L’alternativa non è Chiara

Tutti parlano bene del sindaco di Torino, anche se ha fatto ancora poco. Perché?

L’alternativa non è Chiara

Il sindaco di Torino, Chiara Appendino (foto LaPresse)

“L’alternativa è Chiara”, era il claim della campagna elettorale della Appendino, da oltre sei mesi sindaca di Torino. Non una qualunque: la sindaca prima in classifica secondo il gradimento rilevato tra i primi cittadini italiani secondo il Sole 24 Ore, la sindaca grillina d’elezione, ma non di temperamento, la sindaca diversa dalla compagna di banco somara che invece sprofonda nella Roma fottuta. Ci mancava solo il citazionismo mitterrandiano sulla “forza tranquilla” e poi era fatta. Una sindaca “normale”, si sono affrettati a raccontare alcuni. Sarà. Ma la rivoluzione torinese di Chiara Appendino, la donna che ha battuto Piero Fassino, non esiste. Non c’è, per il momento, chissà se ci sarà in futuro. Anche perché Torino è come Firenze; sono due città con il pilota automatico. “Non stupisce il posizionamento di Appendino, che è in continuità con Fassino. Diciamo che la città porta bene ai sindaci. E Torino non è Roma. Le condizioni di Torino non erano quelle di Roma”, dice al Foglio il capogruppo del Pd Stefano Lo Russo. Per questo, nonostante la rutilante campagna elettorale tutta rottura e discontinuità, l’amministrazione a cinque stelle non ha potuto fare altro che confermare alcune scelte della precedente gestione fassiniana. La continuità è propiziata anche da un ex funzionario del comune, Paolo Giordana: oggi capo di gabinetto della sindaca, vicino ad An agli inizi, si propose prima a Fassino per poi fare campagna elettorale a Fare per Fermare il Declino e infine approdare al M5s. “Voleva reggere lui le sorti di tutto lavorando dietro le quinte. E’ la sua filosofia da Richelieu de noantri”, dicono a Torino.

 

La continuità insomma è tale che, a dicembre, il Pd ha respinto la mozione di sfiducia presentata dalla Lega Nord contro il vice sindaco “benecomunista” Guidi Montanari, che ha anche la delega all’Urbanistica. “Al di là delle sue coreografiche e roboanti esternazioni a mezzo stampa e delle sue prese di posizione su questo o quel progetto, poi sempre e costantemente smentite dalla sindaca e dai fatti, sta portando avanti il programma urbanistico del Pd con discreta efficacia”, ha detto Lo Russo, che poi ha fatto l’elenco: “Linea 2 della metro, Città della Salute, Corso Grosseto, Centro Congressi Westinghouse, Zoom al Michelotti, Residenza universitaria di Via Malta, l’Ascom Village, la RSA di via Benevento, gli interventi commerciali su Corso Romania, corso Traiano, Corso Vercelli, via De Sanctis, nell’area Venchi Unica, Scalo Vanchiglia-Regaldi, nell’area TNE, in Strada del Portone. Insomma, a ben guardare il buon Montanari per il momento sta lavorando bene nell’attuare tutto, ma proprio tutto, quello che ha trovato e che andava solo completato dal punto di vista amministrativo”.

 

Il testacoda più evidente è sul Westinghouse. In campagna elettorale, Appendino e soci dicevano di voler bloccare la cittadella del commercio a ridosso del centro. A fine novembre però la giunta ha dato il via libera. Troppo ghiotti quei 19 milioni e 600 mila euro per le casse del Comune per lasciarseli sfuggire, ha spiegato la sindaca. Che poi era la stessa idea di Lo Russo, ex assessore all’Urbanistica, nel 2014: “Il Comune non ha i soldi per le tante opere necessarie. Ad esempio per il nuovo centro congressi nell’area ex Westinghouse, 5.000 posti per un’infrastruttura di livello europeo. Ma servono fondi privati e per questo è stato aperto un bando per valorizzare tutta la zona. La proposta che ci è arrivata è quella di realizzare un centro commerciale”, spiegò in un’intervista a Repubblica. In perfetta continuità con i predecessori anche la richiesta fatta a Smat, la società che gestisce la produzione e la rete dell’acqua pubblica. La richiesta era quella di distribuire al cento per cento la riserva facoltativa del 2015. Peccato però che l’assemblea dei soci abbia votato no, con 77 contrari e 30 a favore. Un brutto colpo per le casse del Comune, che deve rinunciare a 6 milioni previsti per il bilancio. La giustificazione, anche in questo caso, è stata la solita: i conti lasciati in eredità da Fassino avevano diversi problemi, sicché l’amministrazione attuale ha dovuto prenderne atto suo malgrado e porvi rimedio. Sarà. Comitati e movimentisti di Torino però hanno perplessità, si riuniscono per “processare” l’amministrazione. E il dubbio viene: non è che la Appendino è più democratica dei Democratici? Alla fine va pure molto d’accordo con il presidente della regione Sergio Chiamparino, tant’è che lo Spiffero, giornale online, ha coniato la crasi Chiappendino per descrivere l’intesa.

 

Laddove si dimostrerebbe che era vero quel che dicevano di lei alcuni renziani della prima ora, in campagna elettorale: “La Appendino avrebbe potuto tranquillamente partecipare a una delle prime Leopolde”. La sindaca di Torino è, per l’appunto, tipa da convention renziana, ma non ditelo a Beppe Grillo. A inizio anno è stata attaccata dai sindacati per aver ceduto sui voucher, lo sterco del demonio, che il Comune di Torino userà per pagare alcuni giovani mediatori culturali che avranno il compito di affiancare i dipendenti comunali per aiutare i cittadini stranieri che si rivolgono agli sportelli. Un voucher per ogni ora di lavoro: 10 euro lordi, ovvero 7,50 netti. La Cgil naturalmente ha protestato e, chissà, magari pure alla Casaleggio Associati hanno arricciato il naso, anche perché era stato lo stesso Sacro Blog a spiegare che vanno eliminati: “I voucher hanno fatto sprofondare verso il basso il lavoro che una volta era tutelato dai contratti”.

 

Ecco, se proprio si deve vedere, una netta svolta è arrivata, si fa per dire, sulla cultura. Torino ha perso parecchie occasioni negli ultimi mesi. Non sarà stata tutta colpa del Comune, per carità. Ma intanto il Salone del Libro se n’è andato a Milano, la mostra su Manet che si sarebbe dovuta tenere quest’anno è saltata, e la Appendino ha dato la colpa alla presidente della Fondazione Musei, Patrizia Asproni, che alla fine s’è dimessa in polemica con l’amministrazione. “Non è lei che mi caccia”, ha spiegato la Asproni. “Sono io che mi dimetto. Non ci vado, non ce n’è bisogno. Tolgo il disturbo. È un problema di mancato rispetto delle competenze e del lavoro svolto. E ormai anche di profonda sfiducia in questa amministrazione”. Slam, sbam, ciao. All’elenco di manifestazioni culturali perdute si aggiungono anche il Torino Jazz Festival e Fringe, la rassegna jazz nei locali e lungo i Murazzi.

 

Alcune sue nomine hanno creato agitazione nel variegato mondo che l’ha sostenuta. Non solo per la mancanza di trasparenza, ma anche per evidenti contraddizioni con lo spirito del Movimento. Per guidare la Trm, la società che gestisce il termovalorizzatore di Torino, ha scelto Renato Boero, un tecnico arrivato da Milano, dove ha gestito Silla2. Se vi aspettate un ambientalista che usa la parola inceneritore e li vuole chiudere, vi sbagliate di grosso. “I termovalorizzatori consentono, a valle della raccolta differenziata, di chiudere il ciclo integrato dei rifiuti. Senza, non restano che le discariche, potenziali bombe ecologiche con enormi problemi di impatto ambientale, dalla contaminazione dei terreni alle falde acquifere”, ha spiegato, appena arrivato, in un’intervista alla Stampa.

 

Alla fine viene il dubbio che i renziani non si siano lasciati sfuggire un’occasione. Durante la campagna elettorale per le amministrative, volarono schiaffoni fra la sindaca e l’allora ministra Maria Elena Boschi sul Parco della Salute. La titolare delle Riforme accusò la candidata di far perdere a Torino milioni di finanziamento pubblico per la mancata realizzazione del progetto, che prevede una struttura a elevata complessità e di insegnamento da far sorgere nell’area ex Fiat Avio-Oval; l’aspirante sindaca disse di non essere contraria alla costruzione del parco, ma solo a un intervento dei privati. Alla fine, appena arrivata a Palazzo Civico, la Appendino si è incontrata con il solito Chiamparino e ha dato il via libera alla variante del piano urbanistico.   

 

La regione recentemente ha dovuto adeguare il progetto al nuovo codice degli appalti, secondo cui il finanziamento pubblico non può essere superiore al 30 per cento del costo dell’investimento complessivo (prima copriva il 50 per cento), facendolo dunque scendere da 198 milioni a 130. Dei privati, insomma, non si può fare a meno. Citofonare Compagnia di San Paolo, che però non vuol spendere soldi a caso: “I finanziamenti li garantiremo solo se saranno rispettati i tempi prestabiliti per l’avanzamento del progetto”, dice il presidente Luca Remmert, che avverte Chiamparino. La Compagnia non potrà essere l’unico partner privato. Ma i privati senz’altro ci saranno. “La Città della salute è un progetto che sostengo: in quanto diritto del cittadino deve essere sostenuto con fondi pubblici e non privati”, twittava la Appendino in campagna elettorale. Ma un conto è la finzione della campagna elettorale, un altro è la realtà del governo. Vale per tutti, anche per Fassendino.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi