazza / ci passò una Corazzata pazza.

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