Ecco perché Renzi può resistere alla post-verità delle intercettazioni

Fra Consip e Banca Etruria i democratici possono resistere bene e alla fine perfino prevalere davanti a un’opinione pubblica esasperata dalle palesi strumentalizzazioni

Ecco perché Renzi può resistere alla post-verità delle intercettazioni

C’è almeno un aspetto negativo, nel clamoroso autocomplotto che ha indotto Marco Travaglio, a sua insaputa, a fornire a Renzi il migliore assist mediatico dell’anno. Il segretario del Pd lo sa, il suo gruppo dirigente lo sa, ma possono farci poco. Il danno, a medio termine, potrebbe essere grave. E consiste nel fatto che, fra Consip, Banca Etruria e chissà cos’altro, i democratici vengono tenuti inchiodati su un terreno sul quale possono anche resistere bene, alla fine perfino prevalere davanti a un’opinione pubblica esasperata dalle palesi strumentalizzazioni e – si spera – preoccupata in maniera crescente dal fenomeno delle deviazioni di apparati dello stato infedeli e della guerra intestina fra procure. Però in questo clima di assedio permanente sta saltando la fase 2 post-primarie, si soffoca il pieno sviluppo delle (non molte) novità che Renzi aveva introdotto nel proprio schema di gioco nella fase del recupero: la collegialità, il lancio politico e mediatico di volti nuovi, il capovolgimento della retorica dell’uomo solo al comando, lo spazio e la relativa autonomia concessi a Paolo Gentiloni.

 

Ora, è chiaro, nel Pd è (di nuovo) il momento del tutti con Renzi e del Renzi davanti a tutti. Non solo per un fatto di lealtà, ma perché bisogna fare i conti con due evidenze. La prima: il fiume inquinato nel quale pezzi di magistratura e di potere mediatico riversano i propri veleni ha ormai esondato, a livelli di illegalità mai raggiunti prima, e questa sfida va affrontata e vinta nell’interesse nazionale anche contro i tiepidi e i corrivi. La seconda: il disegno di espulsione dell’anomalia renziana dalla scena politica, al quale il colpo messo a segno il 4 dicembre non è evidentemente bastato, è ripreso e, a maggior ragione dopo il risultato delle primarie, dargli campo vorrebbe dire consegnare all’estinzione non Renzi ma l’intero riformismo di sinistra.

 

Dunque si fa blocco. Intorno al segretario come, per esempio, intorno a Maria Elena Boschi superando ogni riserva mentale e politica sul suo modo di interpretare il ruolo a Palazzo Chigi. Non c’è nessuno nel Pd che esiti su questa linea. Ed è importante che all’incrocio di queste vicende, sull’avamposto del fronte, si trovi proprio Andrea Orlando, ministro garantista e capo della minoranza interna del partito.

 

Per quanto irrinunciabile e di successo, non sarà però questa la battaglia che tornerà ad allargare il consenso popolare. Non erano affatto scontati, appena tre-quattro mesi fa, il 30 per cento e il primato nazionale che oggi gli istituti assegnano ai democratici: vuol dire che sconfitta referendaria, campagne scandalistiche e scissione dalemiana sono stati in larga parte riassorbiti. Ma i sondaggi scontano una marea di elettori indecisi, e quel virtuale 30 per cento sia pure tanta roba in più rispetto all’epopea bersaniana è comunque troppo poco – con qualsiasi legge elettorale – per garantire al Pd la centralità e l’autonomia di governo che sono nel suo Dna.

 

A parole, Renzi appare consapevole del rischio. In ogni occasione chiede agli altri e a se stesso di non assumere pose difensive, di muoversi come collettivo e di rivolgersi sempre al popolo italiano con toni e argomenti pragmatici. Poi però perfino la trovata della “mamma” come parola chiave proposta all’assemblea nazionale si presta al sarcasmo degli avversari (a proposito del “papà”), a dimostrazione che l’efficacia comunicativa che il segretario considera a ragione tanto importante è solo una parte, non decisiva, del problema.

 

E così, un po’ per l’indole personale un po’ per l’aggressività degli avversari, si scivola di nuovo nell’One Man Show, nell’uno contro tutti: non sbagliato in sé, ma ripetitivo rispetto alla prima stagione renziana e limitativo rispetto alle novità che si dovevano assolutamente inserire nel menu democratico da proporre agli elettori al prossimo giro, e sulle quali il Renzi candidato alle primarie, tra febbraio e aprile, si era finalmente deciso a dare ascolto ai consigli convergenti dei migliori intorno a lui.

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    20 Maggio 2017 - 10:10

    Ma fino all'altro ieri non ritenevate con Renzi di poter contare sul 40 per cento dei si referendari? Ora siamo scesi al trenta, e,i festeggiamenti continuano...Sullo sfondo resta purtroppo la mancata risposta al quesito politicamente più importante: come e perché da uomo solo al comando del governo e del Pd Matteo Renzi ha dilapidato il patrimonio di voti raccolto,nella sua prima ed unica tornata elettorale, ovvero quella delle europee? A meno che perdere il 10 per cento dei voti non sia ormai considerata cosa insignificante se non irrilevante, nelle grottesche analisi politiche di casa nostra. Premetto che non ho nulla contro l'uomo solo al comando, anzi i brividi me li provoca la virata verso la collegialita', da sempre foriera di immobilismo.

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