Sciocchezze e monnezza, commedia d’un anno in Campidoglio

Lo stadio segato, i ratti “biocentrici”, la paralisi amministrativa. Dodici fantastici mesi con Virginia Raggi

Sciocchezze e monnezza, commedia d’un anno in Campidoglio

LaPresse/Vincenzo Livieri

Sul destino di Virginia Raggi rimane per ora scolpito un vaticinio di Paola Taverna, “quella ci distrugge a livello nazionale”. Intanto ieri, consegnata una lettera di tre colonnine smunte al Messaggero, “in cinque anni cambieremo la città” – è una minaccia o una promessa? – la sindaca di Roma non è riuscita nemmeno lei a spiegare che cos’ha esattamente fatto in questi ultimi dodici mesi. Così, dopo aver ricordato Mafia Capitale, dopo aver sottolineato “i problemi che abbiamo ereditato”, dopo aver accennato agli “ostacoli” malgrado i quali “si vedono i primi segnali di un cambio di rotta, nonostante le resistenze di chi si oppone al cambiamento”, ancora una volta Raggi ha dimostrato una specie di legge implacabile che la riguarda: quando non trova qualcuno da incolpare – “Mai visto tanti frigoriferi abbandonati per strada. Mi sembra strano”, disse – si muove senza grinta, come una pianta, quasi un grosso cespuglio. Il massimo che infatti riesce a rivendicare con convinzione – nel senso che è praticamente l’unica cosa che ha fatto – è di aver approvato a gennaio il bilancio preventivo del comune che amministra. Anvedi!

    

E ancora ce lo ricordiamo quel fatidico giorno. C’era l’intero gruppo consiliare del M5s che applaudiva se stesso nell’Aula del Campidoglio, come avessero vinto la finale dei Mondiali di calcio o la Coppa dei campioni. Tra gli osservatori della scena, ripresa dalle telecamere e finita su YouTube, era già allora diffusa l’impressione di assistere a qualcosa di nuovo, di primigenio, di inedito, di sconosciuto e dunque di meraviglioso, un fatto degno della massima attenzione. Si conoscono infatti tanti tipi di applauso. Si applaude per esempio ai compleanni dopo che uno ha soffiato sulla torta (sai che sforzo), o si applaude quando ci si vuole congratulare con qualcuno che ha fatto qualcosa di davvero eccezionale (la Costituzione del ’48, per esempio, fu sigillata da un applauso solenne). Ma l’applauso per aver approvato un banalissimo bilancio previsionale cos’è? Materia di studio, certamente. Non si sa però se per politologi, psicologi, o psichiatri.

   

E insomma, pur non estraneo a momenti di trascinante comicità involontaria – tipo l’assessore al Bilancio, Andrea Mazzillo, che confessa: “Non c’era nessuno per fare l’assessore al Bilancio a Roma, dunque eccomi qua!” – il primo anno di Virginia Raggi è stato un martirio. Uno spelacchiamento inarrestabile, doloroso, iniziato con i pasticci nella composizione della giunta presentata in ritardo il 7 luglio e disintegratasi a rate, assieme agli uffici più importanti della burocrazia amministrativa, anch’essi esplosi. A oggi il sindaco ha dovuto cambiare tre assessori al Bilancio, quello delle Partecipate, quello dell’Ambiente, quello della Cultura, il vicesindaco e anche il capo di gabinetto. Anzi, per l’esattezza, il ruolo di capo di gabinetto è ancora vacante dalla scorsa estate, come pure manca da dicembre, cioè dal giorno delle dimissioni di Salvatore Romeo, il capo della segreteria politica. Inoltre è da dieci mesi che la città non ha un ragioniere generale del comune, poiché l’ultimo, Stefano Fermante, se ne è scappato ad agosto con le mani ai capelli: “Sono completamente isolato, lavoro senza un indirizzo politico”. Il mese scorso la sindaca ha però nominato un vice capo di gabinetto, Gabriella Acerbi. E la notizia è stata ovviamente salutata con gioia. D’altra parte quel ruolo era scoperto da cinque mesi, cioè dal giorno dell’arresto di Raffaele Marra (passato nel giro di 24 ore da essere “il mio braccio destro” a “uno dei  23.000  dipendenti capitolini”). Tuttavia la signora Acerbi, neanche il tempo di essere nominata, è stata subito coinvolta in un’indagine della corte dei conti sull’affidamento senza bando delle mense comunali. Perciò potrebbe essere presto costretta anche lei alle dimissioni. E sarebbe un record. Roba da disperarsi o divertirsi.

