Contro l’Europa delle canaglie

Perché la difesa del Trattato di Roma oggi è un banco di prova importante per dimostrare di saper distinguere tra democrazia e nuovo totalitarismo

Contro l’Europa delle canaglie

Dopo le elezioni olandesi la sfida elettorale si sposta in Francia per la presidenza della Repubblica; nella Repubblica Ceca a giugno, in Germania in autunno per le elezioni politiche (foto LaPresse)

La situazione politica è confusa, priva di “pensieri forti’’, condannata ai personalismi, popolata di piccoli rettili che strisciano laddove pascolavano, prima della loro scomparsa, i grandi sauri. Ma è in questi casi che occorre orientarsi sui valori essenziali, semplici e chiari, come fecero le generazioni del XX secolo quando c’era da scegliere tra fascismo ed antifascismo, tra democrazia e totalitarismo, tra segregazione ed eguaglianza dei diritti, tra colonialismo ed autodeterminazione dei popoli, tra libero mercato e statalismo. Oggi le scelte da compiere sono altrettanto nette e riguardano alternative precise sulle quali, come diceva Napoleone, “on s’engage et puis on voit’’. Si tratta di scegliere tra globalizzazione o protezionismo; integrazione europea o “sovranismo’’; l’euro o il ritorno alle monete nazionali; accoglienza – nella sicurezza – o xenofobia. Queste opzioni fondamentali si riverberano anche sulle istituzioni.

 

Non è un caso che nell’immediato dopoguerra l’Italia non decise soltanto di appartenere all’alleanza delle democrazie occidentali, ma di orientarsi pure verso l’economia di mercato (grazie anche al Piano Marshall). La ricostruzione e la riconversione dell’apparato produttivo – minato dall’ingessatura provocata dall’autarchia e dalle distorsioni imposte dalla produzione bellica – si rivolsero ai beni di consumo durevoli per i quali era forte la domanda sui mercati internazionali. Furono poste, così, le premesse per quella vocazione alle esportazioni che ha qualificato il nostro apparato produttivo e ne ha consentito la tenuta anche nelle fasi più difficili della nostra storia. Economia e politica si tengono l’una con l’altra, come le libertà politiche e civili si tengono insieme con quelle economiche. Ecco perché, adesso, i “sovranprotezionisti” mettano in discussione non solo il libero mercato e la globalizzazione, ma anche la Nato e l’Unione europea che, pur con i loro limiti e difetti, sono le istituzioni che hanno garantito e garantiscono sia le libertà economiche che quelle politiche, perché sono fondate su medesimi valori. Non è un caso che lo slogan veterocomunista “fuori l’Italia dalla Nato e fuori la Nato dall’Italia’’ oggi lo abbiano ereditato i “grillini’’.

 

Dopo le elezioni olandesi la sfida elettorale si sposta in Francia (ad aprile) per la presidenza della Repubblica; nella Repubblica Ceca a giugno, in Germania in autunno per le elezioni politiche. In Italia non si andrà oltre i primi mesi del prossimo anno. In queste competizioni elettorali saranno, di nuovo, in campo delle formazioni populiste, antieuropee, più o meno xenofobe, e contrarie alla moneta unica, che raccoglieranno significati consensi, anche laddove non vinceranno; e che, non solo allargheranno la loro rappresentanza parlamentare, ma influenzeranno le stesse scelte degli altri partiti, sul piano dei contenuti programmatici. Le forze politiche storiche soffrono di una “sindrome di Stoccolma’’ nei confronti dei movimenti eversivi che, di volta in volta, si affermano nelle società; e lo fanno fino al punto di mettersi a competere sul medesimo terreno nel tentativo di condividere parte del loro consenso. Senza risalire ai rapporti con il Pci, da noi è stato così con la Lega Nord e con le sue istanze separatiste. Tutti i partiti si infilarono – purtroppo – nel tunnel di un’idea salvifica del federalismo, che ha portato soltanto all’infortunio istituzionale della riforma (ad opera del centro sinistra) del Titolo V della Carta costituzionale. Poi è stata la volta dell’antipolitica. Per mettersi in sintonia (vedi il Bersani che auspica alleanze con il movimento 5 stelle) con chi stava avvelenando i pozzi del vivere civile, i partiti hanno cominciato a cavalcare l’onda della contestazione al c.d. establishment (con maggiore accanimento per quello della Ue).

 

La grillizzazione degli spiriti è una sciagura che va oltre i talk-show

I voucher ritirati, i costi della politica, l’anti europeismo, la sottomissione al conservatorismo populista e altri segnali da cogliere in fretta per non trasformare l’Italia nella vera pecora nera del populismo europeo

I conduttori dei talk show sono diventati dei profeti dello sfascio, dei persecutori degli scandali (veri o presunti non fa più differenza) anche a costo di rappresentare una società che, con quei tratti disperati, esiste solo nei loro servizi. In verità, i tradizionali e secolari confini tra destra e sinistra o non esistono più o non sono più in grado di evitare la contaminazione delle idee del populismo. Anche i ceti sociali che facevano riferimento ai partiti progressisti o conservatori oggi somigliano alle balene che perdono l’orientamento e si arenano sulle spiagge. Spesso le classi lavoratrici sono diventate la nuova base elettorale delle forze populiste (ne è dimostrazione anche il crollo socialista in Olanda), le quali promettono – nell’ambito di politiche isolazioniste, protezioniste e sostanzialmente xenofobe – il ripristino di quelle tutele e garanzie, messe in crisi dai processi economici e sociali connessi alla globalizzazione. La sfida planetaria aperta tra internazionalizzazione dell’economia, libertà e integrazione dei mercati, da un lato, e neoprotezionismo, dall’altro, nel vecchio continente si traduce in un confronto decisivo tra europeisti e “sovranisti”.

 

Questo scontro non ha soltanto un profilo di carattere istituzionale e culturale, ma si riversa immancabilmente sulle politiche economiche e del lavoro, in cui è più marcata e significativa la convergenza dei populismi di destra e di sinistra; al punto da influire anche sulle scelte dei partiti “storici”. In sostanza, è la demagogia a tenere banco, contro l’equilibrio dei bilanci pubblici, la sostenibilità dei sistemi di welfare: quelle condizioni che dovrebbero essere le premesse irrinunciabili della stabilità e della crescita. Le politiche tendono a confondersi. In Francia, ad esempio, il programma del candidato socialista Benoit Hamon non è molto diverso da quello del Front National. Le posizioni dei “sovranisti” italiani sono note: mescolano tra loro, in una sintesi devastante, isolazionismo politico e demagogia sociale. Che fare allora? Diceva Giacomo Brodolini che quanti scelgono i propri amici, scelgono anche i nemici. E viceversa.

 

Oggi, in Europa come in Italia, i “nemici’’ sono i saltimbanchi riuniti a Coblenza, i guru che ipnotizzano le folle, gli organizzatori delle manifestazioni di sabato prossimo contro il 60° anniversario del Trattato di Roma, ma anche i movimenti del sinistrismo radicale, schierati contro il rigore, difensori ad oltranza del deficit spending e di sistemi di welfare ormai divenuti insostenibili. Con tutti loro è aperto uno scontro – per fortuna ancora incruento – che riguarda la prospettiva dei futuri ordinamenti, dell’economia, del vivere civile nel Vecchio Continente. Anche negli anni tra i due conflitti mondiali del “secolo breve’’ e nel mezzo della grande crisi scoppiata nel ‘29, si giocava, in Europa, una partita decisiva per il futuro: i nemici di allora si chiamavano “fascisti’’ ed erano certamente diversi dai populisti di oggi (anche se usavano più o meno gli stessi argomenti), che sono altrettanto pericolosi. Il fatto è che, in quella battaglia, sia pure con tante incertezze, opportunismi tattici e difficoltà, gli Stati Uniti e il Regno Unito si schierarono dalla parte giusta e salvarono, insieme all’Armata rossa, il Vecchio Continente. Oggi, nella terza guerra mondiale (per ora virtuale) in atto, Donald Trump e Theresa May sembrano stare dalla parte dei nostri “nemici”, esserne gli ispiratori, i punti di riferimento. E nessuno si azzardi a paragonare Trump a Ronald Reagan, il quale rispose alla sfida del Sol Levante con il neo-liberismo, non con il protezionismo. Noi – europeisti nonostante tutto, estimatori del coraggio di Emmanuel Macron e di Angela Merkel – non possiamo trasformarci in osservatori distaccati, in analisti cinici, piuttosto che in militanti impegnati a difendere e a sostenere dei valori non negoziabili. Rischiamo invece di assuefarci, poco alla volta, al principio hegeliano del “ciò che è reale, è anche razionale”. Ormai si attribuisce alla politica la responsabilità dell’antipolitica (come se se la fosse cercata); mentre si trovano delle spiegazioni (e delle giustificazioni) per tutto: per Grillo, per Salvini, per la Brexit, per la vittoria di Trump, per la crescente xenofobia, per il rinascente “patriottismo delle canaglie”, per la demagogia, con l’annesso giustizialismo. Non è un caso che un “pm doc” come Francesco Greco abbia preso posizione contro il bail in.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi