E' politica o lotta di galli? Parla il prof. Cassese

Partiti e governi non espongono i loro progetti agli elettori. Si personalizza soltanto. Da qui il disincanto. Ecco come si assicura la partecipazione dei cittadini alle decisioni

E' politica o lotta di galli? Parla il prof. Cassese

Foto LaPresse

Professor Cassese, parliamo ancora dello “spirito pubblico”. Perché c’è una opinione pubblica stanca, un atteggiamento di protesta che coinvolge un terzo dell’opinione pubblica, un “disincanto” così ampio, una così vistosa crisi dei partiti?

 

Vasta domanda. Concentriamoci su un solo aspetto, se vogliamo parlarne in termini non impressionistici. Le propongo il tema della scarsa visibilità delle politiche pubbliche.

 

Perché?

Perché i sentimenti morali di un popolo dipendono innanzitutto dai temi e dalle idee che circolano nel popolo. E queste dipendono in larga misura dai progetti che a esso propongono i governanti. Ora, in Italia, la politica si rappresenta (e viene rappresentata) prevalentemente come una “lotta di galli”, in termini agonistici, personalizzati.

Un momento: lei dice “si rappresenta e viene rappresentata”. Perché? Quindi, non è responsabilità solo della politica stessa, ma anche dei modi in cui viene “narrata”.

Esatto. C’è qualcosa in comune al modo in cui si presenta la politica e al modo in cui viene raccontata da giornali e televisione.

 

Torniamo alla diagnosi, dopo aver individuato gli “attori” che ne sono la causa.

Il punto d’inizio è questo: le politiche, i programmi, quelle che gli inglesi chiamano “platform” o “manifesto”, sono in Italia un non problema. Fino a qualche tempo fa, i partiti si preoccupavano di preparare un programma, anche se nessuno li prendeva sul serio. Ora neppure questo sforzo viene fatto. Basta definire la propria collocazione nello spazio pubblico, rispetto agli altri competitori. Non è necessario esporre quel che si vuol fare, indicare gli obiettivi che si vogliono conseguire, elencare le “promesse” sulla base delle quali raccogliere i consensi. Basta definire le “appartenenze”. Si capisce che in tal modo quelle che Maurizio Ferrera chiama le “tendenze a sviluppo lento” non entrino neppure nell’agenda di governo.

 

Quindi, partiti a-programmatici.

Di cui l’esempio principe è costituito dal Movimento cinque stelle, che si presenta con un solo progetto: farò quel che il popolo volta per volta vuole. Un ponte di congiunzione aperto (in principio) a tutti i contenuti.

Una politica che volesse rispondere alle esigenze della chiarezza e discutibilità delle politiche, che cosa dovrebbe fare?

Articolare la sequenza formazione dell’agenda – formulazione del progetto – attuazione – controllo dei risultati – correzioni in modo che in ciascuna fase vi sia visibilità, informazione dell’opinione pubblica, dibattito pubblico, recepimento da parte dei decisori.

Invece?

Gli obiettivi non vengono definiti, facendo riserva di definirli volta per volta. Non ci sono “position papers”, “white papers”, “green papers”, tutto l’armamentario che in altri paesi serve a far capire quali sono gli obiettivi e i progetti e a consentire all’opinione pubblica di intervenire, far sentire la propria voce, suggerire correzioni (quella che chiamiamo democrazia deliberativa). Tutto finisce invece in quel grande crogiuolo che si chiama legge (provi a leggere una legge e a capire da dove hanno origine le norme: è un labirinto, pochi lo sanno). Fatta la legge, tutti pensano che il problema (ammesso che fosse stato messo a fuoco) sia risolto; invece, si è posta solo una premessa, perché una buona parte delle decisioni-leggi rimane inattuata. Infine, nessuno si interessa di accertare se la soluzione è stata trovata, se c’è bisogno di correzioni, se va cambiato orientamento.

Ma a questa lacuna porrà rimedio il nuovo istituto, creato sulle ceneri dell’Isfol, che si chiama proprio Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp).

Anche io non cesso di sperare. Ma le faccio presente che quello sul quale ho richiamato l’attenzione non è solo un problema tecnico, è molto di più: è un modo di concepire la democrazia come processo di decisione aperto alla collaborazione e alla conoscenza, un’arena nella quale siano coinvolti cittadini consapevoli ed educati proprio dalla partecipazione alle varie fasi che conducono alla decisione.

Ma il suo bel disegno illuministico non rischia di rallentare le decisioni?

Preoccupazione giusta, alla quale si deve far fronte non chiudendo occhi e orecchie a cittadini attivi e mettendo loro il bavaglio, ma stabilendo tempi rigorosi, che hanno a loro volta anche essi una funzione educativa, ci insegnano a parlare al momento giusto e poi a rispettare le decisioni.

Torniamo all’Inapp.

Può svolgere un compito importantissimo nell’area delle politiche sociali, partendo da esse. Ma richiede un lavoro che coinvolga la classe politica, che alle politiche è disattenta, preoccupata com’è dalla politica.

Ma non è meglio la democrazia diretta, la decisione diretta da parte del popolo, che vota mediante la rete? Non è questo un modo molto più semplice, rapido e diretto?

 

Parleremo un’altra volta degli insuccessi delle democrazie referendarie. Mi limito per ora a notare che è vero proprio il contrario. Decisioni complesse come quelle che riguardano le nostre complicate società richiedono un processo di apprendimento-discussione-deliberazione che non può esser realizzato “one shot”, in un colpo solo. Quelli che vogliono decidere a colpi di referendum finiscono per essere i moderni dittatori.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    30 Maggio 2017 - 14:02

    Il prof Cassese è un vero e prolifico pensatore ma le sue teorie lasciano il tempo che trovano. Come si dice tra teoria e pratica c'è di mezzo mezza Italia

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  • mario.patrizio

    30 Maggio 2017 - 09:09

    Ottima analisi. Solo che nessun rimedio fa la pace con quella buona dose di responsabilità indisponibile nel sistema degli irresponsabili. PS. Pare, invece, che il ritorno al passato proporzionale metterà tutto a posto, oops, RImetterà.

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