Che cosa significa quando il Corrierone, che non è giornale-partito, indossa i panni del giornale-governo

L'interesse industriale e il Sole 24 Ore che tace 

Che cosa significa quando il Corrierone, che non è giornale-partito, indossa i panni del giornale-governo

(foto LaPresse)

Ciò che va bene per il Corriere della Sera va bene per il paese, si potrebbe dire parafrasando Gianni Agnelli che lo diceva per la Fiat, a sua volta parafrasando il vecchio detto americano secondo cui ciò che andava bene per la General Motors andava bene per l’America. Ma a parte il fatto che quando l’Avvocato gigioneggiava sul bene del paese era padrone anche del Corriere, la differenza tra Fiat o Gm e un quotidiano balza agli occhi. Va detto che il Corriere della Sera non è mai stato un giornale-partito, nel senso di Repubblica. È un giornale che in guardaroba ha molti abiti da infilarsi, a seconda delle stagioni e della necessità. Ogni tanto, ciclicamente e ostentando diniego e senso del sacrificio, è costretto a mettersi i panni dell’interesse nazionale e della guida del paese. Non il giornale-partito, proprio il giornale-governo. Aveva cominciato con Crispi, a correggere gli errori del trasformismo (i mali prodotti dalla casta politica sono un pallino). Quando servì fece la sua parte di leading from behind di Mani pulite. Affondò Berlusconi quando era ora di un governo tecnico, fece un (sottile) tifo per Grillo quando serviva aria nuova per cacciare Monti, fece un giro di valzer con Renzi quando sembrava non ci fosse altro da fare. Alti e bassi: ma chi non ne ha?

 

Adesso è uno di quei momenti. Il paese è confuso, la politica annaspa, e il governo Gentiloni visto da Via Solferino non ha alternative, ma ha bisogno di essere indirizzato con buone ragioni e difeso dai nemici. Così da ormai molti mesi (ancor prima del referendum fatale), il Corriere aveva iniziato a interpretare a suo modo la linea dell’interesse nazionale (grosso modo: viva la Costituzione, attenzione all’uomo solo al comando, l’Europa ci guarda). Nelle ultime settimane il fuoco di fila è diventato ritmato, il fronte per il tiro di sbarramento ampio: dall’Europa alla politica, dal non-voto-subito all’economia. Ieri c’era Paolo Mieli, che in verità preferirebbe votare, ma spiegando da par suo perché con questa legge anche no. E c’era comunque l’intervista ad Alberto Bombassei, uno dei big (conf)industriali che era stato più vicino alle posizioni di Matteo Renzi. Ora dice: “Le elezioni? Non sono la priorità. I temi da affrontare sono altri”. Domenica c’era l’altro ex direttore Ferruccio de Bortoli, con un’allarmata analisi storica sull’Europa, a sostenere “meglio votare alla scadenza naturale e con una legge elettorale dignitosa e non suicida”. E a spiegare che “l’Europa è bersaglio dei sovranisti, ma anche di esponenti della maggioranza”. E un’intervista a Enrico Letta. Sabato Massimo Franco (in questa fase sta interpretando la parte del teorico della linea) intervistava Laura Boldrini: prima di votare c’è tanto altro da fare. Francesco Verderami elogiava il Berlusconi apprezzatore di Calenda e di Franceschini. Nel frattempo, si mena come fabbri su Renzi “che cambia tattica e rispolvera il caminetto” e che ha sbagliato il calcio di rigore. Del resto aveva iniziato Ernesto Galli della Loggia, in data 5 dicembre, a buttare sale sulle “cinque ragioni di una sconfitta”. Galli della Loggia che, prima di intingere la penna nel veleno (“la rovinosa disfatta di Matteo Renzi manifesta un rifiuto profondo che via via ha preso corpo nei confronti della personalità dell’ormai ex premier”) aveva avuto un fugace amour fou per il grillismo. Fugace forse come quello di Aldo Cazzullo, che di Gianroberto Casaleggio scrisse “è stato un precursore. Uno tra i primi ad aver capito che il segno del nostro tempo è la rivolta contro l’establishment”, ma pur sempre amore. Mentre il sentimento del direttore Luciano Fontana, che fa aperture alle concezioni di Beppe Grillo sul vincolo di mandato, sembra una faccenda più teoretica.

 

Ma tutto il coro canta una sola canzone: Gentiloni deve durare, ce lo chiede la Storia. E ce lo chiede il Quirinale – attraverso le onde magnetiche che Marzio Breda riesce a captare dai silenzi di Sergio Mattarella, o facendo eco alle parole più esplicite del presidente emerito. Non è tutto così, certo, il Corriere è pur sempre un grande giornale polifonico. Angelo Panebianco ha scritto: “Siamo tornati, dopo un giro durato quasi un quarto di secolo, alla casella di partenza. L’esito del referendum e la sentenza della Corte sulla legge elettorale fanno rinascere la ‘democrazia proporzionale?’”. E non lo diceva esattamente come chi è felice del ritorno al sistema dei partiti, né ai partiti dei caminetti. Ma la cosa più interessante non è il cripto-grillismo anticastale, che scorre da sempre come una vena velenosa nel corpo del giornalone della borghesia milanese. L’importante, quando il Corriere indossa l’abito del partito dell’interesse nazionale, è cogliere i riflessi del tessuto. Si nota la stoffa dei maggiori editorialisti, avversa al maggioritario e vocata all’establishment. Si sente la paura della deriva populista, del resto così a lungo evocata. Ma si notano, evidenti, anche le preoccupazioni del mondo della produzione, quello che dopo aver sperato un po’ nella ripresa renziana oggi teme soprattutto i disastri delle banche o del debito e tende a riporre le speranze nella durata e (forse) in Bruxelles. In questo, il Corriere esprime anche gli interessi di cui di solito si fa carico il Sole 24 Ore, in questa fase assai silente.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    07 Febbraio 2017 - 09:09

    Le responsabilità dei più diffusi giornali e dei media in generale sulla confusione politica sovrana nelle quale siamo piombati sono enormi, e finge di non vederle soltanto chi non vuol vedere. L'aver assecondato ed amplificato l'introduzione nella vita civile della pena accessoria della gogna e del ludibrio mediatico non poteva esser privo di conseguenze devastanti. L'aver assecondato l'uso dello spregiativo termine "inciucio" per definire cio' che altrove si promuove come salutare "grosse coalizioni" unica strada politicamente percorribile laddove alcun partito non ottiene elettoralmente la maggioranza per governare non poteva esser privo di conseguenze. Siamo e restiamo foglianti anche perché Il Foglio fu l'unico ad intuire che solo un solido accordo Renzi-Berlusconi sarebbe stata la soluzione politica temporanea per uscire alla meno peggio dalla pesantissima crisi economica e politica cui ci eravamo e ci avevano cacciati. Non sarebbe stato meglio aiutare Renzi a sbagliar di meno?

    Report

    Rispondi

Servizi