Renzi cambiaverso un'altra volta: "Potrei non essere il candidato premier del Pd"

Il segretario rilancia l'idea delle primarie per la leadership ma apre anche alla possibilità del congresso: "In quel caso si vota nel 2018. A Palazzo Chigi? Potrebbe toccare a Gentiloni o Delrio"

Renzi si dimette dopo la vittoria del No. Un plebiscito contro la rottamazione

Matteo Renzi durante l'annuncio delle sue dimissioni (foto LaPresse)

Una promessa, una minaccia, un tentativo, di certo l'ultimo, di placare gli animi dell'agitata minoranza del suo partito. Magari persino di recuperare un po' del consenso che gli è mancato in occasione del referendum costituzionale. Decidete voi. Fatto sta che Matteo Renzi lo dice con la sfrontatezza che lo ha sempre contraddistinto: "Potrei non candidarmi a premier".

 

Renzi sfida il partito del 2018 e apre alle primarie per andare a votare subito

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L'orizzonte, ovviamente, è quello di un possibile voto anticipato. Renzi sa che è partita una vera e propria caccia all'uomo. Una guerra che vede, un po' come accaduto lo scorso 4 dicembre, tutti in campo contro di lui. Vogliono fermarlo. E allora lui li sfida: o le primarie per la leadership e le urne, o il congresso del Pd (che in ogni caso) non verrà anticipato e si va ad elezioni nel 2018. "Se si celebra il congresso - spiega - si va all'anno prossimo, altrimenti si fanno le primarie. Non ho problemi a fare il congresso. Volevo farlo a dicembre ma me l'hanno impedito. E adesso lo invocano...ma lasciamo stare".

 

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Non manca, ovviamente, un mea culpa sul passato. "Ho avuto la possibilità di tirare un calcio di rigore con il referendum del 4 dicembre - prosegue l'ex premier - me lo hanno parato, anzi sono io che l'ho tirato malissimo. E adesso è cominciata una fase politica diversa". Da qui la consapevolezza sul suo futuro in politica: "Lo scenario della prossima legislatura imporrà probabilmente dei governi di coalizione. La prossima volta potrei non essere io il candidato del Pd a palazzo Chigi. Magari potrebbe toccare a Gentiloni o a Delrio". 

 

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"Il clima politico è cambiato nel paese - conclude - sono il primo a esserne consapevole. So bene che se anche ottenessi un grande risultato, un 37% dei voti o addirittura un 42%, non esisterebbero più le condizioni per avere un governo libero di fare le cose che ho in mente. Dunque è bene ragionare sui pro e i contro delle elezioni anticipate. Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si ritiene che serva. Con Gentiloni il rapporto è tale che ci diciamo tutto. E capisco che l'obiezione di presentarsi al G7 di fine maggio con un governo dimissionario non offrirebbe una bella immagine dell'Italia. Ma in Europa andrà comunque un governo dimissionario dopo qualche mese, con la manovra finanziaria alle porte". Insomma, perché non votare subito? Al partito del 2018 l'ardua risposta. 

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    03 Febbraio 2017 - 12:12

    Non è questione di aver sbagliato il rigore per Renzi. Bastava fare le riforme in modo diverso, tipo l'abolizione del Senato, il dimezzamento dei parlamentari e non modificare ben 47 articoli, vado a memoria, della Costituzione. Ma il suo difetto è stato di essersi montato oltre misura per il 41 per cento di voti alle Europee e di aver pensato all'egemonia del Pd per i prossimi vent'anni. E, su questo aspetto, con il suo agitarsi continua a pensarlo.

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