Bossi resta, ma nella Lega di Salvini c'è un problema che si chiama Maroni

Il segretario promette di tagliare "i rami secchi", ma nel partito esiste una frattura profonda che riguarda il sogno a 5 stelle. Mani libere dopo le elezioni

Bossi resta, ma nella Lega di Salvini c'è un problema che si chiama Maroni

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Roma. “Io sono un sostenitore dell’alleanza con il M5s”, dice spesso Claudio Borghi, che non è solo un ariete televisivo della nuova Lega sovranista e nazionale, ma è uno di quelli che con Matteo Salvini ci parla spesso. E allora, adesso che ha vinto le primarie, ora che domenica la sua leadership sarà confermata dagli organismi di partito, con il suo ottanta per cento Salvini galvanizza e spaventa, insieme, in un intreccio di umori, passioni e timori che accelerano il metabolismo di questo partito, la Lega sospesa tra urla e governo, tra secessione e nazionalismo, con Roberto Maroni che invita pubblicamente all’unità, ma pure considera una sconfitta personale le percentuali di Salvini. E infatti Gianni Fava, lo sfidante fermo al 20 per cento (18 in Lombardia), assessore all’Agricoltura della giunta lombarda, non era certo il candidato di Umberto Bossi, ma quello di Maroni. E così, d’improvviso, si riapre il pericoloso minuetto delle alleanze. Maroni governa con Berlusconi e Alfano. Ma Salvini dice, liquidatorio: “Se qualcuno ha fatto accordi politici con qualcun altro faccia quello che ritiene”.

 

“Con l’82 per cento, Salvini è il leader della Lega. Punto. Questo è un fatto con il quale bisogna confrontarsi”, dice Mariastella Gelmini, con la sua scienza del prossimo, la destrezza nel maneggiare una grana potenziale per Forza Italia, per le ambizioni del Cavaliere e per tutto il sistema di alleanze che regge il governo della Lombardia e che in un futuro non così remoto dovrebbe riuscire a riproporsi a Milano come alle politiche. “Bisogna prendere atto della vittoria di Salvini”, dice allora l’ex ministro Gelmini, “e da questo fatto si deve partire. Mi auguro ovviamente che questo consenso adesso venga giocato per costruire l’unità del centrodestra e non venga dissipato nelle lotte interne. Il consenso di Salvini va speso dentro una coalizione per governare il paese”. Ecco il punto.  


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Ma Salvini cos’ha in testa? “Le sue dichiarazioni preannunciano la nascita di un partito personalista in cui decide solo il capo”, dice Alessandro Colucci, consigliere regionale lombardo di Alleanza popolare, il partito di Maurizio Lupi e Angelino Alfano, uno degli uomini che meglio conosce le meccaniche del potere lombardo. Salvini mette a rischio tutta l’impalcatura, dice Colucci. E non solo quella lombarda: “Ci attendiamo da Maroni, almeno per un moto d’orgoglio, la richiesta di autonomia nelle decisioni su alleanze e coalizioni”. Ma nella Lega, fatta eccezione per il vecchio Bossi, che si espone con l’aria di chi ha poco o nulla da perdere, non vola più una mosca, tra i dirigenti, tra gli oppositori e anche tra i parlamentari. D’altra parte le liste le farà il segretario. E la cautela diventa un esercizio obbligatorio, uno strumento di sopravvivenza. Salvini ha infatti già assunto il piglio tracotante del barbaro Brenno che, vincitore su Roma, gettò la spada sulla bilancia chiedendo più oro e pronunciando quelle famose parole che sono il contrario del sapere vincere: “Guai ai vinti”. E infatti, riferendosi al suo partito, ai dissenzienti, alle voci discordi, Salvini ieri, nel corso di una conferenza stampa, ha usato la metafora dei “rami secchi” da tagliare. Così, è ovvio, nella Lega prevale la cautela, il timore, la misura.

