Contro il partito dei banalizzatori

Dalla Francia, all’Italia: responsabilità delle élite nella proliferazione del qualunquismo populista

Contro il partito dei banalizzatori

Foto LaPresse

Su Repubblica di ieri, l’ex direttore Ezio Mauro si è chiesto, smarrito, come sia possibile che in Francia esista una sinistra incapace di prendere una decisione chiara rispetto a una scelta sulla quale, in teoria, non dovrebbe esserci alcun tentennamento e alcuna titubanza. La scelta, naturalmente, riguarda il ballottaggio di domenica prossima, tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen, e Mauro denuncia il fatto che, in Francia, esistono molti intellettuali, blogger, filosofi, storici, sindacalisti che “hanno già fornito la giustificazione teorica a questo tradimento repubblicano che ha come posta in gioco visibile il palazzo dell’Eliseo ma in realtà arriva a intaccare le fondamenta dello spirito democratico francese”.

 

L’ex direttore di Repubblica coglie un punto importante ma non va fino in fondo al suo ragionamento, evitando così di spiegare le ragioni culturali della banalizzazione del populismo. Mauro non lo fa anche perché quel ragionamento, duro, lo avrebbe costretto a mettere a fuoco un tema con il quale oggi molti intellettuali della sinistra (e non solo di quella francese) devono fare necessariamente i conti, quando si parla di populismo. Forse potremmo metterla così: ma siamo proprio sicuri che “il tradimento repubblicano” sia figlio di un semplice errore di valutazione di una parte dell’elettorato in teoria illuminato e non sia invece la conseguenza naturale di ciò che un pezzo importante della sinistra ha seminato con coerenza per molti anni? Detto in altre parole: siamo sicuri che, in tutta Europa, gli intellettuali di sinistra che oggi attaccano con editoriali di fuoco i banalizzatori del populismo non abbiano una certa responsabilità nell’aver fertilizzato il terreno dal quale i populisti raccolgono oggi i loro frutti prelibati?

 

In Francia, la convergenza naturale tra un pezzo dell’elettorato di Mélenchon (e speriamo sia solo quello di Mélenchon) e l’elettorato di Le Pen (e speriamo bene con gli elettori di Fillon) è una sorpresa solo fino a un certo punto e non ci si può stupire se esiste una sinistra anti mercatista che si sente rappresentata più da una destra che vuole chiudere le frontiere della modernità (merci, persone) che da una sinistra che non rinnega la globalizzazione e che anzi prova a governarla, a rilanciarla e persino a migliorarla. Da questo punto di vista, dunque, non si può dire sia una sorpresa che in Francia una sinistra illiberale che si è sempre rifiutata di mettere in discussione tabù come le 35 ore (che come sapete corrispondono al nostro articolo 18) si senta più a disagio di fronte a un leader alla Macron che a una leader come la Le Pen. E d’altro canto sorprende fino a un certo punto l’equidistanza tra i due candidati coltivata e professata dalla Conferenza episcopale francese (denunciata ieri anche dal Monde), testimoniata anche dalle parole un po’ scoordinate (a proposito di banalizzazione) offerte qualche giorno fa da Papa Francesco sul ballottaggio francese: “So che uno dei due candidati è un rappresentante della destra forte, ma l’altro, davvero, non so da dove venga e per questo non posso esprimere un’opinione netta”. Tutto questo, per stare alla conferenza episcopale, non sorprende perché se trasformi la lotta alla globalizzazione selvaggia (e al capitalismo barbaro) in una priorità della dottrina sociale della chiesa alla fine le tue idee sono destinate a incrociarsi inevitabilmente anche con ideologie apparentemente distanti dalle tue (la paura del mercato straniero, della globalizzazione, porta inevitabilmente alla legittimazione delle forze politiche che giocano più in generale con la paura dello straniero, ma su questo tema vi rimandiamo al Foglio di lunedì prossimo).

 

In un delizioso libro pubblicato pochi mesi fa in Italia da Mimesi, “Verso l’estremo”, due sociologi francesi di talento, Luc Boltanski e Arnaud Esquerre, hanno spiegato, con anticipo sulle elezioni presidenziali, perché una sinistra che non accetta fino in fondo le logiche di mercato è destinata a spianare la strada ai movimenti populisti.

 

“La sinistra critica – scrivono gli autori – ha cercato di ricompattarsi raffigurando il neoliberalismo come il proprio nemico principale. In questo modo, si è immersa nella configurazione ideologica dell’estrema destra e da quel momento in poi la critica al neoliberismo è diventata una critica alle società moderne e all’interno di quella configurazione ideologica il tutto si è caricato di significati nazionalisti”. Torniamo dunque alla domanda di cui sopra: ma siamo sicuri che il tradimento sia così casuale e non sia invece la conseguenza naturale di ciò che un pezzo importante di sinistra ha seminato con coerenza per molti anni? La risposta è ovvia, no?

 

A voler proiettare la questione appena trattata in Italia, il tema dei banalizzatori del populismo risulta altrettanto preoccupante almeno per due ragioni di carattere più culturale che economico.

 

La prima ragione riguarda proprio l’identità della sinistra (o della vecchia sinistra) e verrebbe da chiedersi (e verrebbe da chiederlo anche a Ezio Mauro) se coloro che per una vita hanno educato un paese (il nostro) a essere indulgente con la cultura del sospetto (e della gogna) possono dirsi completamente non responsabili rispetto alla proliferazione di un movimento politico anti democratico (avete capito di chi stiamo parlando) che ha trasformato la cultura del sospetto (e la gogna) in una formidabile arma di distruzione di massa.

 

La seconda ragione è più generale e riguarda la scelta di un pezzo importante della nostra opinione pubblica, e della nostra classe dirigente, che ha deciso in modo incredibile di non combattere alcuna battaglia per denunciare con costanza il progetto eversivo di un movimento politico (avete capito quale). Questa scelta (a proposito di banalizzazione) non porta solo a sottovalutare la proliferazione (e la legittimazione) di un movimento politico che prova a veicolare attraverso la fuffa della democrazia diretta un nuovo seme di autoritarismo, ma porta anche a sposare in modo pressoché totale l’agenda delle priorità messe in campo dalle forze populiste (vitalizi, anti casta, costi della politica). Il mercato del malumore e della paura non nasce così per caso – tanto in Francia, quanto in Italia – ma nasce perché qualcuno ha scelto deliberatamente di investire, anni fa, su quelle azioni. In Francia molte di queste contraddizioni stanno emergendo alla luce del sole, e speriamo che non sia troppo tardi. In Italia ci sarebbe in teoria ancora tempo per smetterla di inseguire il mercato del malumore e cominciare a educare gli elettori (e i lettori) sulle vere priorità di un paese. Ma tutto questo non accadrà mai se coloro che hanno asfaltato la strada sulla quale viaggia il tir populista non si accorgeranno, per primi, degli errori fatti nel passato.

 

I banalizzatori del populismo, in Italia, proliferano come le fake news (e come le bufale sui vaccini) e domenica prossima una vittoria di Macron sarebbe importante anche per questo: per dare finalmente coraggio ai patrioti dell’europeismo e scuotere quegli intellettuali, blogger, filosofi, storici, sindacalisti che forse involontariamente (forse) stanno preparando il terreno a un tradimento repubblicano che ha come posta in gioco visibile il governo di un paese ma che in realtà arriva a intaccare le fondamenta dello spirito democratico del nostro paese. E forse, prima che sia troppo tardi, conviene svegliarsi anche in Italia.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Maggio 2017 - 19:07

    Al direttore – De bello universale - Ovvio, gli orientamenti prevalenti del "sentire" della masse sono determinati, costruiti e adattati dalle élite. La vera, autentica, millenaria lotta per il “potere”, è, ed è sempre stata, tra élite. Poiché la potenza delle singole èlite deriva da “quanto popolo” riescono, il come è una variabile indipendente, a portare dalla loro rispettiva parte, il cerchio si chiude. La cultura di massa esige la banalizzazione. E’ talmente vero che tutte le parti vi attingono. Credere che solo Macron non lo faccia, è strabica lettura. Capisco bene, non vengo da Saturno, che quanto ho evidenziato possa non piacere a nessuno. Ma è così.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    05 Maggio 2017 - 13:01

