Bilancio 2018 e l’Europa, due ragioni che inducono Renzi a votare a giugno

I grillini, ma non solo loro, hanno bollato come eredità dell'ex premier la richiesta dell'Ue di mettere in atto un’altra manovra economica per fare fronte ai buchi e ai conti in dissesto

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Matteo Renzi (foto LaPresse)

Matteo Renzi non ha cambiato linea, benché molti, anche nella minoranza del suo partito, abbiano letto l’intervista a Repubblica come una frenata sulle elezioni anticipate. In realtà l’obiettivo del segretario del Partito democratico resta quello, semplicemente non ha intenzione alcuna di apparire come l’accoltellatore di un altro governo a guida pd. Perciò lavora a quel traguardo senza dare nell’occhio e ufficialmente continua a dire di non avere fretta, esattamente come ha detto al quotidiano di Largo Fochetti.

 

Per questa ragione anche a chi gli parla riservatamente il leader del Pd non nega che possa esserci un orizzonte diverso rispetto a quello dell’undici giugno. Che non significa autunno di quest’anno, perché a questa data Matteo Renzi non ha mai voluto credere. Più in là significa febbraio 2018. E se si arrivasse a quella data, assicura il segretario del Pd,  il partito sosterrà lealmente Paolo Gentiloni. Di più, non solo appoggerà le riforme di questo governo ma ne gara produrre di altre al Pd per garantire una proficua legislatura a scadenza naturale. In questo senso al Nazareno si dice che Tommaso Nannicini lavorerà non solo per il Pd ma anche per il governo. 

 

In realtà le cose stanno un po’ diversamente. Come si è visto ieri, l’Europa, con un’Italia più debole di quanto fosse prima, è tornata a chiedere conto al nostro paese del suo bilancio e del suo deficit. E i grillini, ma non solo loro, hanno bollato come eredità Renzi la richiesta della Unione europea di mettere in atto un’altra manovra economica per fare fronte ai buchi e ai conti in dissesto. Ciò significa, per parlar chiaro, che per la prossima legge di stabilità l’Europa non ci lascerà nessun margine. Sarà un po’ come fu con il governo Monti e con quello di Letta. Ma se c’è una cosa che Renzi non può assolutamente permettersi è uno scenario di questo tipo: andare alle elezioni nel 2018 con una legge di bilancio che non farà sorridere gli italiani e con il sovrappiù che tutto ciò verrà messo in carico a lui. Perciò, nonostante quanto discettino autorevoli commentatori, il traguardo rimane quello delle elezioni a giugno.

 

Lo ha ben capito anche Pier Luigi Bersani che, non a caso, in un’intervista a Repubblica, invece di buttarsi sui ragionamenti  del suo ex amico Roberto Speranza, che continua a insistere come un disco rotto sulla necessità di distinguere la figura del segretario del Pd da quella del premier, propone di mandare in campo alle elezioni un nuovo Prodi. In realtà l’ex segretario del Partito democratico non ha in mente nessuno con questo profilo, e infatti pensa al Guardasigilli Andrea Orlando, ma ha capito, al contrario di Speranza, che la battaglia con Renzi non si gioca sul terreno del Congresso (terreno comunque strafavorevole al segretario) ma su quello della premiership.

 

Che le elezioni possano essere alle porte lo ha capito anche Sinistra Italiana. Una decina e più di deputati di quella formazione è pronta a lasciare Vendola. Fratoianni e Fassina appena si scioglierà la legislatura, potrebbero puntare a collaborare da sinistra con il Partito democratico.

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