Sovranisti temperati?

Tra no euro, doppia moneta, federalismo e tasse la destra deve trovare una quadra. Complicatino

Maurizio Crippa

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Sovranisti temperati?

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Milano. L’idea di una seconda moneta da affiancare all’euro Silvio Berlusconi l’ha in repertorio da anni. Da qualche mese l’abbina al ricordo delle am-lire sbarcate con i soldati di Roosevelt, “quando mia madre mi mandava a fare la spesa pagavo con quella moneta. Funzionava benissimo”. Uscire dall’euro, invece, non ci ha mai pensato, seppure non sia mai stato un entusiasta: “I tassi d’interesse schizzerebbero in su, l’inflazione ripartirebbe galoppante, ondate speculative travolgerebbero la nostra moneta”. Che il doppio corso possa funzionare, è materia da verificare. Ma oggi l’immagine della doppia moneta serve a coniugare un pezzo del “sentiment” dell’elettore di centrodestra contiguo ma diverso dall’elettore di Salvini e dal suo “via dall’euro” e basta. Un problema di tattica politica prima che di economia. Si tratta di inseguire l’ipotesi, o costruire il contenitore, di un sovranismo ben temperato. Lo stesso obiettivo, ad esempio, che un critico europeo come il capo dei deputati di FI, Renato Brunetta, tratteggia da tempo. E che non è contraddittorio come potrebbe sembrare con la sua sponsorizzazione dei referendum autonomisti promossi da Veneto e Lombardia. Il “federalismo responsabile 4.0”, che favorirebbe un “regionalismo differenziato” viaggia in parallelo con la consapevolezza delle regioni economicamente forti di dover stare attaccati con meno vincoli la ripresa europea.

  

Quei referendum non sono leghisti solo per primogenitura dei promotori, ma perché guardano a un rapporto differenziato con lo stato centrale e l’Europa. Quindi da una parte sovranismo, o meno vincoli europei, dall’altra meno stato italiano per avere più Europa. L’equilibrio tra queste visioni non sarà semplice da trovare, nel momento in cui si dovrà passare dalle idee a un programma politico comune. Dei referendum autonomisti, ad esempio, a Matteo Salvini non importa molto, nel suo disegno nazionalista (che pure a Napoli non sfonda). Però sa che sono armi importanti di consenso nelle “sue” regioni, e che sono allo stesso tempo armi di consenso nelle mani dei loro governatori. Tutto questo si porta dietro una serie di paradossi ideologici, prima ancora che politici, su cui il (futuro) centrodestra dovrà trovare la quadra. Ma un senso forse esiste, se pure la Scozia vuole fare un referendum per mollare Londra e rimanere nell’Ue. Che il momentum delle destre, anche moderate, in tutta Europa sia diverso da un paio di decenni fa è evidente. Giulio Tremonti, che tendenzialmente forse la pensa come Brunetta, al dibattito del Foglio la settimana scorsa notava con buone ragioni che “oggi una come la Thatcher sarebbe considerata come una pericolosa sovranista nazionalista: ha creato alcune guerre di tipo old fashion, si è opposta all’unificazione della Germania e quindi al mercato”. Poi c’è da far tornare i conti – non teoretici – con il resto di un programma che voglia essere alternativo al Pd della ripartenza sociale delineato al Lingotto, senza accodarsi alle demenzialità cinque stelle. Stefano Parisi, al Foglio, ha raccontato tutta un’altra visione economica: “Dobbiamo stare dentro l’euro: uscire sarebbe un disastro”. Ma servono privatizzazioni, tasse basse, digitalizzazione dello stato. Tutte cose che a farle con due am-lire, chissà. 

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Commenti all'articolo

  • lorenzolodigiani

    14 Marzo 2017 - 14:02

    Come si possono conciliare le sagge parole di Parisi con le sparate di Salvini? Un "contenitore" del centro- destra servirebbe, al massimo, ad un'improbabile presa del potere, la gestione del quale sarebbe resa impossibile dalla disomogeneita' dei "contenuti". Si ricordi quante volte il cav. ha rivendicato la mancata realizzazione di parti del suo programma di governo al fatto che gli elettori non gli concessero mai il 51 per cento dei voti.

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