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Il mito sbagliato

Loris Zanatta

Emiliano cita a suo modello Che Guevara, cioè il teorizzatore dell’odio come fattore di lotta

Quando ho letto che Michele Emiliano s’inorgogliva di avere sfidato Matteo Renzi citando Che Guevara, ho fatto un salto sulla sedia. Davvero? Ancora? Nel 2017? La cosa aveva un suo lato comico: cosa ci azzecca quell’omone dal viso innocuo e simpatico, impeccabile nei suoi completi alla moda, col guerrigliero austero, emaciato e asmatico ucciso in Bolivia nel 1967? Poi, pensandoci, mi sono preoccupato. Sarà che anch’io, come altri, sono stato un elettore del Pd; che votandolo pensavo di votare un partito riformista di una moderna democrazia liberale; un partito che si batteva per lo stato di diritto, l’inclusione sociale, l’estensione dei diritti civili, una sana economia di mercato, il premio all’impegno e al merito; per una società aperta e pluralista. Ora, caso vuole che di mestiere insegni la storia dell’America latina e di Guevara mi sia occupato in lungo e in largo. Ognuno si sceglie i miti che vuole, per carità, ma alcune cose vanno chiarite: Guevara odiava la democrazia liberale, derideva lo stato di diritto, detestava il mercato e di pluralismo non voleva sentir parlare. Che vi inneggi chi ambisce a guidare il Pd è grottesco.

 

Ma morì per i suoi ideali! Credeva nella giustizia sociale! Combatté l’imperialismo! Suvvia, sono passati cinquant’anni e sarebbe ora di grattare un po’ sotto la superficie. Guevara elaborò la famosa teoria del focolaio guerrigliero. Giovò a qualcosa? Migliorò la vita di qualcuno? Per nulla. Semmai il contrario. In suo nome, migliaia di giovani latinoamericani imbracciarono le armi e andarono a morire: a volte combattendo contro violente dittature, più spesso contro fragili democrazie che cercavano di irrobustirsi. Grazie a ciò la politica divenne guerra, i partiti riformisti e quelli comunisti vennero repressi e le forze armate si trovarono ovunque servito su un piatto d’argento l’alibi perfetto per fare tabula rasa. Quando si dice il genio politico. Ma almeno denunciò l’imperialismo sovietico! Già. Peccato che in gioventù criticasse Kruscev rivendicando Stalin e in età matura osannando Mao.

 

Quali fossero le sue idee sui diritti civili lo dimostrò più volte: preso il potere, Castro gli affidò la guida de La Cabaña, una grande caserma dell’Avana, e lui la trasformò in macelleria; i processi che vi istruì contro i nemici erano farse crudeli. Erano criminali di Batista? Molti sì, altri no. Non avevano dunque diritti? No. La rivoluzione, aveva già detto qualcuno, non è un pranzo di gala; al cospetto della sua promessa di un mondo libero dal male e dal peccato, non c’era diritto che tenesse. Chi meno ne aveva erano gli omosessuali, verso i quali Guevara ostentava un proverbiale sprezzo machista; sprezzo sulla cui base il castrismo fabbricò allora una sua eugenetica prima e i famigerati campi di rieducazione poi. Sulla giustizia sociale era colmo di buone intenzioni: questo non si discute! Ma di buone intenzioni, si sa, è lastricato il cammino dell’inferno: difatti fece sfracelli sia al ministero dell’industria sia a capo della banca centrale; il suo modello incentrato sul primato dello spirito e della volontà venne presto accantonato. Per una semplice ragione: causava miseria. Da allora si ricordò quell’epoca usando un eufemismo: c’era stato eccesso di “idealismo”. Di Guevara, però, rimane il martirio e sul martirio fioriscono i miti, si fabbricano le santità. Martirio era infatti una parola chiave nell’immaginario di Guevara, insieme ad altre che non a caso ne hanno fatto un santino caro a rivoluzionari e neofascisti alla pari: sacrificio, redenzione, disciplina, lealtà, volontà, guerra, sangue, morte. Tutto ciò, certo, “senza perdere la tenerezza”, ci racconta un suo celebre e obiettivo biografo. Tenerezza di cui divenne emblema la sua celebre missiva all’assemblea Tricontinentale riunita all’Avana nel 1967: dobbiamo coltivare, scrisse, “l’odio come fattore di lotta; l’odio intransigente verso il nemico, tale da spingere l’essere umano oltre i suoi limiti naturali, così da convertirlo in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”. Dubito che questo sia ciò che Emiliano abbia in mente. Una sola domanda: non sarebbe ora di rinnovare il Pantheon?

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