Prodigi demagogici. La Camera si trasforma in un bivacco di gitanti

Contro la retorica anticasta Montecitorio sceglie di diventare un museo. Una mostra al mese. Quell’avvertimento di Gramsci

Prodigi demagogici. La Camera si trasforma  in un bivacco di gitanti

Foto di roncoa via Flickr

A un certo punto, nel quaderno 22, con la sua calligrafia minuta e perfetta, Gramsci riporta il passaggio di un autore inglese che ha appena letto, mentre se ne stava chiuso nella sua cella: “Quando le cose vanno male nella struttura sociale di una nazione, a cagione della decadenza nelle capacità fondamentali dei suoi uomini, due distinte tendenze sembrano sempre rendersi rilevabili: la prima è quella di interpretare cambiamenti, che sono puramente e semplicemente segni della decadenza e della rovina di vecchie e sane istituzioni, come sintomi di progresso…”. E allora, mentre si scorrono le fitte pagine dei Quaderni, in questa mostra voluta dall’istituto Gramsci e dal tesoriere dei Ds (l’ultimo comunista d’Italia), cioè Ugo Sposetti, percorso più volte il corridoio dei busti di Montecitorio – tra De Gasperi e Matteotti, Giolitti e De Pretis – insomma dopo aver lungamente ascoltato il commesso donna (o la commessa?) parlare al telefonino mentre sgranocchia biscotti in fondo alla stanza (“eh sì, e che ti devo di’… anche mio figlio…”), risulta inevitabile constatare, con un misto di sorpresa e di divertimento, l’attualità di queste righe datate 1926. Sono infatti le due del pomeriggio, un sole inesorabile picchia sulla piazza, e al di là dell’obelisco, nelle eleganti geometrie settecentesche, le “provvisorie” (dunque definitive) transenne in metallo lucido riflettono il puro orrore dell’esistenza: una carovana di bambini in lacrime, di vecchie con la palpitazione e di gitaioli in sandali si appresta a entrare alla Camera che, senza bisogno di riforme costituzionali, è da tempo diventata un museo. Una natura morta. Non si sa bene se cominciò Bertinotti, o Fini, ma con Laura Boldrini la cosa ha preso un andamento definitivo. La presidente non solo ha trasformato il Palazzo in un’installazione – ci sono i busti dei politici femministi dell’800 e una sala “delle donne” – ma si è abbandonata alla filosofia delle “porte aperte”. Così c’è quasi una mostra al mese. Attività che rientra nella sacra categoria delle iniziative sociali. Vocabolo di quelli davanti ai quali bisogna levarsi il cappello come al passaggio di un funerale.

 

E la mostra dei Quaderni fa pensare che a Sposetti, e alla fondazione Gramsci, dovrebbero dare un museo vero, un museo dove far confluire tutto: i quaderni originali e i libri che Gramsci leggeva e annotava in carcere, la cultura e le testimonianze, tutto insieme a quel patrimonio che ancora i Ds posseggono, e non mostrano: le pipe di Bruno Trentin, i busti di Lenin e di Togliatti, le tessere e le bandiere, il mobilio e i carteggi, la cultura e il sentimento del Pci. Ma che c’entra il Parlamento, con la sua folla di visitatori incongrui, spinti a passare da Gramsci alla “sala delle donne”, dove Boldrini ha fatto imprimere sotto la fotografia intensa del volto di Tina Anselmi – che mai aveva usato questo neologismo – la parola “ministra”?

 

La musealizzazione del Parlamento è una botola del luogo comune. I gitanti entrano, e poiché non possono girare liberamente per i corridoi, gettano subito un occhio cupido e rancoroso alla tabaccheria della casta (se solo sapessero che si vendono anche sigari lussuosi…). La conquista del bagno – che permette di estendere lo sguardo sulle lampade verdi della sala lettura – dà luogo a sbracciamenti selvaggi, abiette suppliche, eroismi da medaglia al valore. I più intraprendenti cercano infatti di sfuggire ai commessi per farsi una passeggiata in Transatlantico. E delle mostre, ovviamente, non frega nulla a nessuno. Al contrario questo svicolare, questo gettare lo sguardo cipiglioso sui giornalisti scambiati per odiosi parlamentari, esprime sfida e coraggio turistico, la temerarietà che si celebra con un selfie di straforo. E la verità è che il meccanismo delle porte aperte, la musealizzazione del Parlamento come risposta ai demoni dell’anticasta, ha il volto goffo della demagogia e della decadenza istituzionale spacciate, come diceva Gramsci, appunto, per progresso. Come se la risposta all’imbonimento e alla sordità della politica, la risposta ai tribuni vocianti del blog, non possa essere semplicemente un Parlamento che fa il suo mestiere, cioè delle buone leggi.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    06 Maggio 2017 - 08:08

    Caro Merlo, se lo lasci dire da un vecchio che ne ha lette tante, Lei è nell'animo un aristocratico e un conservatore. E merita l'ammirazione di tutti quelli che non si nascondono che gli umanissimi tanti "che te devo dì" delle commesse e dei commessi, che sorvegliano con occhio distratto il piccolo gregge dei turisti, fanno parte delle tante piccole tessere che contribuiscono alla non invidiabile situazione nazionale.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Maggio 2017 - 00:12

    Caro Merlo, con il rispetto dovuto ad Antonio Gramsci, en passant, un suo omologo moscovita sarebbe finito in un gulag siberiano, altro che Turi e la clinica degli ultimi anni, ci voleva un autore inglese? Non conosceva Protagora? “L’uomo è la misura di tutte le cose che sono, in quanto sono …” Bene chiarire, Protagora nell'uomo non faceva pelosa distinzione tra homo faber e homo d’intelletto, per cui in quel “di tutte le cose” ha posto anche ogni azione dell’intelletto. Non è polemica, ma costatazione, quella che rifiuta di portare il cervello all'ammasso. L’acuta, dissacrante, reale descrizione dei comportamenti delle masse che visitano, rende bene l’idea di cosa le stesse intendano per “Parlamento sovrano”. Non dobbiamo dimenticare che, retorica a parte, Montecitorio è il luogo dove è nato, cresciuto e s'è consolidato il “parlamentarismo all'italiana” Modus operandi che richiama il mercato delle vacche. Laura Boldrini non è difforme dallo stesso. Anzi ne fa il suo Museo.

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