Antonio Campo Dall'Orto (foto LaPresse)

Politica al pascolo Rai

Salvatore Merlo

I renziani vogliono sfiduciare CDO. Mattarella lo difende, ma la rivoluzione è fallita e comandano sempre i partiti

Roma. “È da quando sono in Rai, trent’anni, che aspettiamo Prometeo, il titano che ci liberi dal giogo della lottizzazione”. E ancora non s’è visto. Dirigenti e impiegati infilano il pass nella fessura e si tuffano nel palazzone di Viale Mazzini dov’è impossibile aprire le finestre, perché il costruttore non ha previsto l’aria fresca, e dove non è più possibile nemmeno spostare le pareti e modificare gli interni, come vorrebbe l’originaria struttura “modulare”, perché si è scoperto che tra un piano e l’altro c’è l’amianto. Nessuno dunque può abolire una stanza o spostare una parete, così come nessuno può cambiare le regole del gioco, l’eternità di foresta della televisione di stato: c’è il partito Rai e ci sono i partiti politici, c’è la nera pozza del consiglio di amministrazione, c’è quell’istituto tardo sovietico chiamato Vigilanza e ci sono le tante mani sul carrozzone.

 

Dunque tutto è immobile. Sempre uguale a se stesso. E così ora, ancora una volta, attorno ad Antonio Campo Dall’Orto, il Prometeo che avrebbe dovuto realizzare la rivoluzione, intorno al destino del direttore generale che avrebbe dovuto “mettere i partiti fuori dalla Rai”, si gioca l’ultima impaludata partita di potere, di corrente, di lobby e di sottogoverno. Sempre la stessa storia. Luca Lotti, con il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli, e il resto del gruppo renziano, sono disposti a rimuovere il direttore generale, soffiano nelle orecchie dei consiglieri di amministrazione – che sono le solite ancelle della politica finite in Rai per compensazioni, redistribuzioni e partite di giro – dunque ipotizzano clamorosi atti di sfiducia nei confronti di Campo Dall’Orto, che ha tuttavia a sua difesa il Quirinale e pare anche il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. Mentre a Palazzo Chigi, dov’è quietamente installato Paolo Gentiloni, si fa esercizio di cautela e di pragmatismo, anche cinico: manca poco alle elezioni, perché aprire proprio adesso l’intricato dossier Rai?

 

E come ben si vede, la Rai è una sostanza isolata che basta a se stessa. In un certo senso la sua divisione in sfere d’influenza e vassallaggi politici, tutta la sua struttura interna, si rivela di una semplicità perfetta ma immutabile, anche al tempo di Renzi, che investì Campo Dall’Orto, ma forse senza crederci, di un incarico ambizioso, quello di entrare nello squallore calligrafico di Saxa Rubra e di Viale Mazzini con la spontaneità dell’ariete che tutto travolge. Ma la grande rivoluzione presentata con i tuìt “meno partiti in Rai” e “aboliremo la Vigilanza” si è trasformata, per congiura tra parola e azione ai danni dell’intendimento, nella foresta di trabocchetti e agguati nella quale il nuovo direttore generale è stato fatto precipitare dai suoi stessi committenti, e sin dal momento in cui si presentò, un anno e mezzo fa, con una squadra che violava le regole della corvée partitica.

 

La corsa per la successione

Appena arrivato cambiò infatti l’ottanta per cento dei vertici apicali, e senza accettare “consigli”: nuovo direttore del personale, nuovi direttori di rete, nuovo direttore della finanza, delle relazioni esterne, degli affari legali, del digitale e poi la struttura dell’informazione affidata a Carlo Verdelli, non un vigile urbano delle news, ma l’autore di un piano editoriale lungo due tomi (appendici comprese) che smontava quella roccaforte dei partiti che sono i Tg regionali. E infatti da subito destra e sinistra si sono unite in un bombardamento quotidiano. Persino negli uffici del sottosegretario alle comunicazioni si lamentavano, “quello non risponde al telefono”. E il fatto è che la politica, in Rai, va al pascolo. Il benvolere del Consiglio di amministrazione, senza il quale non si controlla l’azienda, lo si conquista invitando a pranzo, facendo carezzine, nominando un vicecaposervizio qui e un capostruttura là. E l’errore di Campo Dall’Orto è stato forse quello di credere alla missione che gli era stata affidata, quando invece, evidentemente, non si possono tratteggiare linee dritte in un cosmo obliquo. Così adesso dicono che il direttore generale “o capisce, o lo mandiamo via”. Ammesso che non sia lui a prendere cappello. Disgustato. E poiché nulla cambia, ovviamente è già cominciata la corsa ad accreditarsi per la successione, che se ci sarà sarà interna, una successione cui ambisce anche la presidente Monica Maggioni. Ma di lei i renziani si fidano poco. E allora il gioco riparte, tra richiami, scambi e imbonimenti. “E’ da quando sono in Rai, trent’anni, che aspettiamo Prometeo, il titano che ci liberi dalla lottizzazione”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.