Il ritiro dalla politica esiste. Il caso Veltroni

Candidato alla Lega calcio dimostra che c’è vita oltre la rottamazione

veltroni

Walter Veltroni al campionato di Serie A 2000/2001 Roma \ Parma

E adesso che forse lo candidano alla presidenza della Lega calcio, anche se lui non ha deciso, e prende tempo, adesso che ancora una volta lui dimostra che si può cambiare mestiere, saltellando come donzelle felici, eclissandosi e rifacendo capolino altrove, adesso che insomma Walter Veltroni (notizia su Repubblica di ieri) rivela come si possa sopravvivere, ed esistere, restando fuori dal giardino di Renzi come dai giardinetti della vecchia nomenclatura diessina, adesso che tutto questo sembra succedere, diventa davvero impossibile non indicarlo – specialmente ai suoi vecchi colleghi, e un po’ rancorosi – come un raro esempio di dignità e forse anche d’intelligenza politica. E dunque solo Veltroni, tra i grandi dinosauri della stagione che fu, ha saputo sparire come nulla fosse, dimettendosi dal Parlamento e da un’intera e consumata esistenza, per incarnare adesso a sessant’anni stracompiuti la parte più graziosa e incerta della sua biografia di adolescente attempato, capace di recuperare e coltivare con grazia e simpatia vecchie e mai sopite passioni: il cinema, l’America, la letteratura, e adesso forse – ci piacerebbe – anche il calcio, quello tifato e coccolato (Roma o Juve che sia).

Il difetto di Pioli (e di Veltroni)

Uno dei motivi per cui amiamo Walter Veltroni in versione giornalista è che quando parla di qualsiasi cosa o intervista chicchessia, in fondo parla sempre di se stesso, come fanno i poeti

Ed ecco dunque il film su Berlinguer, quello sul prodigio dei bambini, e poi la scrittura, la televisione immaginata e realizzata (con successi alterni), e persino il giornalismo sempre lambito, ecco che insomma Veltroni realizza adesso tutto ciò che forse ha sempre desiderato come vita alternativa all’impegno politico che negli anni lo ha portato, in Italia, a essere tutto: deputato, ministro, segretario dei Ds e segretario della vocazione maggioritaria nel Pd, sindaco di Roma, vicepresidente del Consiglio anche se mai capo del governo. E d’altra parte è ormai chiaro: ci sono gli uomini della ditta – c’è il rancore di D’Alema, l’ostinazione di Bersani, l’eterno ritorno ulivista di Prodi – e poi c’è un altro modello, modello Walter, nella cui capacità di reinventarsi si occulta forse anche la sua antica e sempre sottovalutata furbizia, ma anche la virtù del sapersi ritirare e ripensare, nell’Italia che non riesce mai a chiudere la storia di nessuno, che spenna le vicende di ciascun protagonista fino alla decomposizione.

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