Il Renzi provato nel paese dei "prototipari" e delle "praterie ripariali"

Bocciato l’ex premier che ormai prova tristemente a mascherare la melanconia dei bei tempi della rottamazione con slogan che non scaldano più i cuori. Intanto il caso Consip dimostra solo che l’unico crimine da perseguire è l’invenzione di neologismi barbari. Il Pagellone di Lanfranco Pace alla settimana politica

Il Renzi provato nel paese dei "prototipari" e delle "praterie ripariali"

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Quando chiede pena doppia per il papà Tiziano se dovesse essere giudicato colpevole, Matteo Renzi fa una bella provocazione sentimentale (voto 8) ma non riesce a cambiare l’impressione che lasciano queste sue prime apparizioni televisive:  l’ex premier è provato, fatica assai a metabolizzare la sconfitta. L’altra sera, a “Otto e mezzo”,  quando ha rievocato lo schianto del 4 dicembre sembrava quasi che gli venissero le lacrime agli occhi. E’ meno solare, ride raramente, il sorriso è tirato, è nervoso, interrompe più del solito gli interlocutori. Prova a mascherare la malinconia riprendendo i temi a lui cari, andare avanti tutta, l’Italia è un grande paese e deve mettersi a correre,  il governo in tre anni ha fatto tante cose importanti.

 

Il bilancio del proprio operato è sempre stucchevole: l’elettore è irrazionale, segue la percezione del momento, avverte a pelle che quando si fanno le pulci al passato vuol dire che si sta sulla difensiva. 

 

Nell’immediato dopoguerra gli inglesi dissero no a Churchill e i francesi a de Gaulle, sul petto di entrambi luccicavano  gloriose e incontestabili medaglie: gli italiani non rinsaviranno certo con qualche giaculatoria sulla crescita che era a meno 2 e ora a più 1 o sul calo della disoccupazione o sugli 80 euro, “la più grande ridistribuzione di ricchezza degli ultimi trenta anni”.

 

Ripercorrere sentieri battuti, rigirare film che già hanno avuto successo, è la prima reazione ma è coazione a ripetere, va bene per le casse di produttori avidi non per i politici feriti.

 

C’è da aspettarsi  poco dal Lingotto prossimo venturo,  non c’è ancora un’idea-forza  che sia altrettanto “sovversiva”  e di immediata comprensione come la “rottamazione” delle prime Leopolde. La sfacciataggine dell’outsider che stava scalando il potere era in sé un programma di governo, un po’ tutti abbiamo sognato per esempio che passasse al napalm una giungla di leggi  che continuano a crescere a un ritmo forsennato e con testi volutamente ambigui. O addirittura mettesse mano alla riforma del fisco, il più obeso del mondo.

 

Le iniezioni di ottimismo, pure indispensabili per governare, non sono bastate a dinamizzare un popolo stanco, invecchiato e scopertosi pure rancoroso. L’ex premier oggi non sa da dove ripartire, il digitale punto zero è solo stucchevole, fa solo provinciale, è da ringard direbbero i francesi, e sicuramente fuori luogo in Italia. Lo slogan lavoro di cittadinanza non ha la stessa forza evocativa e l’appeal del reddito di cittadinanza, è contorto, ricorda i lavori socialmente utili, scava le buche, tappa le buche, lugubre tributo all’ideologia del lavoro e all’articolo 1 della Costituzione.

 

E C’E’ CHI INVECE...

 

C’è chi all’articolo 1 ci crede al punto da prenderlo come ispirazione per il nome del proprio movimento politico. Un articolo fondativo, che dovrebbe spiegare le ragioni dello stare insieme, come il “We the people”, Noi il popolo, che solennemente introduce alla Costituzione americana. Il nostro “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” era già brutto all’epoca, ha sempre saputo di socialismo reale, di fonderia e miniera, figurarsi oggi che di lavoro ce n’è meno e sempre di meno ce ne sarà.

 

E’ antica saggezza, della mamma di Giuliano e di mio nonno, dei nostri vecchi, dire che il lavoro nobilita l’uomo e lo rende simile alla bestia.

 

Il bisogno di lavorare  è una condanna, una maledizione da cui liberarsi e non serve aver letto Marx o farsi un viaggio nella Silicon Valley per rendersene conto, per capire che realizzare se stesso come individuo, dispiegare la propria libera attività creatrice è cosa ben diversa che lavorare. 

 

INTANTO NEL CENTRODESTRA

 

Colpisce l’andamento sussultorio di quello che fu il centrodestra. Non è passata inosservata la partecipazione di Mauro e Quagliariello al fianco di Toti, Meloni, Matteoli e Fitto a un’improbabile tavola rotonda (voto 3 all’idea) in cui è stato affrontata l’annosa questione delle primarie. Mancava la puledra Salvini e il cavaliere Berlusconi, che da mesi è tutto e il suo contrario e ora non sa più in che postura si trova. A lui guarda Alfano la cui nuovissima ambizione è rimettere insieme i cocci della “sezione italiana” del Partito popolare europeo, a lui guarda Parisi che si presenta  ancora come quarta forza del centrodestra ma dovrebbe sentirsi come un ombrello dimenticato al ristorante. Brunetta sembra scomparso dai radar e ha lasciato sulla scena il solo Romani. Il profugo Verdini è indubbiamente appesantito dalla condanna a nove anni per bancarotta, rischia di rimanere senza più amici né a destra né a sinistra, persino il sindaco di Fivizzano, comune toscano dove è nato, ha detto che se la condanna sarà definitiva lo farà cancellare dallo stato civile: un sindaco più barbaro persino dei social (voto 0). 

