Transparency boccia la retorica dell’onestà del M5s

L'ong pubblica il suo dossier sulla corruzione percepita. I grillini lo rilanciano ma nell'analisi l'organizzazione parla del caso Raggi e dell'incapacità dei moralisti al potere

Raggi

Virginia Raggi (foto LaPresse)

Roma. Anche quest’anno Transparency ha pubblicato il rapporto sulla corruzione percepita. E come ogni anno il M5s ha rilanciato la classifica per denunciare il sistema marcio creato dai partiti. Ma nella sua analisi l’ong mette in guardia dal populismo che arriva al potere grazie alla retorica dell’onestà, ma incapace di combattere la corruzione, con un esempio concreto: Virginia Raggi.

 

Da queste parti più volte abbiamo criticato l’indice di Transparency international sulla “corruzione percepita”, per alcuni problemi metodologici che partono proprio dalla percezione distorta dai media e da queste stesse classifiche che spesso, più che rilevare un fenomeno, alimentano un pregiudizio. Se è vero che è  oggettivamente impossibile quantificare il valore della corruzione, essendo qualcosa di illegale, è altrettanto vero che stilare un indice e assegnare un voto sulla base di sondaggi rischia di essere molto distorsivo. Ma di questi problemi metodologici sono consapevoli gli stessi vertici di Transparency, come lo è il presidente dell’Autorità anticorruzione (Anac) Raffaele Cantone che alla presentazione del rapporto oltre ai meriti ha sottolineato i limiti della “corruzione percepita” e il fatto che la bassa posizione dell’Italia (terzultima in Europa, anche se in costante miglioramento) è oggettivamente irrealistica: “Alcuni paesi davanti a noi non dovrebbero essere lì”, ha detto Cantone.

 

Naturalmente di tutte queste sottigliezze non si sono mai preoccupati Beppe Grillo e il Movimento 5 stelle che negli anni, insieme ad alcuni organi di stampa, hanno utilizzato la classifica di Transparency come un rating sul paese e in particolare sulla corruzione dei partiti e della classe dirigente: “Il Movimento 5 stelle ha sempre promosso il varo di dure leggi contro i crimini dei colletti bianchi, ma il governo di Renzi, Alfano, Verdini ha sempre posto un ostacolo – hanno commentato  – Non ci sorprende che siamo in fondo alla classifica dei paesi meno corrotti”.

 

Ma Transparency quest’anno mette in guardia dalla retorica anti establishment e anti corruzione, che è molto efficace, ma molto spesso è una truffa. In un’analisi dal titolo “Corruzione e disuguaglianza: come i populisti ingannano il popolo”, che affianca l’uscita del rapporto sulla corruzione percepita, la ong guarda con preoccupazione all’avanzata in tutto il mondo dei movimenti che fanno della lotta senza quartiere alle élite corrotte la ragione del loro successo e per un semplice motivo: “I partiti anti establishment falliscono miseramente, e spesso aumentano significativamente, la corruzione di cui dicono di volersi sbarazzare”. In pratica, se la corruzione è una delle cause della crescita dei partiti populisti, l’affermazione dei populisti è storicamente una causa della crescita della corruzione. Tra gli esempi, Transparency cita leader populisti come Erdogan in Turchia, Orbán in Ungheria, Chávez e Maduro in Venezuela, i primi atti di Donald Trump in America e fanno un esempio che riguarda l’Italia: “Il sindaco del M5s di Roma” Virginia Raggi.

 

Non è la prima volta che i rapporti internazionali sventolati dai grillini come prova del decadimento morale del paese indicano il M5s come parte del problema (più che una soluzione). È già accaduto con la classifica sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere, che ci pone sempre agli ultimi posti nel mondo e che i grillini usano per squalificare il “sistema” dei media: “In Italia, il M5s di Beppe Grillo non ha eguali quando si tratta di controllare l’informazione – scrive la ong in un’analisi – Regola rigorosamente la possibilità dei suoi parlamentari di rilasciare interviste, accusa i giornalisti di prostituirsi e li diffama quando cercano di mantenere la loro indipendenza”.

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