E se per Renzi fosse arrivato il momento di rassegnarsi a D’Alema?

L’alternativa a un governo populista, anche ora a scissione compiuta, potrebbe passare per un pranzo a Pontassieve con il nemico Max.

Claudio Cerasa

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 E se per Renzi fosse arrivato il momento di rassegnarsi a D’Alema?

Matteo Renzi (foto LaPresse)

E se per Matteo Renzi fosse arrivato il momento di rassegnarsi a Massimo D’Alema? Giunti a questo punto della storia, ora che la scissione si è concretizzata e che gli effetti a catena della vittoria del No al referendum hanno cominciato a portare i primi e amari frutti nella vita politica del nostro paese, bisognerebbe dire la verità e osservare il mondo per quello che è, e non più per quello che sarebbe potuto essere. Sappiamo come è andata: il maggioritario non c’è più, l’Italia dei sindaci è sparita, il doppio turno è stato spazzato via dalla storia, la rottamazione è svanita, l’agenda Pomicino ha preso il posto dell’agenda Giavazzi, il Cnel è tornato a essere il cuore pulsante della politica italiana, il partito della fazione ha preso il posto del partito della nazione, ed è inutile girarci intorno: la politica riformista potrà anche aspirare a rimettersi in cammino, En Marche!, Je suis Lingottò, ma non potrà far finta di ignorare che l’Italia non è la Francia e che per costruire un governo, nel futuro, se mai quel futuro ci sarà, occorrerà sporcarsi le mani e giocare non solo con la grammatica delle idee ma anche con gli equilibri dell’algebra. E dunque, torniamo al punto di partenza: e se per Matteo Renzi fosse arrivato il momento di rassegnarsi a Massimo D’Alema?

 

Spieghiamoci meglio. La scissione del Pd può avere due effetti. Il primo, di cui abbiamo parlato lunedì, è chiaro: dar vita a un movimento 5 sinistre, una perfetta costola del grillismo chiodato, destinato a ingrassare il bacino elettorale da cui in futuro potrà attingere il 5 stelle. La seconda opzione, che forse Renzi dovrebbe prendere in considerazione, è che la frammentazione del centrosinistra produca un altro effetto. Un doppio effetto. Da una parte il Pd, libero finalmente dalle sue catene, potrebbe trovare un modo per tentare uno sprint e diventare il partito unico della nazione anti populista, anti nazionalista, anti protezionista. Dall’altra parte gli scissionisti potrebbero invece avere un ruolo cruciale per il futuro del centrosinistra, se solo riuscissero a creare un movimento capace di attirare quella fetta di elettorato che Renzi non poteva non perdere in questi anni, durante i quali, a giorni alterni, l’ex premier ha tentato di fare in piccolo ciò che fece in grande Gerhard Schröder: mettere in campo una serie di riforme strutturali, e trasversali, anche a rischio di spaccare la sinistra (cosa che accadde anche a Schröder nel 2005, quando dall’Spd uscì Oskar Lafontaine, che con la Die Linke arrivò all’8,7 per cento alle successive elezioni, facendo perdere Schröder, con il quale Lafontaine si rifiutò di allearsi dopo il voto).

 

Tutto questo per dire una cosa semplice: Renzi non guadagnerà un solo voto in più attaccando ogni giorno D’Alema, offrendo in prima serata retroscena sulla scissione e utilizzando la nascita del nuovo soggetto come se fosse il simbolo di una nuova giovinezza possibile o di una nuova e finale rottamazione. Renzi invece farebbe bene a rassegnarsi al nuovo corso, in cui paradossalmente la divisione dei compiti potrebbe persino fare il gioco del Pd, se il soggetto che nascerà fuori dal Partito democratico riuscirà a recuperare una parte dell’elettorato in fuga dal Pd. Un leader che sogna ancora di essere lo Schröder d’Italia dovrebbe occuparsi di conquistare voti non parlando delle trame di D’Alema (“Una noia mortale viene emanata da quelli che hanno ragione e lo sanno”, diceva il grande Elias Canetti), ma parlando agli italiani attraverso un programma economico ambizioso e realistico che faccia perno sul mondo che ci sarà, e non su quello che si sognava. E incidentalmente nel mondo che ci sarà potrebbe persino capitare che dopo le elezioni Renzi e la banda D’Alema siano costretti a farsi due chiacchiere per tentare di fare un nuovo governo. Far finta che questo non possa esistere non è un gesto di riformismo ma è un gesto di autolesionismo. Dunque, sì. En Marche! e Je suis Lingottò. Sapendo però che un domani l’alternativa a un governo populista potrebbe passare anche da un pranzo a Pontassieve con il nemico Max. Chissà.

