Amici miei (del Pd)

Rignano è un incrocio fra “House of Cards” e il film con il Perozzi e gli schiaffi

Amici miei (del Pd)

Una delle più celebri scene di Amici Miei

Roma. Tutti parlano, chiacchierano, mandano sms, vantano conoscenze dirette ai piani alti che non hanno, cercano agganci con “Matteo” o il babbo di Matteo, Tiziano Renzi, il reato di abuso di cognome non esiste, al massimo una sanzione politica per quelli che straparlano: Rignano sull’Arno pare la Washington di “House of (Three) Cards”. Come spesso accade, anche nella vicenda Consip la parte politico-antropologica è più interessante di quella giudiziaria, perché ciò che non è penalmente rilevante può esserlo politicamente, soprattutto se la sceneggiatura pare quella di “Amici Miei”, dove tutti si ride come matti sulle cose serie della vita (là sulla morte, qui sul governo del paese). Sempre che non vada a finire come in Boris, quando Stanis dice che “il vero grande merito di questa fiction è che non ci sono i toscani”.

 

C’è Billy, al secolo Roberto Bargilli, ex autista del camper delle primarie del 2012, diventato poi assessore ai Lavori pubblici nella giunta di Daniele Lorenzini, sindaco di Rignano, che manda un sms a Carlo Russo, l’imprenditore di Scandicci indagato per traffico di influenze, e amico della famiglia Renzi, per chiedergli di non stressare più babbo Tiziano con i suoi modi insistenti, e non si capisce se lo fa perché deve avvertirlo di qualcosa a sua insaputa o per mera cortesia verso lo stressatissimo genitore.

 

C’è poi, appunto, il babbo del premier, alle prese con la propria incontinenza verbale (da qui la sanzione politica di chiacchiera) e i guai che crea al figlio. Il risultato è che, per dirla con il sindaco di Rignano, qualcuno comincia a rompersi le scatole. A partire da Lorenzini stesso, medico di paese, sindaco rignanese, che non ne può più del Pd e dei Renzi. Tant’è che, come anticipato dal Foglio nei giorni scorsi, si presenterà alle prossime elezioni amministrative con una lista civica, senza simboli del Pd. Una scelta che ha fatto infuriare Renzi senior, che è anche segretario del Pd locale.

 

“Non siamo  più presenti sui territori, abbiamo abbandonato la nostra gente, ci occupiamo di cose di cui la gente non vuol sentire nemmeno parlare. Questo partito per me è una delusione”, dice Lorenzini, che resterà nel Pd, il partito “che ho contribuito a far nascere ma nel quale in questo momento ho molte difficoltà a riconoscermi per quanto sta avvenendo a Roma (per la scissione, ndr). Spero nessuno mi voglia buttare fuori”. Per il momento, il sindaco di Rignano non intende neanche andare a votare al congresso, dice che nessuno dei candidati lo convince del tutto, anche se Andrea Orlando fra i tre è quello verso cui prova più simpatia.

 

Certo, sarebbe come nella scena degli schiaffi alla stazione con il conte Mascetti e il Perozzi se proprio Lorenzini, già renziano, medico che ha in cura la famiglia Renzi, decidesse di votare per il ministro della Giustizia. Onde evitare botte da orbi, l’assemblea che si sarebbe dovuta tenere ieri sera, è stata rinviata. Anche perché ieri in giornata avevano fatto sapere di non volerci andare né babbo Renzi né Lorenzini. Ora è possibile che il Pd rignanese prenda un’altra strada, come fa intuire il vicesegretario Antonio Ermini: “Lui era stato ricandidato dalla nostra assemblea pochi giorni fa; se ora ha cambiato idea nessun problema, ma forse era meglio se ne parlava con la stessa assemblea e magari si avviava un percorso condiviso”. Laddove “percorso condiviso” sta per un’altra candidatura, disponibile a esibirsi con il simbolo del Pd. Lo spettro di Sesto Fiorentino – Sestograd – dove la sinistra scissionista riuscì l’anno scorso a battere il Pd, s’aggira per Rignano.

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