Il referendum lotteria. Parla il prof. Cassese

Gli inconvenienti della democrazia diretta. Perché quella deliberativa rende i cittadini più informati

Il referendum lotteria

Foto LaPresse

Professor Cassese, parlando del referendum svolto tra i Cinque stelle sulla legge elettorale, Vito Crimi, senatore cinque stelle, in una intervista al Corriere della Sera del 27 maggio scorso ha affermato che “ogni nostro voto è una lotteria”.

Vogliamo, dunque, affidare il governo del paese alla lotteria, cioè al caso? Un giornale inglese, commentando il referendum che ha condotto il Regno Unito fuori dell’Unione, ha parlato di “roulette russa”.

 

Perché?

Perché le risposte ai referendum sono influenzate da moltissimi fattori casuali, “including the weather”, incluso il tempo atmosferico, come osservato in un articolo del New York Times del 6 ottobre 2016 nel quale si passavano in rassegna i fattori che avevano influenzato i referendum recenti di Colombia, Thailandia, Ungheria, Regno Unito. Potremmo aggiungere il referendum costituzionale italiano, nel quale alcuni hanno votato sulla modificazione della Costituzione, altri hanno votato su Renzi.

 

Lei è dunque contrario alla democrazia diretta.

Vorrei innanzitutto chiarire che referendum non è necessariamente eguale a democrazia diretta. Lo stesso Crimi, all’interlocutore che gli osservava che il vertice cinque stelle suggeriva le risposte, ha fatto notare: “E’ chiaro che quando mettiamo una proposta ai voti, l’abbiamo ponderata e ritenuta praticabile”. Ecco perché il maggiore studioso dei referendum distingue referendum promossi dal vertice e referendum emanati dal basso, di iniziativa popolare, osservando che i primi sono strumenti di democrazia semi-diretta. Anzi, potremmo dire che i referendum promossi dall’alto sono strumenti di democrazia “diretta” nell’altro senso della parola, di democrazia “guidata”.

 

Se non presentano alcun vantaggio, ma solo questi due gravi inconvenienti, di non riuscire a esprimere chiaramente la voce del popolo e di prestarsi a manipolazioni dall’alto, perché si fa ancora ricorso ai referendum?

Perché possono presentare vantaggi, quali una partecipazione diretta alle decisioni e l’accelerazione del cambiamento. In Svizzera, secondo molti studiosi del fenomeno, hanno anche favorito lo sviluppo di una democrazia consensuale, promuovendo tattiche di prevenzione del rischio referendario. Quindi, lo strumento è stato utile per spingere a evitarlo mediante accordi: il referendum utile come minaccia per raggiungere un accordo.

 

E gli altri inconvenienti?

Secondo i più acuti osservatori del fenomeno, il referendum è strumento inadeguato a governare la complessità delle nostre società. L’arena parlamentare è più efficace di quella referendaria. Questa ultima non favorisce la cooperazione, risponde a una logica binaria, favorevole-contrario, non consente il controllo reciproco, allontana i governanti dall’etica della responsabilità. Basta che essi dicano di essere lo specchio del paese. La politica, come noi la intendiamo, come ricerca delle soluzioni, dialogo, verifica, è sostituita dalla decisione, nella quale si fa sentire soltanto la maggioranza. La conflittualità aumenta, come aumenta la radicalizzazione, mentre diminuisce l’attitudine alla “riflessività”. Per non dire degli inconvenienti applicativi.

 

Che sarebbero…

L’esperienza pratica, quella californiana e quella svizzera, ha mostrato che non tutti dispongono delle risorse organizzative e finanziarie per “lanciare” un referendum (pensi soltanto alla raccolta delle firme), per cui i gruppi più deboli vedono accentuata la propria debolezza. Inoltre, i referendum si prestano a reazioni di tipo individualistico e utilitaristico, con la conseguenza di accentuare le divisioni sociali e i conflitti.

 

E in Italia?

Per noi ha scritto pagine molto efficaci Giuliano da Empoli, nel suo ultimo libro, appena uscito, intitolato La rabbia e l’algoritmo. Il grillismo preso sul serio (Marsilio). Da Empoli osserva che il grillismo presenta una “irresistibile propensione al massimalismo”. Ricorda che Casaleggio padre aveva dichiarato di non aver interesse alla politica, ma all’opinione pubblica. Afferma che, sostenendo di voler affidare tutte le decisioni al popolo, il movimento presenta un carattere totalitario.

 

In una precedente occasione, lei ha affermato che stranamente il grillismo non è interessato alle tecniche di democrazia deliberativa, che pure chiamano il popolo a decidere.

Infatti: questo disinteresse è perfettamente speculare al culto referendario – totalitario. La democrazia detta deliberativa o dibattimentale richiede un processo di informazione, dibattito con i proponenti e tra i destinatari, decisioni motivate. Questo è l’opposto del referendum, che è la ghigliottina, divide con un colpo solo la testa dal corpo, senza discutere, definitivamente. Il referendum è rapido, si direbbe “spicciativo”, quanto la democrazia deliberativa è lenta. La procedura referendaria non si preoccupa di informare, spiegare, convincere, discutere, prima di decidere, mentre la democrazia deliberativa conta proprio sull’educazione e sull’informazione. Dal referendum escono cittadini più potenti, ma più ignoranti. Dalla democrazia deliberativa escono cittadini più informati e partecipi.

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