Perché la svolta M5s sulla legge elettorale è un segnale per Mattarella

I grillini vestono panni istituzionali per mantenere buoni rapporti con il Quirinale

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Perché la svolta M5s sulla legge elettorale è un segnale per Mattarella

Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Roma. “C’è stato un clima serio”, garantisce Luigi Zanda, presidente dei senatori del Pd, appena uscito dal breve incontro (una ventina di minuti) con la delegazione dei Cinque stelle. Visti i precedenti, è già una notizia. Insieme a Roberto Fico, capogruppo di turno alla Camera, e Danilo Toninelli, c’era anche il senatore Vito Crimi, membro della commissione Affari costituzionali del Senato, noto alle cronache per l’eloquio raffinato. Nel 2013, dopo le consultazioni al Quirinale – regnante ancora Giorgio Napolitano – l’allora capogruppo a Palazzo Madama se ne uscì così: “Napolitano è stato attento, non si è addormentato. Beppe è stato capace di tenerlo abbastanza sveglio”. Stavolta, Fico si è limitato a definire “cordiale e distaccato” l’appuntamento con il Pd. “Il M5s ha votato tante leggi sia con il Pd sia con FI quando ha reputato che fossero leggi giuste: quindi nulla di strano”.

 

A fine incontro, il partito di Grillo ha anche prodotto una nota, i cui toni erano persino distesi rispetto ai soliti proclami: “Il nostro obiettivo è quello di evitare che i partiti partoriscano l’ennesima legge incostituzionale, dopo il Porcellum e l’Italicum. Adesso chiediamo a tutte le altre forze di assumersi le loro responsabilità davanti ai cittadini. Se lo faranno seriamente, in breve tempo, potremo finalmente dare al paese, dopo quasi dodici anni, una legge elettorale rispettosa della Costituzione”. Insomma, una trattativa vera, non un “inciucio”, per dirla con i lessico grillino (anche se nel Pd c’è chi dice che alla fine non reggerà). D’altronde, il percorso di istituzionalizzazione del M5s passa anche dalla costruzione di una narrazione alternativa a quella delle scie chimiche e del club Bilderberg. Il punto sta nella natura della legge elettorale. Il modello tedesco, anche nei suoi aggiustamenti all’italiana, prevede sempre il proporzionale e i Cinque stelle concorrono per il primo posto. Ma in un possibile scenario di testa a testa fra M5s e Pd, chi potrebbe ottenere l’incarico da Sergio Mattarella? Per questo i Cinque stelle hanno tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con il Colle. Contro Napolitano, sia nelle vesti di presidente della Repubblica che in quelle di ex capo dello Stato, le parole sono sempre state parecchio affilate, per usare un eufemismo: “Napolitano – disse Grillo prima del referendum costituzionale – sta trascinando l’Italia nel baratro. Non ha nessun mandato elettorale, nessuna legittimazione popolare, eppure il bis presidente detta legge su tutto. Il premier si limita ad eseguire”. Naturalmente al Quirinale il tema non sfugge, anche se al momento non ci sono canali. Non ancora, quantomeno. Secondo quanto risulta al Foglio, qualche volta telefonano – probabilmente Luigi Di Maio – a Ugo Zampetti, ex segretario generale della Camera dei deputati dal 1999 fino al 2014 e attuale segretario generale della presidenza della Repubblica. L’unica udienza chiesta al Colle dai Cinque stelle risale a un anno fa. Il problema principale è che i loro capigruppo cambiano in continuazione, e questo non facilita il compito di tenere aperto un dialogo. Di Maio intanto costruisce una fitta rete di rapporti, ben supportato dal suo responsabile relazioni istituzionali Vincenzo Spadafora, ex presidente di Unicef ed ex Garante per l’infanzia. Già capo di gabinetto ai tempi di Francesco Rutelli ministro dei Beni culturali nel governo Prodi, Spadafora è l’ombra di Di Maio. Lo segue ovunque nei suoi viaggi, come in quello recente a Harvard. Insomma, a un certo punto i Cinque stelle hanno scoperto il fascino delle istituzioni e del confronto. Prova ne è l’incontro della settimana scorsa al Centro Studi Americani – presieduto da Gianni De Gennaro, presidente di Finmeccanica e diretto da Paolo Messa – con Di Maio e Maria Elena Boschi. L’occasione era la presentazione di un libro di Vito Cozzoli, ex capo di gabinetto del ministero dello Sviluppo economico di Federica Guidi, oggi capo del servizio di sicurezza della Camera. E prova ne è anche il rapporto stretto che si è creato fra i Cinque stelle e Umberto Saccone, ex Sismi, generale dei Carabinieri in congedo, già direttore della Security Eni. Lo scorso 25 maggio, Saccone ha scritto un post sul blog di Grillo per spiegare la linea del Movimento sulla “sicurezza partecipata”.

 

Oggi pomeriggio, invece, si vedranno Pd e Forza Italia, ma ieri c’è già stata un’altra telefonata fra Renzi e Berlusconi, il clima è così disteso che persino l’agguerrito capogruppo berlusconiano Renato Brunetta dice che non ci saranno problemi: “Pensiamo, anche alla luce delle condivisioni delle ultime ore, che questo sia il sistema abbia la più ampia base politico parlamentare: dalla sinistra, al Pd, al Movimento cinque stelle, a Forza Italia, alla Lega, a Fratelli d’Italia, ai centristi”. L’accelerata e la girandola di riunioni (ieri Renzi ha visto il leader di Ap, Angelino Alfano, oggi ci sarà la direzione nazionale del Pd) potrebbe dunque rendere possibile l’approdo in Aula già lunedì 5 giugno, dopo una corsa serrata in commissione per trasformare il cosiddetto Rosatellum nel nuovo sistema elettorale tedesco declinato all’italiana. Una volta fatta la legge e dunque esaudite le richieste del presidente della Repubblica, per tornare al voto mancherebbero solo le condizioni politiche. Ma quelle si trovano rapidamente, alla velocità di un tweet.

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