Un settembre al voto

La liturgia partitica ha paura che gli italiani dopo le ferie siano “distratti”. Sono in forma e vogliono le urne

Un settembre al voto

Foto LaPresse

Che i voucher c’entrino, parecchio, con le inusuali elezioni post balneari che si prospettano, è chiaro. L’abolizione dei praticissimi tagliandi per il lavoro random rischia di mandare all’aria la stagione. Dalla Romagna alla Liguria lanciano l’allarme gli operatori turistici che non sanno più come pagare bagnini e camerieri. Reintrodurre, si deve. È l’ombrellone che ce lo chiede. Ma la reintroduzione dei voucher potrebbe essere il granello di sabbia che blocca l’azione di governo, la buccia di cocomero su cui scivola il dignitoso Gentiloni. Ed eccoci pronti, scottati dal sole e con il sandalo alla tedesca, per votare a settembre. Come non era capitato mai. Nella liturgia della Prima Repubblica, invariata durante la Seconda, la “finestra” si apriva solo in primavera, o inizio estate, ché l’elettore è scolaretto immaturo e, messo nella disponibilità di decidere, si prenderebbe un colpo d’aria. Bisogna mandarlo a votare – controvoglia: i partiti italiani si affidano sempre controvoglia agli elettori – quando l’aria è quella giusta, secondo loro. Si votava a giugno e poi c’erano quei lunghi mesi sdraiati davanti, prima di aver pronto il governo. Mesi in cui il cittadino non s’impicciava. Del resto “andare al mare”, come slogan, portò male. E a votare sotto la neve, quando cadde il Cav., non si poté. Non si volle. Ce lo chiedeva l’Europa.

 

Tutto d’un tratto, invece. Si torna dalle ferie e si va alle urne. Più rilassati (non credete ai giornali per cui si rientra sempre incupiti), tonici. Perché l’anno sociale, per il lavoro, i figli a scuola, il business plan familiare, inizia a settembre. S’adeguerà pure il governo. Vota anche la Germania, a settembre. Loro ci sono più abituati. Ma non c’è nessun motivo per pensare che sia, climaticamente, meglio tirare in là. Allineare la data a quella della Germania, mettersi in griglia di ripartenza col motore franco-tedesco non è solo una fissa di Matteo Renzi. Soprattutto: se la gente vuole votare, perché no? Già a febbraio il 45 per cento degli italiani voleva il voto. Ora sono i tre quarti. Senza dimenticare che è settembre perché non s’era voluto andare a febbraio, o ad aprile. Del resto non s’era mai votato un referendum nemmeno a dicembre. Ma gli italiani ci sono andati, altro che distratti dalle compere. “E poi i cittadini sono meno umorali, persino in vacanza, di quanto pensino i politici”, dice Augusto Minzolini che l’antica liturgia della politica, delle estati dei governi balneari, la conosce benissimo. “La politica ha sempre avuto paura di far votare. È un vizio che permane, poi ci si lamenta che la gente si disaffeziona”. Quando Giovanni Leone, che per primo guidò un governo balneare, 1963, s’arrese all’incarico di lasciar passare il tempo senza che la politica nulla facesse, se la cavò da retore napoletano con un magistrale: “La mia trepidante riluttanza fu vinta”. Sarebbe una frase perfetta anche per i renitenti alle urne di oggi. La trepidante riluttanza con cui la politica “avverte come un fastidio l’idea che il popolo possa chiedere di andare a votare”, dice Minzolini.

 

Invece va tutto bene. “Una campagna elettorale estiva sarebbe inedita, ma non una stranezza. Il tasso di coloro che sanno già cosa votare è del 60 per cento; non alto, ma significa che la maggioranza dei cittadini non è disinformata, e la differenza non la fa certo la vacanza”, spiega Enzo Risso, direttore scientifico dell’istituto demoscopico Swg. Ma di che umore sarebbero, gli italiani? “Pensiamo di solito a un momento distrazione. Invece è anche il momento della lettura, del tempo per parlare, per informarsi. E non va dimenticato che la politica estiva è sempre esistita, ci sono le feste di partito, gli appuntamenti di presentazioni librarie. Quest’anno i partiti si focalizzerebbero sul voto, ma essendo già strutturati per seguire l’elettore lì dov’è”.

 

C’è quest’ansia messa in giro dai mercati, va bene. I quali forse, in realtà, temono di più una legge di bilancio firmata da un governo che sta come d’autunno ma che ipotecherebbe il prossimo anno, quello cruciale per l’Europa senza Qe e con la Brexit. I gufi, come li avrebbe chiamati Renzi nella vita passata, dicono che la gente torna preoccupata. “Perché, se non la fai votare si preoccupa di meno?”, chiosa Minzolini. Soprattutto, spiega Risso, “il rientro è per gli italiani un periodo di ‘affronto della complessità’, ma non pessimista”. L’unico periodo storicamente di basse affluenze è ottobre-novembre. Si è già nelle brume, la testa al Natale. Gli italiani sono pronti e contenti. I politici dovranno aggiornare i calendari di saghe e fiere. Gli inutili riti settembrini delle adunanze di partito avranno finalmente un senso. Vuoi vedere che torna centrale anche il Meeting di Rimini?

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