Contro la Repubblica fondata sulle procure

Renzi, la nebbia, Verdini. Storie di sottomissioni ordinarie al grande dèmone del circo mediatico-giudiziario

renzi verdini

Matteo Renzi ospite a "In Mezz'Ora", sullo sfondo una foto di Denis Verdini (foto LaPresse)

Se l’Italia non fosse una democrazia malata, nella quale il popolo si è ormai rassegnato a esercitare la sua sovranità solo nelle forme e nei limiti decisi dalle procure italiane e in cui i partiti si sono ormai abituati a combattere battaglie politiche solo a colpi di veline giudiziarie, oggi dovrebbe succedere una serie di cose che non accadrà. Silvio Berlusconi dovrebbe denunciare l’assalto giudiziario contro Matteo Renzi. Andrea Orlando dovrebbe mandare ispettori nelle procure di Roma e di Napoli. I talk-show dovrebbero fare una campagna coraggiosa contro un reato folle chiamato traffico di influenze e dovrebbero raccontare come sia possibile che i finanziamenti leciti di privati versati alla politica (diventati fondamentali nell’epoca dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti) vengano trasformati in finanziamenti moralmente illeciti.

 

Matteo Renzi dovrebbe mettere in luce l’assassinio politico (copyright Fillon) che il circo mediatico-giudiziario sta tentando di portare avanti nei suoi confronti. I giornali dovrebbero chiedersi se non ci siano tracce di un pregiudizio politico nella sentenza di primo grado ricevuta ieri da Denis Verdini per bancarotta e truffa ai danni dello stato che come anni di condanna (9, la richiesta dei pm era 11) supera quelli ricevuti da Michele Misseri nell’ambito del processo per Sarah Scazzi per occultamento di cadavere e inquinamento delle prove (8 anni) e quelli ricevuti da Abderrahim Moutaharrik, il campione di kickboxing arrestato nell’aprile 2016, condannato a sei anni di carcere con l’accusa di terrorismo internazionale.

 

La stampa libera, infine, piuttosto che trasformare ogni indagine in una sentenza di condanna, dovrebbe forse interrogarsi su come sia possibile considerare condannato fino a prova contraria un uomo indagato per essere stato identificato come possibile destinatario di una somma di denaro mai ricevuta in base a una lettera T trovata in un pizzino strappato in mille pezzi e ricostruito in laboratorio mettendo insieme scarti della nettezza urbana con la stessa tecnica investigativa, si apprende da fonti giudiziarie, “impiegata dal Fbi per incastrare il boss di New York Joe Bonanno”. Un arresto è sempre un arresto, anche se non tutti gli arrestati sono sempre coccolati come il plurilaureato Raffaele Marra, e una sentenza di condanna è sempre una sentenza di condanna, anche se i gradi di giudizio sono tre e anche se si è sempre innocenti fino a sentenza definitiva – e forse questo dovrebbe valere anche per Alfredo Romeo, che anni fa passò 79 giorni a Poggioreale e che dopo essere stato condannato in primo e secondo grado, in una vicenda che ricorda quella in cui si ritrova immischiato oggi (sia all’epoca sia oggi finito in una storia relativa ad appalti mai vinti, nel 2008 l’appalto per il quale finì in galera nemmeno partì) venne assolto in Cassazione, guadagnandosi tempo dopo, il 16 maggio del 2015, persino una poderosa e riparatrice intervista sul Fatto con Marco Travaglio.

Denis Verdini condannato a 9 anni per il crac del Credito cooperativo fiorentino

La sentenza dopo 6 giorni di camera di consiglio. Condannati anche Fusi e Bartolomei a 5 anni e 6 mesi. Barani (Ala): "Ennesima sentenza politica"


Ai giornali, in realtà, le inchieste interessano fino a un certo punto. Interessano solo nella misura in cui un’inchiesta, un’indagine, con il suo pizzino strappato trovato in una discarica, se curvata nel modo giusto può aiutare a togliere definitivamente di mezzo lui, ovviamente: l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi. A maggio dello scorso anno questo giornale pubblicò in prima pagina uno schema che raffigurava un disegno della tensione che fotografava il tentativo progressivo portato avanti da molte procure italiane – en marche! – di avvicinarsi all’ex premier per via giudiziaria (prima ancora che Luca Lotti venisse indagato per favoreggiamento e rivelazione di segreto istruttorio, tipologia di reato quest’ultima utilizzata spesso contro i politici e mai contro i magistrati che passano notizie agli amici giornalisti).

 

Basterebbe ricordare l’inchiesta su Tempa Rossa, scoppiata a pochi giorni dal referendum sulle trivelle, di cui oggi si sono perse le tracce. Basterebbe ricordare l’indagine aperta dalla procura di Firenze con un fascicolo senza indagati sulla famosa casa prestata a Renzi. Basterebbe ricordare il modo inusuale con cui il ministro Boschi venne ascoltato ancora su Tempa Rossa. Basterebbe ricordare l’iscrizione di Magistratura democratica al comitato del No al referendum costituzionale. Basterebbe ricordare l’altra indagine su papà Renzi, bancarotta, terminata con una richiesta di archiviazione da parte dei pm (richiesta accolta dai giudici della procura di Genova dopo dieci mesi di incomprensibile graticola). Servirebbe prudenza, ma forse non solo quella. Servirebbe una grande battaglia contro la tendenza odiosa del sistema italiano a fare sistematicamente il contrario di quello che dovrebbe fare in un paese governato dalle procure. In cui ogni anno lo stato paga 42 milioni di euro per errori giudiziari e ingiusta detenzione e in cui ogni anno arriva una denuncia dell’Europa sull’eccessiva politicizzazione del nostro sistema giudiziario che mette a rischio costantemente “i princìpi fondamentali di indipendenza e imparzialità della magistratura”, come ricordato poche settimane fa dal Groupe d’Etats contre la Corruption gestito dal Consiglio d’Europa.

 
Nulla di tutto questo accade, nulla di tutto questo accadrà oggi. Lo sputtanamento sarà senza fine, i pizzini verranno scambiati per prove provate. Le condanne verranno utilizzate come strumenti per combattere per via giudiziaria quelle che dovrebbero essere battaglie politiche. I giornali specializzati nel costruire nebbia continueranno a chiedere ai politici infilati nella nebbia (Rep. di ieri) di uscire dalla nebbia e nessuno cercherà invece di raccontare le cose per quello che sono, rispettando quello che prevede la Costituzione più bella del mondo all’articolo 27 e ricordando che l’Italia vive in una condizione drammatica perfettamente descritta dal professor Sabino Cassese in un capitolo del suo ultimo libro pubblicato oggi sul Foglio: “La situazione italiana della giustizia civile e di quella penale è drammatica… Le procure debordano sia invadendo campi a loro estranei, sia utilizzando – attraverso l’uso distorto di intercettazioni e custodia cautelare – procedure poco produttive sul piano processuale ma molto efficaci nel circuito politico e dell’opinione pubblica… Gli effetti principali di questi interventi si producono nel campo della politica e dell’amministrazione… Sulla prima, l’azione accusatoria ha l’effetto di stimolare la sfiducia nell’elettorato. Sulla seconda ha un effetto di spiazzamento, nel senso che in questo modo i decisori di ultima istanza nelle scelte più importanti riguardanti problemi sociali, ambientali, di sviluppo urbanistico diventano le procure, in luogo degli organi rappresentativi e degli uffici burocratici. Un ultimo effetto di questo processo vizioso è quello per cui i procuratori sono proiettati nello spazio pubblico, dove sono ascoltati più per i poteri di cui dispongono che per quello che pensano, e divengono i naturali candidati alle posizioni di vertice di quella politica dalla quale dovrebbero restare distanti per dovere d’ufficio. I conflitti con il corpo politico, nonostante la mancata modernizzazione del sistema giudiziario in Italia, sono numerosi: molti fisiologici, perché la giustizia costituisce un naturale limite della politica; alcuni patologici, perché la giustizia non risponde al compito fondamentale che è chiamata a svolgere (giustizia ritardata è giustizia negata)”.

 

In una democrazia malata, in cui il popolo si è rassegnato a esercitare la sua sovranità nelle forme e nei limiti decisi delle procure italiane, i partiti e i giornali liberi invece che alimentare il circo dovrebbero sforzarsi di fare il contrario di quello che faranno oggi: combattere battaglie politiche a colpi orrendi di veline giudiziarie.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • fedegronda