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  • stefano.fumiatti

    01 Marzo 2017 - 18:06

    Sulle pagine di questo giornale tempo fa lessi che "i partiti diciamo di sinistra che tornano indietro nel tempo, sono destinati all'irrilevanza. Come il partito Laburista Inglese che dopo aver governato per molti anni oggi si trova in un penoso declino grazie all'ottima guida di Mr. Corbyn." Sono molto d'accordo su ciò, e quindi spero che il nuovo segretario del PD non si sieda a parlare con i "nostalgici rossi" che finalmente hanno fatto armi e bagagli. Che il futuro PD affronti e continui con forza e vigore il percorso delle riforme e riesca a "strappare" voti e consensi nel campo moderato.

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  • carlo.trinchi

    01 Marzo 2017 - 17:05

    A forza di teoremi ci si perde nella nebbia come il nonno in Amarcord che gira intorno alla colonna sentendosi prigioniero dei suoi fantasmi. Per Renzi il ritroso sono sabbie mobili mortali e definitive. Renzi tiri diritto: Partito, primarie e voto. Se poi vincerà Grillo farà Renzi il Grillo. Che vada Di Maio a fare la prossima finanziaria o la successiva. Crei Di Maio lavoro vero e non mance di cittadinanza. Il momento socio economico è tremendo e solo razionicinio, grande responsabilità e senso della realtà servono a chi è chiamato al difficile compito. Maggiornaze da fratelli coltelli come abbiamo vissuto non portano lontano. Cos'altro dobbiamo vedere dopo il 4 dicembre? Dove sono finiti i riformisti costituzionali del no? Spariti? D'Alema girava con un libretto cotto e mangiato. Una pena. Se Renzi si ridurrà a questo meglio che lasci, ha fallito con se stesso e con i suoi elettori. Il mondo va avanti non torna al novecento. Basta politichese, basta con le falsità e i finti accordi

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  • carlofrisaldi

    01 Marzo 2017 - 16:04

    Questa volta mi pare che Cerasa trascuri un particolare determinante e cioè che con quella sinistra ( a prescindere da D'Alema di cui si sta enfatizzando il ruolo e che è uno dei politici più invisi ) sarà difficile fare alcunché di utile per il nostro Paese ed in questo caso piuttosto che ripercorrere l'esperienza del passato governo tanto varrebbe passare la mano e abbandonare la sinistra estrema alla insignificanza come è accaduto inGermania a La Fontaine.. Del resto Renzi ha dichiarato più volte che se dovesse rassegnarsi a galleggiare preferirebbe abbandonare.Intanto l'Italia continuerà nel suo lento (?) declino che è la conseguenza della prepotente apparizione sulla scena mondiale dei tanti popoli sinora esclusi dal benessere, cioè dai consumi e noi dovremo rassegnarci ad una porzione di torta più piccola. Altro che reddito di cittadinanza di cui parlano gli sprovveduti grillini.

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  • mauro

    01 Marzo 2017 - 13:01

    Caro direttore, anche a prescindere dalle sconsolanti puntualizzazioni di Canetti, le Sue argomentazioni non fanno una piega. Non ci resta quindi che arrenderci alla realtà: che non propone altra scelta che tra il grillocasaleggismo ( e c'è ancora chi se la prende con il popolo tedesco per l'elezione di Hitler) e il post comunismo che, ringalluzzito, auspica un nuovo trionfo della bandiera rossa. Magari a primavera quando il vento avrà smesso di fischiare permettendoci di ascoltare le incancellabili note di bella ciao alternate all'Internazionale. Una goduria in ogni caso. Tertium, a quanto pare, non datur. A meno di voler contare su un sempre pimpante Berlusconi, dimenticando la cialtronaggine dimostrata in occasione del referendum (che personalmente non dimentico) o sull'improbabile aumento delle percentuali delle varie destre, sovraniste o internazionaliste in solido.

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