    Caro Claudio . Nel tuo libro “Le catene della sinistra” era chiaro, se lo leggevi accantonando gli spunti emozionali, che l’area di sinistra, cioè i suoi intellettuali organici, erano schiavi di quella che possiamo definire “la sindrome dell’ottuso opportunismo ideologico di casta”. Il perché oggi si parli di traditori, di contrapposizioni culturali e dell’uso del lemma “populista” nel senso dispregiativo, cui anche il Foglio strizza l’occhio, è la conseguenza della sindrome. Inutile, anzi patetica la distinzione semantica tra popolo e populismo. Il soggetto è lo stesso. Se vogliamo unirlo alla libertà di scelta, le sie decisioni saranno tutte, popolari, mai populiste. Oppure tutte populiste, mai popolari. Il nodo è nell'attuale modo di confezionare e somministrare l’informazione: l’eterno scontro ideologico tra l’individuo e il collettivo. Semplifico, certi editoriali e interventi sul Foglio, mi appaiono più orientati al collettivo che all'individuo. Gli amici del Foglio? perplessi.

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  • carlo.fusaro

    05 Maggio 2017 - 11:11

    Potevi dire di più. Potevi ricordare (anche se l'hai fatto in passato) la campagna ossessiva del maggior quotidiano nazionale il "Corriere" sui temi grillini ed oggi (oggi? da un paio d'anni) la campagna altrettanto pervicace e sostanzialmente disonesta (perché in parte non aperta, non trasparente) contro Renzi e contro il PD: causa di TUTTI i mali; crescita inadeguata; buona scuola non buona (ma Abramavel non scrive sul Corriere?); con primarie da fare schifo; leader inadeguato e ossessionato dal potere; che non fare la bellissima legge elettorale che tutti - senza Pd - avrebbero fatto in settimane; che mantiene le province e il CNEL... ooops! Ma non era l'abolizione nel referendum bocciato e fatto bocciare da questa gente? E' lì caro direttore la riprova e la responsabilità maggiore: aver fatto fallire l'unico tentativo con qualche possibilità di successo di trasformare la nostra in una democrazia governante. Che costoro NON vogliono affatto.

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  • lorenzolodigiani

    05 Maggio 2017 - 10:10

    Caro Cerasa, siamo ancora al cospetto del partito dell'apertura e di quello della chiusura che hanno rimpiazzato, di fatto, destra e sinistra. Il primo contiene democratici e liberali di tendenza moderata, globalista con "juicio", il secondo la sinistra alla Melanchon e Corbin, nonche' la destra di stampo lepenista. Domenica prossima sarebbe molto importante la vittoria di Macron, ma lo sarebbe altrettanto la sconfitta di Le Pen.

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    • mauro

      05 Maggio 2017 - 11:11

      Stai tranquillo, caro Lorenzo, Macron vincerà, E ti confesso che a me, che vivo in Francia senza aver rinunciato alla cittadinanza italiana, che la Le Pen non ce la faccia sta, egoisticamente, bene. Il comune dove vivo, casualmente in amministrazione lepenista, mi ha già raddoppiato le tasse locali. Ma permettimi lo stesso, l'onore delle armi, di spezzare una lancia a favore dello "stampo" della destra lepenista contro lo "stampo" del politicamente corretto. Che ritengo abbia una valenza ben più catastrofica per l'Europa tutta, dell'altro stampo. Quando il futuro farà la sua scelta tra gli stampi io non ci sarò, se ci sarai tu magari poi mi vieni a raccontare nell'al di là chi ha avuto ragione. Ciao.

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      • lorenzolodigiani

        05 Maggio 2017 - 15:03

        Caro Mario, ti definisci epigono di un antisinistrismo montanelliano ( la sinistra allora non era Renzi) e questo, per me, rappresenta uno stampo piu' che valido. Sono d'accordo con te, Macron va un po' "scompigliato". Ma non si può avere tutto. Se vincera' berro' una coppa di champagne, spero lo faccia anche tu. Ciao.

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        • mauro

          05 Maggio 2017 - 18:06

          Lo champagne lo bevo volentieri indipendentemente da Macron e da Le Pen. Ma tu, mi raccomando , vieni a trovarmi nell'al di là.

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