Declino dell’anti europeismo

I governatori leghisti vogliono commissariare Salvini sul tema euro

Le Pen accantona il sogno anti euro e i suoi cloni italiani studiano una exit strategy per evitare un clamoroso flop

I governatori leghisti vogliono commissariare Salvini sul tema euro

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Roma. “Difficile fare i lepenisti senza la Le Pen”. E la notizia era nell’aria da giugno, ma adesso che è ufficiale, ora che anche il consigliere economico di Marine Le Pen, Bernard Monot, dice al Telegraph che “è ora di cambiare strada”, ora che insomma la Francia non deve più uscire dall’euro, anche tra i sovranisti italiani tira una strana aria, quasi da indietro tutta. Grillo, l’unico politico che forse può felicemente ignorare le regole della consequenzialità logica e i loro gretti inventari, potrà sempre dire, come ha già fatto per i vaccini, di non essere mai stato contro l’euro. E va bene. Ma Salvini? Matteo Salvini invece come se la caverà? “Sono sicuro che adesso cambierà posizione anche lui”, dice Gianni Fava, assessore della giunta regionale lombarda, uomo maroniano e di governo, lo sconfitto al congresso della Lega. “L’ala sovranista del mio partito – che è la maggioranza della metà degli elettori della Lega, cioè quelli che si sono espressi alle primarie – si lancia. Ma è difficile fare i lepenisti senza la Le Pen. Al nostro congresso c’è stata persino una mozione, presentata da ‘un tal Borghi’, che ha chiesto di mettere nello statuto l’uscita dall’euro. E la cosa ha un che di ironico, se ci pensate. Si esprime un preciso impegno politico e programmatico proprio nel momento in cui tutti gli altri, nel resto d’Europa, lo stanno abbandonando”. E s’intuisce così il conflitto sommesso, ma vivo, tra la Lega protestaria e la Lega di sistema, tra gli alleati Maroni e Zaia, che si muovono con la leggerezza e il silenzio di animale prudenti, e Salvini, a cui la furia, più che la buona tecnica, sembra indispensabile alla vittoria. 

 

E allora Gianni Fava, tono pragmatico da leghista vecchia maniera, dice che “la realtà non è composta da slogan e da soluzioni semplici come un’Avemaria. La nostra realtà, specie quella della Lega, è fatta da un corpo elettorale di partite Iva, di borghesia che lavora, di piccole e medie imprese che sono l’ossatura, anzi l’architrave del nostro elettorato, sono la base del leghismo. Lo sono storicamente. Lo sono anche quando non ci votano. Io faccio l’assessore e con gli imprenditori lombardi ci parlo tutti i giorni. E che ci sia o no l’Euro, noi sappiamo solo una cosa: che l’Europa è il nostro principale teatro di esportazione. Dunque dico questo, e lo dico anche a Salvini che rispetto: senza un’interlocuzione politica seria, con pari dignità in Europa, difficilmente il nostro tessuto imprenditoriale potrebbe reggere. E la politica richiede, per mediare e perché possa essere efficace, di essere autorevole. Ecco. Lanciare proposte non realizzabili, o assurde come l’uscita dall’euro, non rende la politica autorevole. E la marcia indietro di Marine Le Pen dimostra che il ceto medio del sud Europa vede la fine della moneta unica come una disgrazia. Certo che l’Europa così com’è non piace a nessuno. Ma fuori dall’euro non c’è niente. Io, davvero, vi invito a parlare con uno qualsiasi dei nostri imprenditori. Quelli che esportano e che incarnano il modello lombardo e veneto, cioè il sistema economico delle due regioni che la Lega governa. Nessuno pensa che si debba uscire dall’euro. La gente è terrorizzata soltanto dall’idea che questo possa avvenire. Il segnale che arriva dalla Francia suona forte, come un campanello”.

 

Nel 2013, quando lo designò, Maroni pensava che Salvini potesse agitare e rimescolare un po’ di umori, vivificare il lievito svanito della Lega afflosciata dal declino di Bossi, dagli scandali di Belsito e del Trota, dai cerchi magici e sformati, e mai si sarebbe aspettato, nel 2015, un risultato così ragguardevole nei sondaggi – Salvini sfondò la quota del 10 per cento – cui corrisponde tuttavia una linea politica in contraddizione con gli equilibri di potere che alla Lega ancora oggi consentono di governare le due regioni più ricche d’Italia, la Lombardia e il Veneto. “Ma Salvini ha quel tanto di cinismo che potrebbe salvarlo. Cambierà linea”, dice Fava. “Non può restare lui lepenista quando nemmeno Marine è più Le Pen. Il sovranismo è stato figlio di una euforia irrazionale nell’elettorato che è già stata sfruttata al massimo. Ora ci avviciniamo alla fase di inerzia, alle politiche, quando la gente non può limitarsi al voto di protesta. Quel voto va a Grillo, non a noi. E’ arrivato il momento di cambiare tono. Il sovranismo in Europa è un’area ideologica di destra antimondialista molto diffusa ma perdente. In Austria, in Olanda, e ora anche in Francia. Prendono tanti voti, ma non ci fanno nulla con quei voti. La mia ambizione è che la Lega non diventi la migliore delle perdenti. I voti si pesano, non si contano. Lo diceva Bossi. La Lega ha avuto il massimo dal punto di vista istituzionale nei momenti più bassi della sua parabola elettorale. Nel 2006 ci fermammo al 4,5 per cento. Ma due anni dopo avevamo portato a casa tre ministri e le tre principali regioni del nord. Non serviva il 15 per quello. Che te ne fai del 15 se poi non sai fare politica?”. E’ una domanda che andrebbe girata a Salvini. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    24 Maggio 2017 - 10:10

    In questo periodo c'è stato il congresso leghista, vinto a mani basse da Salvini, ma pare che l'unico interlocutore di questo giornale sia lo sfidante sconfitto Fava. Ora, visto la domanda posta da quest'ultimo "che andrebbe girata a Salvini", sarei curioso di sentire la risposta. A meno che sia tabù fare un'intervista al leader della Lega.

    Report

    Rispondi

Servizi