Lessico post-elettorale

Il manuale di conversazione nel day after del voto grillino, cangiante come il risultato

Marianna Rizzini

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Lessico post-elettorale

Beppe Grillo (foto LaPresse)

Roma. E’ un altro dei day after elettorali a cinque stelle, ed è uno dei day after di tipo negativo (i Cinque stelle non vanno al ballottaggio nei comuni a cui tenevano, per esempio Genova, e non raggiungono percentuali da “tsunami”). La mattina è silenziosa, eccezion fatta per i commenti su Twitter alla vignetta del disegnatore satirico Marione, vicino al Movimento ma non da tutto il Movimento seguito (vignetta sull’elettore che rifiuta di essere salvato dal M5s). Il problema è anche: a chi dare la colpa? E’ infatti concetto cangiante, quello di “base”, nei day after elettorali a cinque stelle. La base è infatti diversamente evocata a seconda del risultato: idolatrata quando si vince, trattata un po’ così quando si perde. Ma la vignetta non è tutto e non è il tutto: si attende infatti, di buon mattino, la voce del capo. E quando dopo qualche ora arriva, la voce dice cose che suonano un po’ come il classico bicchiere mezzo pieno (“crescita lenta ma inesorabile”), ma anche come grido motivazionale compatta-truppe: “Tutti gongolano esponendo raffinate analisi sulla morte dei 5 stelle, sul ritorno del bipolarismo, sulla débâcle del Movimento, sulla fine dei grillini”, dice Grillo. “L’hanno detto dopo le politiche, dopo le europee, dopo le regionali, dopo il referendum. Fate pure anche ora. Illudetevi che sia così per dormire sonni più tranquilli. Noi continuiamo ad andare avanti per la nostra strada… in molte città, come a Palermo, siamo la prima lista, abbiamo confermato Roberto Castiglion sindaco di Sarego, facciamo gli auguri al neosindaco di Parzanica e ce la giochiamo al ballottaggio in una decina di comuni, tra cui Carrara. Rispetto al 2012 abbiamo triplicato i ballottaggi… e siamo cresciuti in tutte le città in cui ci siamo presentati…”. E non è tanto il lessico che si adatta alle circostanze quanto il lessico che plasma una realtà anche un po’ virtuale – sul blog peraltro campeggia la scritta “successi, fallimenti e obiettivi”, della serie: tre cose sullo stesso piano. Fa fede la citazione da Nicola Tesla: “I nostri successi e i nostri fallimenti sono tra loro inscindibili, proprio come la materia e l’energia. Se vengono separati, l’uomo muore”.

 

Grillo a parte, non si levano molte altre voci (la linea è: commentare dopo i ballottaggi del 25 giugno), fatto salvo lo sfogo del senatore Maurizio Buccarella, che a un certo punto se la prende con i rappresentanti dei candidati che verificano i consensi “in ogni singola sezione” (secondo Buccarella, “ragazzi” che hanno “venduto i voti”). Ed è il lessico che si fa duro quando il cittadino non risponde come si vorrebbe. E cioè quando non risponde bene come nel dicembre 2016, quando il cittadino aveva detto No (al referendum costituzionale) e Beppe Grillo aveva definito il voto una “vittoria della democrazia” che avrebbe aperto la strada alle elezioni anticipate. “La propaganda di regime e tutte le sue menzogne sono i primi sconfitti di questo referendum. I tempi sono cambiati. La sovranità appartiene al popolo, da oggi si inizia ad applicare veramente la nostra Costituzione”, aveva scritto il gran capo del Movimento. Ancora più prodigo di complimenti verso il corpo votante nel giugno 2016, quando, dopo la vittoria di Chiara Appendino a Torino e di Virginia Raggi a Roma, Grillo si era affacciato alla finestra del suo hotel facendo roteare in aria una gruccia presa dall’armadio e definendo quello “un giorno storico” (corollario: da quel momento sì che tutto sarebbe “cambiato”).

 

Andando ancora più indietro, all’anno non glorioso 2014 (non glorioso per i Cinque Stelle, glorioso per Renzi), ci si imbatte nel video in cui Grillo, di fronte alla sconfitta alle europee (con il Pd oltre il 40 per cento e i Cinque stelle con la metà dei voti), annuncia di essere pronto a prendere un Maalox. Quel Grillo, però, parla del popolo votante che non ha votato per il M5s in modo non proprio lusinghiero: il concetto è che il successo totale a cinque stelle è soltanto questione di tempo, che comunque il Movimento è la prima forza politica italiana e che il 20 per cento della sconfitta ha un nome e cognome: “L’Italia formata da generazioni di pensionati che non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così: … abbiamo preso il 21-22 per cento, abbiamo preso l’IVA, senza avere voti in nero e siamo lì senza aver promesso niente a nessuno, né dentiere né 80 euro. Io sarei anche ottimista, quindi: non scoraggiatevi… Siamo la prima forza di opposizione, faremo opposizione sempre di più, sempre meglio e cercheremo di rallentare il dissanguamento, lo spolpamento di questo Paese, che ci sarà. Noi saremo precisi, puntuali, e ci saremo sempre, non preoccupatevi”. Dulcis in fundo, compare nel post la citazione (oggi Tesla, ieri il Fabrizio De André della “Canzone di maggio”, con quel “verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte” e quel “… se avete preso per buone le ‘verità’ della televisione anche se allora vi siete assolti siete lo stesso coinvolti… Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. E anche se correva l’anno 2014, anno di consolidamento e difficile uscita dalla naïveté  dei neofiti sbarcati in Parlamento con l’idea di aprirlo come una scatola di tonno, questo anno 2017 della delusione genovese e palermitana gli somiglia nel lessico, se non nel contenuto.

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