Morando dice sì al Memorandum riformista del Foglio (con un ma)

Il viceministro dell'Economia spiega come contrastare il pericolo grillino, il sovranismo anti-euro, le fake news del protezionismo autarchico. "Forza Italia ha la forza di dire no a un referendum sull'Euro?"

Morando dice sì al Memorandum riformista del Foglio (con un ma)

Enrico Morando (foto LaPresse)

Roma. “Sì, il memorandum anti-peronisti del Foglio mi trova d’accordo nel merito, ha una valenza politica molto forte. Ma ho da eccepire sul preambolo, cioè che le forze responsabili firmino un accordo pre-elettorale sui punti per tenere il paese in Europa rilanciandone contemporaneamente la crescita”. Enrico Morando, viceministro dell’Economia (Pd), condivide la richiesta di questo giornale ai partiti, e quindi Pd e Forza Italia in primo luogo, di impegnarsi formalmente a contrastare il pericolo grillino, il sovranismo anti-euro, le fake news del protezionismo autarchico.

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“Però”, osserva, “l’accordo non può essere raggiunto prima; non ci sono le condizioni”. Morando nota che neppure in Francia, dove l’arc républicain esiste, i candidati all’Eliseo sottoscrivono alleanze al primo turno, e spesso neppure al ballottaggio. Morando chiarisce che non vuole svicolare dal problema di un accordo di coalizione, “anche se è soprattutto il Pd a dover recuperare la vocazione maggioritaria, e anche con la legge attuale il 40 per cento resta possibile se si torna a parlare ed agire oltre lo spazio della sinistra”. Ma poi c’è, aggiunge, il secondo contraente: “Forza Italia, la cui vocazione europea non è in discussione, e che ha possibilità concrete di vincere le elezioni alla guida del centrodestra. Deve però dire senza ambiguità che non governerà con nessuno che chieda un referendum per l’uscita dall’Europa”. A giudizio di Morando se la vittoria dei grillini avrebbe fin dal primo minuto un effetto catastrofico per l’Italia, la situazione non cambierebbe di molto con la Lega nel formato di Salvini e dintorni sovranisti.

 

“Ci tocca”, dice, “far tesoro di ciò che ha appena spiegato in modo esemplare Yanis Varoufakis: per quanto lunghi possano essere i tempi dello sganciamento dall’Europa, la semplice ipotesi di questa uscita nei programmi di un partito vincitore viene immediatamente recepita dal mondo, cioè da governi, istituzioni e mercati, e dai capitali domestici che fuggono”. Con una differenza rispetto all’Italia del 2011 e alla Grecia di Tsipras del 2015: “Allora la prospettiva era di una crisi dell’euro. Ora sarebbe di una crisi esclusivamente dell’Italia. Dopo che si è capito che non sarà il debito greco a far collassare la moneta unica, dopo la sconfitta dei populisti in Olanda, dopo l’esito auspicabile del ballottaggio francese, e dopo che le elezioni in Germania avranno, come credo, provocato solo riposizionamenti all’interno della coalizione, l’Italia resterà il solo caso aperto. A quel punto i rischi non saranno più comuni ma tutti e solo nostri”.

 

Detto questo il viceministro condivide tutti i punti proposti dal Foglio. “A cominciare dal debito pubblico che va ridotto senza scorciatoie choc. Queste fruttano soldi all’inizio e placano un po’ i mercati, ma intanto i capitali liquidi se ne vanno e creano l’alibi all’andazzo della spesa pubblica. Per ridurre il debito bisogna procedere gradualmente ma con decisione, con il trend di aumento, che conta più del volume, che si è fermato e che va fatto invertire. Il che significa riavviare le privatizzazioni effettuate nel 2015 e interrotte nel 2016 per evitare svendite”. Morando non è convinto dell’“operazione Capricorno” per portare quote di aziende del Tesoro in Cdp e poi collocare parte di quest’ultima: “I mercati non ne capirebbero la razionalità, soprattutto del primo passaggio. Se ci sono aziende privatizzabili, e ci sono, le si privatizzi. Più dell’entità dell’abbattimento del debito conta la volontà. Cioè la reputazione del paese”. Di questa fa parte anche la spesa pubblica, e il capitolo pensioni che va chiuso senza più intaccare la riforma Fornero: “Parlano le cifre. Nel 2009 la previdenza costava 231,4 miliardi di spesa pubblica, 265 nel 2016 e 278 nel 2017. La dinamica si stabilizzerà, intanto è più forte della spesa del personale che era di 171,7 miliardi nel 2009 ed è scesa a 164,1 nel 2016”.

 

Quanto alla richiesta di ridurre le ore che una piccola e media impresa impiega per presentare le dichiarazioni fiscali, “il problema è quello, il costo del pagare le tasse. Anziché discutere di aliquote Iva”, dice Morando, “si imponga, in accordo con le aziende, l’obbligo di fatturazione elettronica. Perché proprio nell’Iva c’è la maggiore evasione, e quindi lo spazio per trovare risorse e ridurre Irpef e costo del lavoro. Cioè i trampolini della crescita”. Il Foglio chiede anche di allineare le leggi sul lavoro pubblico e privato, e Morando è d’accordo: “Se il Jobs Act non ha potuto essere applicato all’amministrazione pubblica, si dia piena attuazione alla riforma Madia che prevede parametri di merito precisi per gli stipendio, e anche il licenziamento di chi non fa il suo dovere. Scuola compresa, dove il traguardo è di arrivare, come all’estero, alla valutazione esterna di licei e università, altro che statalismo di ritorno”.

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    22 Aprile 2017 - 19:07

    L'adesione di Morando e' confortante. Le sue osservazioni sono ragionevoli e condivisibili. E' opportuno chiedere chiarezza al centro destra che non può condividere le posizioni anti euro ed antieuropee di Salvini.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Aprile 2017 - 18:06

    Al direttore - Morando pone un quesito logico. Ma sappiamo bene che la scelta di FI dipenderà solo da "dove e con chi sarà e da chi ne sarà il Capo" al momento di farla. Caro Claudio, non si scappa, la scelta razionale sarebbe rifiutare l'idea del referendum. Quella "politica", ben lo sai, è altro.

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  • giantrombetta

    22 Aprile 2017 - 09:09

    Caro onorevole Morando, da quanto leggo solo lei ed i suoi colleghi di partito continuate a sostenere che la riforma Madia riformi qualcosa. E nel frattempo svuotate i contenuti riformatori del jobs act . Quanto alla riforma della buona scuola visti i provvedimenti elettoralistivi e controriformisti del nuovo ministro sindacalista i passi indietro non si contano rispetto alle mille promessse del primo Renzi che tanta attenzione e molte speranze avevano suscitato in chi crede nelle riforme di ispirazione antistatalista.

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  • giantrombetta

    22 Aprile 2017 - 09:09

    C'è un'antica litania che continua ad ammaliare la nostra sinistra, che quando non sa o non vuol fare le scelte ineludibili se la cava con il mantra: potrei essere anche d'accordo, ma non ci sono le condizioni. Come se le condizioni dipendessero dai marziani.

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