Cosa c'è dietro la scissione imminente del Pd?

La cultura politica, ma anche un calcolo sulle liste. La confessione di Tonini

Cosa c'è dietro la scissione imminente del Pd?

Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Ripubblichiamo il post su Facebook di Giorgio Tonini, senatore Pd e presidente della Commissione Bilancio.

 

Alla vigilia dell'Assemblea nazionale che dovrebbe indire il Congresso, il Pd è in piena tempesta emotiva ed è normale che sia così. Quando la dialettica interna ad un partito degenera, al punto da rendere possibile, se non inevitabile, una scissione, è umanamente comprensibile che emergano ed esplodano paure e angosce, recriminazioni e risentimenti. Proprio in momenti come questi, nei quali il cuore diventa inevitabilmente molto caldo, è tuttavia indispensabile fare di tutto per mantenere la testa fredda. Cercare di capire, prima di giudicare, le ragioni degli uni e degli altri, è del resto l'unico modo, sia per avere rispetto vero di tutti, sia per tentare sul serio e senza ipocrisie di evitare che la crisi porti alla rottura definitiva.

 

Proviamo allora a cercare di capire dove stia la vera ragione del conflitto interno al Pd. È evidente, e non deve scandalizzare nessuno, perché la politica è sempre anche lotta per la conquista e la conservazione del potere, che la causa scatenante del conflitto sono le liste da presentare alle prossime elezioni politiche. Sulla base della legge elettorale in vigore, l'Italicum corretto dalla Corte costituzionale, almeno alla Camera (diverso è il caso del Senato), le liste saranno composte, in ciascuno dei cento collegi in cui è stato suddiviso il territorio nazionale, da un capolista "bloccato" e da quattro o cinque altri candidati che si disputeranno a colpi di preferenze il secondo seggio in palio: l'unico possibile, oltre a quello destinato al capolista, per un partito come il Pd che, stando ai sondaggi, dovrebbe attestarsi attorno al 30 per cento dei voti.

 

Gli scissionisti del Pd hanno un problema: c’è vita fuori dal Pd?

Nonostante l'unità di facciata gli anti-Renzi sono tutt'altro che uniti. E la loro fuoriuscita dal partito dipende anche dalla legge elettorale

Senza il premio di maggioranza (per conquistare il quale ora serve il 40 per cento dei suffragi), al 30 per cento dei voti corrisponde infatti grosso modo il 30 per cento dei seggi, quindi circa 200 deputati su 630. Dunque, con questa legge elettorale: 1) il Pd perderà un terzo degli attuali deputati (oggi, grazie al generoso premio del Porcellum, sono più di 300); 2) solo i cento capilista saranno pressoché certi della elezione, tutti gli altri dovranno conquistarsela sul campo di lotta fratricida delle preferenze.

 

È dunque evidente e comprensibile che le modalità di selezione dei cento capilista siano al centro della contesa. La minoranza di sinistra del Pd considera infatti certa la rielezione di Matteo Renzi alla guida del partito e teme che la scelta, da parte del segretario, dei cento capilista premi in modo abnorme i suoi fedelissimi e lasci a loro, alla minoranza, solo le briciole. A quel punto, dicono in molti, tanto vale rischiare la scissione: se ci va male non ci andrà comunque peggio che se restassimo nel Pd, se invece ci andasse bene... Che la eventualità di una forte penalizzazione della minoranza nella scelta dei cento capilista non sia irrealistica, dipende proprio dal comportamento parlamentare della minoranza stessa in questa legislatura. Non si contano infatti le occasioni nelle quali la minoranza non si è limitata a criticare le scelte del governo, come è suo diritto indiscutibile in un partito democratico, ma si è dissociata nel voto, talvolta perfino in quello di fiducia, nelle aule parlamentari. Questo comportamento, tanto più se ripetuto, è strutturalmente incompatibile con l'appartenenza ad un partito. È già, di per sé, un comportamento scissionistico. Questo la minoranza lo sa e sa anche che Renzi è tentato (e pressato) di restituire pan per focaccia: poiché avete dimostrato di essere inaffidabili, non posso che ridimensionarvi in modo drastico nella scelta dei candidati e in particolare dei capilista.

 

Il mio amico e grande politologo Sergio Fabbrini ama dire provocatoriamente che la politica è una scienza esatta. Ha ragione: anche la politica ha le sue leggi, diverse da quelle della fisica o della chimica, ma non meno stringenti. Una di queste leggi è la complementarietà, in un partito complesso e composito, del pluralismo della rappresentanza con la disciplina nel voto. Se si viola sistematicamente la disciplina, si mette a repentaglio la sostenibilità del pluralismo e si pongono quindi le basi della scissione. Questa regola non conosce eccezioni, nella storia dei partiti politici, e averla sottovalutata, da parte degli amici della minoranza, è stato un grave atto di superficialità.

 

Giunti a questo punto, lo spazio della mediazione possibile è molto stretto, ma teoricamente non inesistente. Ricostruire la fiducia reciproca è possibile, se tutti si impegnano, pubblicamente e solennemente, al rispetto contestuale sia della regola del pluralismo nella composizione delle liste, da parte della maggioranza congressuale, sia della regola della disciplina nel voto in parlamento, da parte della minoranza. 

 

Il riformismo non è un taxi

La scissione del Pd ci sarà, così sembra, ma per trasformarla in oro esiste solo una possibilità: mettere da parte le sottomissioni grilline e le cozze pelose, e raddoppiare la posta contro il partito unico del carlintrumpismo

 

 

E tuttavia, la riaffermazione di queste due regole presuppone, da entrambe le parti, la condivisione che ciò che unisce le diverse anime del Pd è più grande e importante di ciò che le divide. Dalla manifestazione romana guidata da Emiliano, Rossi e Speranza non sono pervenuti segnali incoraggianti in questo senso. La richiesta a Renzi di farsi da parte non va in questa direzione sul piano politico. E non va in questa direzione, sul piano della cultura politica, l'apparato simbolico scelto dagli organizzatori: dallo slogan "rivoluzione socialista", che nella storia si attaglia solo alla rivoluzione di Ottobre, fino alle note di "Bandiera Rossa", che accompagnavano le parole "evviva il comunismo e la libertà", tutto sembra fatto apposta per segnare una cesura difficilmente ricomponibile con il progetto del Pd. E perfino, verrebbe da dire, con quello del Pds e poi dei Ds, nati dalla svolta dell'89.
Se questa deriva sarà confermata e si arriverà alla scissione, vorrà dire che avranno avuto ragione quanti sostengono che le categorie "sociali" di destra e di sinistra non rappresentano più la principale discriminante politica e sono destinate a cedere il primato a quelle "liberali" di apertura e chiusura: alla globalizzazione, alla competizione, all'innovazione. E che c'è da aspettarsi un processo lungo e travagliato di ridefinizione degli assetti politici e partitici della nostra come di altre democrazie occidentali.

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