 

Intanto fioriscono battute e lazzi sulla compravendita del Milan che slitta di mese in mese. Male che vada Berlusconi si metterà in tasca 300 milioni puliti di penalità pagate dalla controparte. Ma questo centrodestra rischia di doverselo tenere davvero e senza nemmeno guadagnarci un euro.      

 

IL PROTOTIPARO

 

La vicenda Consip ci insegna tre cose. 

 

La prima è che lì dove la Pubblica amministrazione fa il bello e il cattivo tempo, decide i protocolli d’appalto  e li attribuisce, la corruzione è ineliminabile.

 

La seconda è che si paga moneta solo se si vede cammello e qui cammelli non se ne sono ancora visti e dromedari nemmeno: in un’indagine messa in moto e condotta dal dottor Woodcock, uomo simpatico che piace alle signore e ama giocare a gin rummy e a burraco, è cosa del tutto normale. Il magistrato napoletano ha un  grande talento nel trasformare i fantasmi in faldoni e lucciole in lanterne.

 

La terza è che il vero crimine da perseguire è l’invenzione di un ennesimo neologismo barbaro: “prototiparo” per definire chi dall’interno previo pagamento insegna come compilare i moduli e sbrigare le necessarie pratiche.

 

LA’ NELLA PRATERIA

 

E’ giusto sottolineare egualmente le parole con cui la sovrintendente di Roma ha deciso di vincolare il terreno dove dovrebbe sorgere lo stadio della Roma. Vuole proteggere le rane, che in quell’ansa del Tevere hanno trovato il loro ecosistema, la loro prateria ripariale. Avanti così.

 

CUBA LIBRE

 

Siccome Di Maio e i 5 Stelle  (voto 4) rompono da giorni con la questione irrilevante nonché fasulla  della soppressione dei vitalizi dei parlamentari, Michele Emiliano (voto 3) non poteva essere da meno. Da buon ruffiano, ha proposto di sopprimere anche gli stipendi: la politica pro bono. E’ scritto anche “en la Constituciòn de Cuba”. Appunto.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    06 Marzo 2017 - 14:02

    Ho sempre detto e scritto che ilRènzi l'è un bimbino. Bravo bimbino, benintenzionato, ma sempre un bimbino, carini, poverino. Poverino soprattutto per essersi politicamente accoppiato con laBbòschi, belloccia piaciona ma anch'essa bimbonabella se tace, ma per favore non apra bocca! E a voi carissimi amici tutti del Foglio dico, da vecchio militare collaudato a valutare le persone dalla faccia, la "ghégna" come diamo noi della bassa Guareschiana, ma prima di parlare di chiunque sia, ma guardatelo in faccia! E imparate anche voi che ognuno, purtroppo o per fortuna, reca scritta nella sua faccia tutta la sua storia, tutto di sé. Soprattutto negli occhi, specchio dell'anima. Ogni faccia è la maschera identitaria del proprio "io", è la sintesi della sua storia.

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  • giantrombetta

    06 Marzo 2017 - 06:06

    Saremo anche diventati il paese dei prptptipari e delle rane Il libertà: al peggio non c'è limite. Ma non sarebbe ora che anche il Foglio ricordasse a Renzi esser stata quella degli ottanta euro la più sfacciata ed ingiusta mancia elettorale della nostra storia. Per di più inutile e senza risultati apprezzabili per la crescita del Paese, ne' benefici elettorali apprezzabili per il mastro elargitore. Un disastro insomma destinato a portar altri disastro se l'elargitore continua a dipingerlo come la più grande redistribuzione di ricchezza che si sia mai vista. Spiegatelo, per cortesia a Renzi che c'è da riflettere non poco se malgrado tali epocali manovre siamo finiti in coda all'Europa, ad un passo dal baratro della Grecia.

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  • giantrombetta

    06 Marzo 2017 - 06:06

    Una ragione per non votare il Royal Baby la trovo il quel suo continuo vantare il dover essere per lui lo Stato il più grande redistributore di ricchezza. Iddio ce guardi dai redistributori di redditi! Mi accontenterei fosse un equo garante e gestore di giustizia, oltre ad un efficiente erogatore di sevizi in funzione del denaro che preleva all'uopo dalle tasche dei cittadini.

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  • gallo.antonio

    05 Marzo 2017 - 08:08

    C'è poco da stare allegri leggendo Pace. Ti vien voglia di rinchiuderti in un convento ...

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