I silenzi colpevoli sulla tirannia del potere giudiziario

L’orrore di un’opinione pubblica che legittima la guerra dei giudici contro l’autonomia della politica. Dal Cav. a Fillon

I silenzi colpevoli sulla tirannia del potere giudiziario

Foto LaPresse

L’argomento non passa. Questo giornale ne ha fatto una delle sue battaglie ultraventennali, senza distinzioni lungo le linee della destra e della sinistra, senza privilegiare l’amico e cercare di distruggere il nemico, ma l’argomento non passa. L’idea in apparenza semplice che i magistrati possono e devono fissare i limiti legali dell’azione pubblica e politica, ma la procedura deve garantire la loro imparzialità assoluta e la tutela del diritto dei cittadini di essere loro stessi a decidere chi li rappresenta e chi li governa, ecco, è un’idea che nessuno si fiderebbe di considerare sbagliata ma nessuno, eccetto minime minoranze, ha il coraggio o più banalmente la voglia di affermare e difendere. C’è un caso Fillon-Berlusconi a dimostrarlo.

 
Berlusconi è un imprenditore cresciuto nella giungla, e ha “i beni al sole”, come mi disse Craxi segnalandolo come il suo punto debole in quanto nuovo soggetto della politica. Va bene. È un outsider, uno che ha rubato ai politici il loro mestiere e lo ha messo sottosopra incarnando per primo il maggioritario e il suo linguaggio, senza aver fatto alcuna gavetta in Parlamento e nei partiti, senza una tradizione o ideologia di partenza chiare, solide. François Fillon è il contrario. Un insider, da trentacinque anni è un politico gollista, tradizione sicura e robusta. È un tipico gavettaro, di origini provinciali (la Sarthe), uno che ha vissuto nella sua famiglia politica tutte le esperienze di tirocinio, da sindaco a deputato, da primo ministro a capocorrente, da candidato alle primarie a candidato presidenziale per scelta della base, milioni di voti. Berlusconi è un uomo di spettacolo e di sé ha sempre fatto spettacolo. Fillon ha la faccia seria, una tenuta composta, è addirittura il prototipo dell’uomo politico convenzionale della destra gollista francese, lo è nel portamento, nell’esperienza, nell’abito, nello stile.

 
Entrambi hanno dei punti deboli, chiunque li ha. Entrambi sono stati oggetto di indagini e iniziative giudiziarie, Fillon è all’inizio, Berlusconi va verso la fine. L’italiano si muove nell’informalità del nostro modo di vivere, il francese è il massimo della formalizzazione. Eppure, di fronte alla collisione tra le procedure dell’ordinamento giudiziario e il loro status di rappresentanti dell’elettorato in una democrazia rappresentativa fondata sulla divisione dei poteri, hanno usato le stesse parole: è un assassinio politico, la procedura è politicizzata ad personam, è leso il diritto democratico del popolo. Anche a sinistra, quando è toccato a grandi e piccoli attori del teatro di sinistra (dall’Italia all’Europa al Brasile), si è ascoltata in diverse forme la stessa eco. Ma al dunque, quando sia colpito l’avversario, la scena è sempre la stessa: nessuno (piccole eccezioni) accetta il fatto che esista un problema oggettivo, di funzionamento della democrazia liberale, i politici dell’altra parte, di tutte le altre parti, manovrano per ottenere un vantaggio provvisorio richiamandosi all’eguaglianza davanti alla legge e alla tolleranza zero, incuranti del fatto che domani toccherà a loro (è una regola, questa, praticamente senza eccezioni), e i guru dell’intelligenza e dei media, i testimoni del tempo, tacciono o svicolano o si mantengono in prudente riserva (mica tutti sono Sabino Cassese).

 

Per non parlare dell’interesse dei mass media a suonare la grancassa. Oggi in Francia Fillon è solo con i suoi sostenitori di base, finché dura, e tutti, dagli avversari interni che vogliono sostituirlo a quelli esterni che gioiscono per la sua difficoltà, ignorano il dovere di questa riflessione oggettiva sul prepotere della procedura giudiziaria che è capace di stroncare il potere democratico nel suo esercizio senza tanti complimenti, in solitario, in base al privilegio dell’autonomia del magistrato, quell’autonomia che dovrebbe rispettare in modi compatibili, senza rinunciare a sé stessa e al suo dovere di tutelare l’impero della legge ma senza sostituirlo alla sovranità popolare, l’eletto del popolo o il candidato.

 
L’argomento non passa. È falso? Può essere. In questo caso dovremmo accettare che l’iniziativa di un magistrato sta al di sopra del voto popolare e dell’autonomia del sistema politico liberaldemocratico dal potere di un ordinamento non elettivo. In realtà, come sappiamo, e come per esempio ha spiegato bene Cassese, quello che si autocomprende e si proclama integrismo etico del magistrato di fronte a questioni di legalità è molto spesso, in modo sospetto, una forma di populismo giudiziario o giustizialista che si manifesta nella indiretta o diretta implicazione del ceto togato nel “fare politica”, anche con coinvolgimenti personali spettacolari in ruoli di parlamentare, di ministro, di sindaco o governatore, invece che essere “bocca della legge”, e di una legge che rispetta la divisione dei poteri. La verità è questa ma l’aria che tira, fra codardia delle classi dirigenti, pressione del pensiero dominante e presunti interessi particolari, la spazza via facile.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    01 Aprile 2017 - 16:04

    Durante il fascismo la ANM si autosciolse perchè privata di ogni potere di "invasione", è ricicciata dopo il 1945 e in 70 anni è riuscita a crearsi un potere parallelo ed estraneo a tutti gli organi costituzionali ma di loro pari livello .Il Csm è al suo servizio alla luce di quanto combina la sezione disciplinare e a prova del suo immenso potere c'è la carriera artificiale di tutti i magistrati in servizio o con incarichi i più vari fino al massimo grado e massimo stipendo. Sono il grande fratello che vigila su ogni aspetto della vita pubblica e civile degli italiani .Chapeau ,sono bravi molto bravi , forse un po troppo.

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  • nemus149

    04 Marzo 2017 - 16:04

    La situazione non cambierà mai finché qualcuno non studierà a fondo le radici storiche e ideologiche dell'uso strumentale della giustizia: si tratta di ripescare Lenin e i suoi seguaci, non solo politici; finché il fenomeno è considerato come "un fenomeno" politico che riguarda tutti, non c'è difesa. Quando sarà chiaro da quale parte, per non dire partito, deriva questo modo di combattere gli avversari spregiudicato, se non infame, e l'idea che non esiste la giustizia, ma una giustizia "di classe" , che facilmente diventa "di parte" ogni condanna suona, ed è inutile.

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  • giantrombetta

    04 Marzo 2017 - 12:12

    Caro Giuliano, nei tempi remoti e gloriosi della Prima Repubblica mi e' capitato di frequentare a Roma pure qualcuno che contava. Mi riferisco a onorevoli e giornalisti di fama che mi invitavano a prender l'aereo e a prenotare albergo e ristorante per trascorrere qualche ora assieme nella capitale. Regolarmente riferivo loro che purtroppo tanto l'hotel quanto il ristorante indicatomi avevano rifiutato la mia prenotazione dispiaciuti d'essere già al completo. E altrettanto puntualmente l'interlocutore mi faceva sapere di non preoccuparmi perché il problema l'avrebbe risolto lui con una telefonata. E infatti subito dopo albergo e ristorante mi comunicavano, scusandosi, che con la prenotazione potevo considerare tutto a posto. Mi chiedo e ti chiedo, leggendo le cronache, se ciò ora ci avrebbe procurato un avviso di garanzia per traffico di influenze. Gianfranco Trombetta

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  • mario.patrizio

    04 Marzo 2017 - 11:11

    E' un mistero la speranza di vedere nello strapotere giustizialista la redenzione di tutti i mali. Gli spiriti di libertà si alimentano della lotta alla casta ma assolvono il potere di chi la libertà la riduce tra le pareti di una prigione. Non il solo mistero che riguarda la pubblica opinione, il mostro spesso definito, a ragione, acefalo. C'è né un altro consumato di recente nella storia patria, la stella cadente di Di Pietro dopo le accuse della Gabbanelli, le stesse che Facci andava ripetendo da oltre un decennio. La prova di ciò che sapevo da tempo: solo una certa sinistra è credibile agli occhi degli acefali.

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