  

Dodici mesi di spot, demagogia, insensatezze e paralisi: rifiuti, trasporti, Olimpiadi, stadio della Roma, decoro urbano, e via elencando. Un paio di mesi fa, per esempio, è stato presentato un piano dei rifiuti che promette la differenziata al 70 per cento (ma nel 2021). Di fatto il sistema di raccolta non è cambiato in nessun municipio, ma il comune ha ritirato il piano di Ignazio Marino per la creazione di nuovi impianti di compostaggio. Il brillante risultato è sotto gli occhi di chiunque passeggi tra i cassonetti stracolmi. E malgrado l’assessore Pinuccia Montanari dica “non ho mai visto un topo a Roma”, ogni tanto sui quotidiani si leggono pure le disavventure di qualcuno, al ristorante o ai giardinetti, che morsicato da un ratto birbante finisce in profilassi all’ospedale. D’altra parte il 1 agosto 2016, presentandosi per la prima volta nell’Aula del Consiglio comunale, la neoeletta sindaca pronunciò questa frase indimenticabile, totemica, ripresa dal suo programma di governo (non da uno spettacolo di Nino Frassica): “Roma Capitale è portatrice di una visione biocentrica che si oppone all’antropocentrismo specista che nella cultura occidentale ha trovato la sua massima espressione”. E si riferiva forse (“visione biocentrica”) alle frequenti scene di gabbiani che – almeno loro – si impegnano nella derattizzazione, facendo gran strage di sorci. 

   

Ad aprile la sindaca aveva persino abolito la parola spazzatura dai documenti ufficiali del comune, invitando anzitutto la popolazione a smetterla con le parole “monnezza” o “rifiuti”, perché entro il 2021 Roma rinascerà nel quadro di una solida “economia circolare”, rifiuti-cittadini-riciclaggio-creatività. Niente discariche. Niente inceneritori. Niente cassonetti. Ed eravamo già in tutta evidenza di fronte a un capolavoro polivalente, a un’opera superiore in cui si fondono Gogol e Kafka, Orwell e Pippo Franco, Hoffmann e Totó. Cancellata la parola, eliminato il problema.

   

E davvero in dodici mesi Virginia Raggi si è attorcigliata sempre più, con un nodo di esterrefatto piacere, quasi con la perversa delizia di soccombere, in un comico rovo di stranezze, eufemismi, sparate, torpori, piccole furbizie, come il tira e molla sullo stadio della Roma, che alla fine si farà, ma senza i grattacieli (che erano l’unica cosa azzardata, dunque moderna, in una città in cui la modernità di solito è sinonimo di bruttura), e senza tutte le opere pubbliche, come la metropolitana o lo svincolo autostradale, che avrebbero reso almeno raggiungibile questo povero stadio, e che la versione originaria del progetto, prima delle geniali sforbiciate della giunta grillina, contemplava.

   

Ieri, nella sua letterina al Messaggero “che idealmente voglio inviare a tutti i romani”, la sindaca ha spiegato che “ci sono risultati che passano inosservati”, che “una foresta che cresce non fa rumore”. La foresta cresce, dice lei. Però intanto la metro si blocca, i bus prendono fuoco nei posteggi (a settembre sono saltate 3.800 corse), c’è in media uno sciopero ogni tre settimane, i camion bar e gli ambulanti abusivi stazionano ovunque (anche per effetto del nuovo regolamento comunale sul commercio), e il problema del reticolo di buche stradali che affligge la città è stato brillantemente risolto imponendo un grottesco limite di velocità a 30 chilometri all’ora su strade di percorrenza veloce come la Salaria e la Cristoforo Colombo. La lentezza come metafora.

   

Ma almeno la “foresta cresce”. E dev’essere per questo che la sindaca si è molto impegnata, rivendicandolo come un incontestabile successo, a sostituire i vecchi calessi acchiappa-turisti con delle macchinine elettriche “rispettose della dignità dei cavalli”. E insomma Raggi non ha tagliato i dirigenti dell’Atac, la municipalizzata dei trasporti che perde denari ed è l’ultimo vero bastione del socialismo reale in Italia, anzi, ha favorito il ritorno dell’azienda al vecchissimo consiglio di amministrazione tripartito, ma ha imposto le botticelle ecologiche senza cavalli e ha pure annunciato la surreale Funivia Casalotti-Battistini, un’opera pubblica degna di un romanzo di Asimov, un esempio di idea “dal basso”, una trovata politica del cosiddetto “ascolto”: è infatti l’istanza di un comitato di quartiere. E la sindaca, sollevata così da qualsiasi ruolo propositivo o di indirizzo, si è sentita felice e grillescamente realizzata nel suo ruolo di portavoce, o di passacarte.

    

“Stiamo invertendo la rotta”, ha detto ieri. “In cinque anni cambiamo la città”, “l’onestà è la base dalla quale partire”, “c’è chi dice che l’onestà non basta. Invece paga”. Ed ecco dunque la domanda ormai improrogabile, dopo un anno di questa onestà: a che serve avere una casa di vetro se al di là di quelle limpide pareti sgobba in bella vista una schiera di strani, forse persino pericolosi pasticcioni improvvisati? Ai tangentisti della casta puoi sempre mandare i carabinieri. Ma con gli incorruttibili incapaci, come si fa?

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