Il M5s la chiamava “Piovra Pd”, e pure questa era una bufala

Se oggi Dibba applicasse lo stesso metro giustizialista al suo partito dovrebbe chiamarlo Movimento 5 tentacoli

Luciano Capone

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(foto LaPresse)

Ora che la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per le accuse che avevano portato alle dimissioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, viene in mente l’esecuzione televisiva sommaria di Alessandro Di Battista. Come dimenticarlo, davanti a quel polpo gigante che parlava di mafia e malaffare, corrotti e delinquenti, che sono la rovina dell’Italia. Tutti del Partito democratico. Di Battista, all’epoca nominato membro del poi disciolto “direttorio” a 5 stelle, sbraitava in collegamento a Piazzapulita, il programma di Corrado Formigli, avendo come sfondo delle sue invettive il cartellone della “Piovra Pd”, che raggruppava i nomi e i cognomi di tutti gli iscritti del Pd coinvolti in qualche indagine. Il richiamo al famoso sceneggiato degli anni Ottanta non viene fatto a caso, la “Piovra Pd” è il “sistema di malaffare” che attanaglia e opprime l’Italia: ogni tentacolo rappresentava una regione o un filone d’inchiesta – “Mafia capitale”, “Gomorra Pd” o “Trivellopoli” – e la testa era ovviamente quella dell’allora premier e segretario del Pd Matteo Renzi che, diceva Di Battista, “è credibile come i mafiosi”. Dopo l’appassionata performance televisiva, la Piovra Pd e l’elenco degli impresentabili venne rilanciata sul blog di Grillo, con in cima quelli dello scandalo del momento: Trivellopoli. Erano i giorni successivi al referendum sulle trivelle, tenutosi sull’onda dell’inchiesta (e delle intercettazioni) della procura di Potenza sul petrolio in Basilicata, quelli del “governo in mano alle lobby del petrolio”.

La #PiovraPd e la pesca a strascico di Di Battista

Gli ultimi casi sono Pellizzotti e Nogarin, ma nella rete giustizialista dei grillini finiscono tutti: innocenti, indagati, assolti e “citati”. Per Dibba è solo “garantismo peloso”.

La prima della lista era proprio Federica Guidi, messa tra i reietti con la qualifica di “citata nell’inchiesta”, colpevole di essere stata intercettata con il compagno indagato. Ma la furia giustizialista non faceva distinzioni, è “citata”, quindi quasi indagata, quindi quasi imputata, quindi colpevole. Il resto è “garantismo peloso”. Ora c’è la richiesta di archiviazione per gli indagati, ma ormai è acqua passata, un trafiletto a pagina venti. Se un tentacolo della piovra era un’inchiesta che non ha portato a nulla, è forse il caso di guardare, a distanza di un anno, com’erano composti gli altri. Sempre nel capitolo Trivellopoli, il M5s aveva inserito gli allora ministri Maria Elena Boschi e Graziano Delrio e il sottosegretario Claudio De Vincenti, tutti come “citati”, nuova qualifica che serve a far scattare la presunzione di colpevolezza. C’era poi il sottosegretario Vito De Filippo, allora indagato per induzione indebita, e anche per lui ci si attende una richiesta di archiviazione. L’altra grande ramificazione criminale presentata da Di Battista era la “Gomorra Pd”, il suo boss era Stefano Graziano, presidente del Pd campano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Erano già arrivate le sentenze: “Quello di Graziano – che prendeva i voti dal clan dei casalesi – è l’ennesimo scandalo che ormai ogni settimana coinvolge il partito di Matteo Renzi”, diceva Luigi Di Maio.

Pochi mesi dopo la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha stralciato la posizione di Graziano e fatto cadere l’accusa di collusione con la Camorra. Sempre in Campania, nella lista di Di Battista, c’era il presidente della regione Vincenzo De Luca, “imputato di associazione a delinquere, concussione, abuso d’ufficio”. Anche per De Luca sono arrivate assoluzioni e archiviazioni per entrambe le accuse. C’era poi Filippo Penati, in veste di “accusato di corruzione e concussione”, senza dire che i processi dell’ex leader del Pd lombardo erano finiti da un pezzo e Penati ne era uscito pulito. Tra i delinquenti c’era anche il sindaco di Bologna Virginio Merola in quanto “indagato per omissione d’atti d’ufficio”, ma anche in questo caso le accuse – che riguardavano il mancato sgombero di alcuni edifici – sono state archiviate. Un altro nome eccellente era quello di Raffaella Paita, candidata alla presidenza della Liguria, “indagata per omicidio e disastro colposo”. Com’è finita? Anche in questo caso con un’assoluzione. Nella Piovra c’era spazio anche per Ignazio Marino per l’accusa di “truffa ai danni dell’Inps” da cui è stato assolto. Di Battista e i 5 stelle erano riusciti addirittura a mettere nel loro polpo di proscrizione anche Graziano Cioni e Gianni Biagi, ex assessori al comune di Firenze, indicandoli come “condannati”, quando invece già all’epoca erano stati assolti dopo otto anni di processi. Presunzione di colpevolezza oltre ogni assoluzione e grado di giudizio.

Ma la cosa più interessante, a distanza di un anno, è notare quanto il M5s sia diventato simile alla “Piovra Pd”. Tra le tante inchieste su esponenti politici locali, Di Battista indicava come rappresentative del malaffare quelle sulle firme false in Piemonte. Le stesse accuse in cui sono incappati i grillini a Bologna e a Palermo, con i pezzi grossi del M5s che hanno fatto scena muta davanti ai pubblici ministeri. Un altro braccio della “Piovra Pd” era costituito da amministratori locali indagati per abuso d’ufficio, le stesse accuse che ora toccano agli amministratori grillini. Quando però toccava agli altri era tutto mafia e malaffare, per i grillini invece si fanno i distinguo: “La ricezione, da parte del portavoce, di ‘informazioni di garanzia’ – recita il codice da poco pubblicato sul Sacro Blog adattato alle nuove esigenze – non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti potenzialmente tenuti dal portavoce stesso”. E’ esemplare il caso di Livorno. Di Battista mette nella “piovra” due ex assessori dem indagati per “abuso d’ufficio”, esattamente la stessa cosa di cui è accusato ora Filippo Nogarin, sindaco grillino di Livorno. Un altro caso da manuale è quello dell’ex sindaco di Firenze Leonardo Domenici, inserito tra i delinquenti per la condanna dopo la tragedia della morte di una ragazza precipitata da un muro che non aveva adeguate misure di sicurezza. Una sventura simile ha riguardato un sindaco del M5s, Alvise Maniero di Mira, rinviato a giudizio dopo che un giovane è caduto dal tetto della piscina comunale. La “Piovra Pd” era una bufala. Se Di Battista dovesse applicare lo stesso metro giustizialista al suo partito dovrebbe chiamarlo Movimento 5 tentacoli. 

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