Elogio della colata di cemento

Mascherare la débâcle elettorale 5 Stelle con l’inazione urbanistica è lunare

Elogio della colata di cemento

Foto Pexels

Con l’avvicinarsi (22 giugno) del primo anno da sindaco di Roma per Virginia Raggi, è tempo di bilanci, che non per nulla coincidono con la débâcle grillina alle amministrative. E con zero da salvare, gli intellò della sinistra urbanistica dicono “che almeno si è evitata un’altra colata di cemento”, causa la telenovela dello stadio della Roma. Ma nella campagna per le comunali l’allarme-colata è echeggiato da Verona a Frosinone, da Tolentino a Catanzaro: un passepartout per tutte le bandiere e latitudini. Certo, l’Italia è piena di abusi e brutture, come il resto del mondo. Ma bisognerebbe intendersi: le opere dei numi ispiratori della odierna intellighenzia (la palla-chiesa di Ludovico Quaroni e il Cretto di Alberto Burri a Gibellina, il palazzo-chilometro di Corviale di Mario Fiorentino, le Vele di Scampia di Franz Di Salvo) sono belle, o figurerebbero bene tra le iconografie della Germania est e di Saddam Hussein? Le (altre) città europee si sono liberate dal socialismo architettonico proprio costruendo, a spese dei privati, stadi e musei e sedi di multinazionali, cioè luoghi di svago, cultura e business.

  

L’Allianz Arena di Monaco di Baviera, il nuovo Wembley di Londra, opere di archistar perfettamente integrate nel verde e nei servizi pubblici, sono anche poli turistici e non hanno messaggi didattici da trasmettere. Quando non serviranno più verranno rifatti. Il Guggenheim Museum di Bilbao, in titanio come altre opere di Frank Gehry nel mondo, sollevò levate di scudi ma continua a stupire, e ha rilanciato il capoluogo basco e la Spagna, culturalmente ed economicamente. Se Londra avesse temuto “la colata” non avremmo il formidabile, cangiante e discusso skyline della City, proprio tra la Torre e Saint Paul. E se François Mitterrand non avesse fatto ricorso a tutti i suoi poteri presidenziali per debellare le municipalità e le soprintendenze parigine, non meno petulanti di quelle italiane, non avremmo la Défense, il più grande quartiere d’affari dell’Europa continentale. Anche lasciando perdere New York, non è forse vero che la rinascita di Milano si deve in gran parte ai grattacieli di Porta Nuova e CityLife, prodromi dell’Expo? I fori imperiali di Roma furono un’immensa colata di travertino e marmi, e così le basiliche gotiche e barocche, simboli di potere del mondo allora evoluto. E certo anche le dittature hanno avuto la loro architettura. Oggi che la globalizzazione consente libertà e modernità, perché tuteliamo solo il passato?

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi