Accordi e raccordi

Così il sistema Gentiloni studia per durare ben oltre questa legislatura

Piace a Mattarella e ai colonnelli del Pd (Franceschini) e per lui stravede Confalonieri. Tra sogni e ambizioni

Così il sistema Gentiloni studia per durare ben oltre questa legislatura

Roma. Nessuno crede che Paolo Gentiloni voglia mai mettersi in diretta competizione con Matteo Renzi, ma da qui alle elezioni, da qui alla prossima legislatura, la natura degli equilibri e del gioco politico e di potere – un gioco che sta già cambiando, e nel quale conta di più la capacità di ascoltare e mettere insieme, rispetto alle qualità renziane di decidere e accentrare – potrebbero non dipendere esattamente (o soltanto) dalla volontà dell’attuale presidente del Consiglio, quanto da quella dei colonnelli del Pd (e probabilmente di Silvio Berlusconi). C’è infatti un ampio schieramento, implicito ed esplicito, per metà sotterraneo e per metà alla luce del sole, che mette insieme Matteo Orfini e Dario Franceschini (nel Pd) ma anche Paolo Romani e Fedele Confalonieri (nel mondo berlusconiano) che non vede male il presidente “dialogante”, Gentiloni appunto. E già lo immagina, o lo sogna, di nuovo capo del governo, anche al prossimo giro, quello della grande coalizione o dell’unità nazionale, opzione possibile nel nuovo scenario proporzionale. Da parte sua, Gentiloni ha costruito una squadra e un “sistema” a Palazzo Chigi che rivelano qualche ambizione.

  

In Italia, niente è più definitivo del provvisorio, si sa. E infatti doveva essere un supplente, il capo di un governo “fotocopia” secondo i maliziosi, e invece Paolo Gentiloni è diventato la solida metafora dei tempi, l’incarnazione stessa di un potere che guida senza pretendere di guidare, che comanda senza dare l’impressione di coartare nessuno, un potere “sodo”, appunto, come si è detto su questo giornale, costruito intorno a una squadra bilanciata (a Palazzo Chigi) e con propaggini anche insospettabili in Parlamento, e fuori. C’è dunque Antonio Funiciello, regista di Palazzo Chigi, vero capo di gabinetto del presidente del Consiglio, già collaboratore di Luca Lotti e già portavoce di Gentiloni ai tempi della sua candidatura alle primarie per il sindaco di Roma, quarantenne napoletano, colto e di sinistra, affezionato a Giorgio Napolitano e a una certa idea moderna e non manichea del riformismo. E’ l’uomo dei raccordi, in casa, Funiciello. Mentre Raffaele Trombetta, ex ambasciatore in Brasile e già capo di gabinetto di Gentiloni al ministero degli Esteri, è l’uomo dei rapporti internazionali, dentro il Palazzo del governo e nelle cancellerie.

 

Fuori invece c’è addirittura un capogruppo, Luigi Zanda, il capogruppo del Pd in Senato che Gentiloni nel 2001 fece entrare nel cda Rai, e poi a Palazzo Madama. E allora renziani, diessini, postdemocristiani, ulivisti, e persino Maria Elena Boschi – molto ridimensionata, ma per niente annullata – sono tutti diventati composti alchemici di questa formula che interpreta il ritorno placido al proporzionale, all’ascolto, all’inclusione, al raccordo. Gentiloni (amato in Rai più di Renzi) può contare persino sui consigli di Romano Prodi, che con lui al governo è tornato a sorridere al centrosinistra, inoltre ha un rapporto antico e fortissimo in Vaticano con il segretario di stato Pietro Parolin, e se alza il telefono – da ex ministro (non antipatizzante) delle Comunicazioni – trova subito la linea con Fedele Confalonieri, il presidente di Mediaset, l’amico fraterno del Cavaliere, che lo stima (e non fa che ripeterlo).

 

“La possibilità di votare entro il 2017 è bassa, oggi non è questo il tema su cui discutere”, ha detto ieri Ettore Rosato, capogruppo del Pd alla Camera, franceschiniano. E se ormai anche Renzi in pratica ammette che la legislatura arriverà a scadenza naturale, cosa che fino a qualche mese fa mormoravano soltanto (non a caso) i ragazzi di Dario Franceschini quando si riunivano in quel genere di cene segrete (nella terrazza di Gianclaudio Bressa) di cui poi tutti sapevano tutto, è probabile allora che Franceschini – vecchia volpe consumata nell’arte – abbia anche adesso ragione a mormorare un’altra cosa, e cioè che il prossimo presidente del Consiglio – in caso di vittoria – non sarà il segretario del Pd, non sarà Renzi. Sarà allora Gentiloni? Mattarella lo apprezza. Franceschini dicono ci scommetta e forse non è il solo. Renzi va al Lingotto ed elimina l’“io” per scoprire il marketing del “noi”, ma nel nuovo universo che si sta componendo, nella nuova (o vecchissima) chimica politica composta da alleanza e coalizioni, laddove conta lo stile inclusivo e l’abilità di mediazione, c’è qualcuno che è decisamente più abile, e che si è già attrezzato: Gentiloni.

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