    03 Marzo 2017 - 16:04

    Ma secondo lei, Cerasa, la democrazia italiana l'hanno fatta ammalare i magistrati o una classe politica inetta, codarda, autoreferenziale e largamente corrotta?! La democrazia in Italia si è ammalata a inizio anni '90? Avrebbe preferito che la procura di Milano se ne stesse a cuccia e che la vita democratica del paese proseguire felicemente nel suo idillio?! Le procure chiaramente non risolvono i problemi del paese e anzi spesso si rendono protagoniste degli strabordamenti che lei lamenta, ma nel suo articolo sembra che i magistrati siano dei farabutti alla caccia di poveri politici retti e mossi dalle migliori intenzioni. Ci vogliamo prendere in giro?! Allora vada avanti così, lei da una parte contro Travaglio dall'altra; ognuno continuerà a fare il capo ultrà della propria fazione, si coccolera' i suoi follower e verrà considerato per quel che è da chi cerca di valutare con equilibrio le varie vicende nostrane.

    Report

    Rispondi

    • mauro

      05 Marzo 2017 - 10:10

      Che la classe politica sia inetta e anche peggio non ci piove, e c'è chi vorrebbe salvarci da essa tornando a cantare tutti in coro bandiera rossa, chi uscendo dall'Europa come se ciò bastasse, chi con altre chiacchere inconcludenti. Lei propende per una dittatura della magistratura sempre più consistente, con l'immacolato Travaglio quale vessillifero, ed è un Suo diritto. Ma non usi il termine equilibrio per avvalorare le Sue opinioni, perchè se c'è qualcosa che tiene ancorato al fondo il nostro disgraziato paese è proprio la mancanza di equilibrio, sia culturale che istituzionale.

      Report

      Rispondi

  • luigi.desa

    03 Marzo 2017 - 15:03

    qualcuno lo ha detto,forse nell'antichità o nel tempo a seguire. La corruzione alligna con maggiore effetto per i risultati ,i favori ottenuti, in chi ha un qualche potere. Davigo che è presidente pro tempore del più alto potere che esiste in Italia -non si muove foglia che l'associazione non voglia- sa per semplice buon senso che a nessuno può venire in mente di corrompere un pastore un homeless e quanti sprovvisti di potere esistono per chiedere un favore una prebenda o altro economicamente in senso lato remunerativo.Quanti altissimi poteri esistono in uno stato come l 'Italia ,fatto salvi gli organi costituzioni di primo rango e dunque ahiloro astratti ? Io sono buon testimone , pur non bazzicando i piani alti .La corruzione non ha un a sintesi di poche parole per essere descritta, ma per analogia c'è quella del grand viveur ,donne e champagne e petit viveur pippe e gassose.Ah ,ah che orrore le diseguaglianze.

    Report

    Rispondi

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    03 Marzo 2017 - 12:12

    E’ dura la vita di laboratorio. Trovare donatori, coccolarsi ogni cellula feconda; ad una ad una coltivarle, correggerle, indirizzarle, assisterle con certosina pazienza, attendere, sperare, scartare, selezionare. Fare spallucce in caso di fallimento: le risorse scarse, il sistema che non consente, l’intromissione della politica… E’ dura. Ma vuoi mettere la soddisfazione quando, al netto della eliminazione di tutti quelli inutilizzabili o non conformi alle aspettative, dal laboratorio di una delle tante Procure della Repubblica dell’italica magistratura un eroico PM può finalmente annunciare alla stampa - a petto scoperto - che finalmente: “abbiamo l’ indizio”? Altri, ora, dovranno dare corpo di verità a quell’embrione che lui e solo lui è riuscito a creare dal nulla, tra mille difficoltà. E poi dicono che in Italia non si fa ricerca.

    Report

    Rispondi

  • DBartalesi

    03 Marzo 2017 - 11:11

    Se è vero che in natura è legge l'eterno conflitto degli opposti, e che l'aumento dell'uno pareggia il temporaneo calo dell'altro, lo svaporarsi dei partiti contenitori (anche) di una "morale civica" è stata rimpiazzata dalla più dura "morale dei giudici". Un' invasione di campo non casuale. E intanto il popolo non più "allevato" dentro i recinti delle ideologie, chiese, partiti, giornali di carta, sbanda impaurito in una prateria di cui ha perso coordinate e segni, e cerca un "capo branco". Diventa "Populista"? O qualcosa del genere, non siamo filosofi. A farla berve, prendersela ancora e ancora con le toghe "cattive", non spiega il presente e rischia di consegnare la ratio futura a qualche mandriano. Da noi "burino", in the US...a qualche "cow boy". (Daniele Bartalesi)

    Report

    Rispondi

Mostra più commenti

Servizi