Cos’è il People’s Party

Ma come amministrano i populisti? Come vogliono decostruire lo stato? Prime lezioni americane per l’Italia

Cos’è il People’s Party

Donald Trump e Mike Pence meeting alla Casa Bianca (foto LaPresse)

Professor Cassese, la presidenza Trump è un caso di populismo al potere. Consente, quindi, di osservare come si muovono le forze populiste contemporanee quando accedono alle stanze dei bottoni. Quali sono i fatti rilevanti della presidenza Trump e che cosa possono insegnare a noi?

 
Il nuovo presidente americano e le forze che gli stanno dietro si muovono in diverse direzioni, contemporaneamente. Innanzitutto, nella direzione di un contatto continuo con l’opinione pubblica, reso necessario dalla erosione della tradizionale fedeltà ai partiti, che richiede un dialogo continuo leader-popolazione. In questo modo, si consolida una tendenza rilevata prima da Schlesinger poi da Ackerman, i principali studiosi della presidenza americana, verso una presidenza sempre più potente. A questa concentrazione di poteri si accompagna una tendenza opposta, che chiameremmo liberalizzatrice e di erosione del potere presidenziale, a favore del Congresso.


Dove vede i segni di questa tendenza?

 
L’“House of Representatives” ha approvato cinque proposte e un’altra dozzina di proposte sono state presentate, talune ancor prima della elezione di Trump, tutte nella direzione della deregolamentazione, della “decostruzione dello Stato amministrativo” (è uno degli obiettivi dichiarati). Si tratta di proposte dirette a ridurre le protezioni ambientali, dei consumatori, sanitarie e dei lavoratori, motivate dallo scopo di creare nuovi posti di lavoro, incentivare lo sviluppo economico e l’innovazione.

 
Alcuni vincoli sono stati già eliminati: ad esempio, quello di rendere pubblici i pagamenti fatti da imprese petrolifere americane all’estero. Un ordine esecutivo presidenziale prevede che ogni nuova regolazione ne debba sopprimere due esistenti. Diverse proposte prevedono che nuove regolazioni da parte dell’esecutivo siano sottoposte a una “joint resolution” parlamentare, in modo che non basta una legge che dà poteri all’Amministrazione, è necessario anche che, una volta esercitati tali poteri, siano sottoposti al vaglio delle assemblee parlamentari.

 
Come si concilia con il populismo?

 
Sono le assemblee parlamentari che rappresentano il popolo – si dice – non le burocrazie di Washington. Inoltre, in un sistema federale, come quello Usa, questo vuol dire rallentare l’azione federale, del centro, a favore della periferia, gli Stati. Un’altra implicazione riguarda le autorità amministrative indipendenti, quelle che loro chiamano “Independent Regulatory Agencies”. Queste vedono in tal modo ridotta la loro indipendenza, perché finiscono per sottostare alla volontà del Parlamento.

 
Lei ha citato parecchie proposte. Quali possibilità di successo hanno?

 
Alcune hanno un impianto più radicale (una è intitolata, con un acronimo, “Rein”, che vuol dire briglia). Altre riguardano solo le maggiori e più costose regolazioni. Altre ancora sono molto moderate, per raccogliere l’accordo dei democratici, che possono fare una forte opposizione, pur essendo in minoranza, al Senato. Altre impongono solo adempimenti procedurali (obblighi di consultazione e analisi costi-benefici). Considerato che la de-regolazione è obiettivo “bipartisan” negli Stati Uniti, le possibilità di successo sono notevoli.

 
Lei come giudica questa tendenza, che raccoglie consensi vasti?

 
C’è un aspetto importante, che richiederà molte riflessioni, lo smantellamento o il ridisegno dello Stato amministrativo nato con Roosevelt, e principalmente i ritocchi dell’“Administrative Procedure Act” del 1946, una delle colonne della costruzione amministrativa americana. Gli osservatori americani che considerano la presidenza Trump una sorta di riedizione del fascismo, poi, potrebbero trovare un riscontro nel liberismo del primo fascismo, quando Mussolini si affidò a De Stefani per liberare dalle bardature della Prima guerra mondiale l’economia italiana e per riportare il bilancio in equilibrio.

Ritorniamo all’inizio, ai caratteri del populismo e al modo in cui si sta realizzando negli Stati Uniti.

Yves Mény, il maggiore studioso del populismo (ha pubblicato un libro sul populismo nel 2000; il libro è stato tradotto in italiano dal Mulino l’anno successivo) ha, di recente, in un articolo, tratteggiato i caratteri del populismo. Sua straordinaria versatilità e diffusione. Capacità di inserirsi nelle difficoltà della democrazia e di scindere la politica dalle politiche. Rigetto della corruzione e delle élite. Abilità nell’approfittare di elettorati “disponibili”, frustrati, insoddisfatti, esasperati. Capacità di presentarsi come difensori di una “vera” democrazia (nonostante la dipendenza da un leader), la democrazia diretta, per non lasciare la politica nelle mani dei rappresentanti, tra una elezione e l’altra. Sostituzione del controllo verticale popolo-élite alla competizione orizzontale tra i partiti. Abilità nel dominare l’agenda, nell’immettere temi che fanno presa, di cui si appropriano altre forze, integrandole nei loro programmi (un esempio sono le primarie, frutto del “People’s Party”, ora importate da sinistra e anche da destra in Europa). Debolezza organizzativa, improvvisazione, inadeguatezza gestionale.

 
Lei dove vede in azione questi tratti distintivi negli Stati Uniti?

 
Improvvisazione e debolezza organizzativa sono evidenti nelle prime e seconde mosse di Trump. Così anche il far leva sull’insoddisfazione di una classe media che ha visto sparire tanti posti, diminuire il proprio reddito e aumentare le disparità di ricchezza. In terzo luogo, la capacità di appropriarsi di politiche finora largamente condivise, come quelle liberalizzatrici e de-regolatrici.

 
Quali implicazioni vede per l’Italia?

 
Suggerisco, innanzitutto, di tener conto che chiamiamo populismo una varietà di forze e movimenti, di paesi diversi: attenzione nel generalizzare. Poi, il populismo nostrano lusinga l’elettorato con altri mezzi, uno dei quali è un reddito garantito a tutti (ma senza indicare dove sono le risorse necessarie e quali possono essere i risultati in termini di produttività).

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