Rifare l'Ulivo (che in realtà pare L'Unione) con chi l'Ulivo lo distrusse

Chissà se il “ci siamo” pronunciato ieri da Pippo Civati per “Possibile” e da Nicola Fratoianni per Sinistra italiana basterà ad allontare il dejà-vu e il retropensiero conseguente: non è che così finiamo come nel 2008?

Rifare l'Ulivo (che in realtà pare L'Unione) con chi l'Ulivo lo distrusse

Foto LaPresse

Roma. Sentirsi almeno un po’ il remake dell’Ulivo senza trasformarsi irrimediabilmente in remake dell’Unione: questo è (anche) il problema per chi, trovandosi nel bel mezzo della gauche, vede precipitare gli eventi (elezioni alle porte), e, nel tentativo di rivivere le uliviste, riformiste, centriste ed effimere glorie prodiane di fine anni Novanta, ricorda pur sempre con terrore la sorte non splendida che toccò alla coalizione post-ulivista (l’Unione, appunto). Quella che, nel 2006, unì le sinistre riformiste e radicali e il centro post-democratico cristiano, per poi finire con un Romano Prodi sfiduciato al Senato, le elezioni anticipate e l’esclusione dal Parlamento delle sinistre arcobaleno. E sono fantasmi che si affollano dietro le quinte del palcoscenico su cui si prova e si riprova il canovaccio “rifare una Cosa di sinistra senza sprecare il capitale del No al referendum del dicembre 2016”. Ma a un certo punto ci si mette il diavolo, ché, a voler rifare un Ulivo che in realtà pare soprattutto un’Unione, si ritrovano persone e forze evocative del fallimento dell’Ulivo medesimo, per esempio l’ex premier antirenziano Massimo D’Alema e i neobetinottiani, ora alle prese con la graticola preventiva del dubbio: ci vorrà o non ci vorrà, alla fine, Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, deus ex machina del Campo Progressista e aspirante federatore del possibile Ulivo-Unione che sarà?

 

E succede che, a sinistra del Pd, sognando la parola buona e definitiva di Romano Prodi e la parola buona e definitiva di Enrico Letta, il fermento si tramuti in tormento, tanto più che bisogna decidere che cosa fare dell’appello del prof. Tomaso Montanari e della giurista Anna Falcone, appello che punta alla creazione di un’altra unione (listone?), quella formata da chi disse il famoso “no” al suddetto referendum costituzionale, e che ora chiama a raccolta “la sinistra di popolo che rinasce dal popolo”: trattasi di appuntamento ravvicinato, il 18 giugno a Roma, ma chissà se il “ci siamo” pronunciato ieri da Pippo Civati per “Possibile” e da Nicola Fratoianni per Sinistra italiana basterà ad allontare il dejà-vu e il retropensiero conseguente: non è che così finiamo come nel 2008?

 

E se, a sinistra, la “lotta alle diseguaglianze” che Montanari e compagni vogliono rilanciare parte dall’avversione per la massima “la partita si vince al centro”, c’è chi, sempre a sinistra, al centro guarda invece con bramosia (centro prodiano, lettiano, postsocialista e postdemocristiano: tutto purché sia antirenziano). E già compare la prima delle salite lungo il percorso: va bene sognare un Prodi alleato di un Bersani e di un D’Alema e di un De Magistris, con Pisapia o – perché no – Laura Boldrini a far da collante (e garante). Ma chissà come si fa, poi, a capitalizzare il “no” al referendum se già l’idea di un listone unico non centrista elimina in partenza punti programmatici che ai centristi antirenziani non dispiacerebbero. E poi c’è lui, Pisapia, uomo non divisivo, sì, ma vai a sapere. “Chi ci dice che davvero Pisapia non tornerà a farsi dialogante con Matteo Renzi?”, si domandano infatti nel vasto prato del malcontento anti-Rottamatore, dove le parole del duo Falcone-Montanari risuonano come tentazione ma pure come minaccia, specie quando descrivono la “lista unitaria” che si costruisce “dal basso”, e con “un processo di partecipazione aperto, che si apra ai cittadini, per decidere insieme, con metodo democratico, programmi e candidati”. E c’è anche quel mantra: “Serve dunque una rottura e, con essa, un nuovo inizio…un percorso unitario aperto a tutti e non controllato da nessuno, un progetto che parta dai programmi, non dalle leadership…”: parole evocative di un “fai-da-te” a lungo contestato ai Cinque Stelle e non del tutto digeribile presso partiti neonati o neorifondati di sinistra-sinistra. Ed ecco che, ancora prima di salpare, all’orizzonte spunta la sagoma spaventosa della diatriba fratricida (per non dire dell’irrilevanza).

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