 

E un po’ tutti, tra gli avversari di Salvini, compreso Maroni, adesso assumono un’aria timida, esitante, come in preda a una crisi di pentimento. Dice per esempio Giacomo Stucchi, parlamentare, bergamasco, da sempre considerato vicino a Maroni: “Si può conciliare tutto. Si può conciliare anche il federalismo con l’interesse complessivo sul territorio”, dunque la Lega padana e quella Nazionale, dice lui (a proposito: pare che Salvini abbia fatto registrare un nuovo simbolo elettorale). Ma si può anche conciliare il programma di uscire dall’euro con l’alleanza del centrodestra, con Berlusconi che intanto fa l’europeista? “E’ un aspetto da affrontare e discutere con i possibili alleati”, risponde Stucchi, quasi accennando alla mossa dello slalom intorno alla domanda delle domande. E l’arte di non rispondere, si sa, è altra cosa da quella di dichiarare il falso.

 

Ma i livelli locali della Lega vogliono governare, sono stati educati da Bossi a trasformare la politica, la propaganda, le sparate anche quelle più eccessive – i fucili, il Dio Po, il vilipendio alla bandiera e le sgrammaticature istituzionali – in sapienza amministrativa, in potere reale. E dunque, qui e là, tra mille timidezze, speranze e persino scommesse sul fondo “pragmatico” di Salvini, si sentono tutti sbattuti non si sa più da quale risacca politica quando intercettano, da parte del segretario e dei suoi consiglieri, ammiccamenti e strizzatine d’occhio nei confronti del cosmo grillino: non solo l’euro, ma anche il reddito di cittadinanza, che Salvini ha ricopiato dal programma di Beppe Grillo. “Maroni cercherà il più possibile di portare Salvini su altre posizioni. Realistiche”, suggeriscono loro. E allora ricordano tutti i patti con la realtà che Salvini, fingendo di non vedere, ha siglato in questi ultimi anni: la coalizione in Lombardia, le alleanze con l’odiato Alfano in Liguria, e poi tutti i comuni del nord che si reggono intorno a rapporti di forza che ricalcano esattamente la composizione del centrodestra vecchia maniera: tutti dentro, tutti insieme per governare. “Alla fine persino Salvini riesce a essere pragmatico”, dicono alcuni tra i suoi avversari, forse esprimendo un auspicio. Ma questa è anche la speranza di Berlusconi, che intanto risponde alla baldanza aggressiva di Salvini, alla sua umoralità stizzosa, con tutta una serie di sfruculiamenti, di fumogeni, di prese in giro, di provocazioni e di ammiccamenti da volpone non solo della politica ma anche delle debolezze umane: la simpatia manifesta per Luca Zaia e gli incoraggiamenti interessati al suo vecchio amico Bossi (“Bossi lascia la Lega”, era il titolo, ieri, sul Giornale di famiglia). E il Cavaliere vuole portare Salvini a stringere un’alleanza, ma si trova per le mani un’anguilla con i denti aguzzi. Così rimescola a piene mani nel tramestio della Lega, lascia capire che una scissione non sarebbe male, mentre l’altro, Salvini, gioca la sua partita inafferrabile lasciando che i suoi uomini, quelli che ai tempi di Bossi non esistevano, accarezzino la vaghezza di un rapporto speciale con il Movimento cinque stelle: “Le Pen ha perso solo perché il fronte No euro si è diviso. Noi possiamo stare anche tutti insieme. Da Fratelli d’Italia al Movimento cinque stelle”, dice Borghi. Con il proporzionale tutto è possibile. Anche il vecchio, vecchissimo e acrobatico appoggio esterno. Governo a cinque stelle, con l’astensionesione tattica della Lega. E qui però viene un dubbio, che sfiora anche Salvini: Maroni adesso tende la mano, si acconcia ad amministrare la minoranza del partito e a scendere a patti. Avrà i suoi parlamentari. Ma una volta eletti, se il progetto è questo, con chi staranno? 

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