Dove sta l’Orfeistan?

Campo Dall’Orto prende l’interim di Verdelli sulle news. Ma l’uomo forte dell’informazione è Mr Tg1

Marianna Rizzini

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Mario Orfeo

Mario Orfeo (foto LaPresse)

Roma. Non ci sarà, in Rai, ora, un sostituto di Carlo Verdelli, l’ex responsabile editoriale per l’informazione dimessosi dopo la non-approvazione informale in cda del suo piano news. Né ci sarà il cosiddetto “upgrading” per Mario Orfeo, direttore del Tg1 che, come da giorni si vociferava (e come era stato scritto anche su questo giornale), in molti vedevano già sulla poltrona che fu di Verdelli, in qualità di “uomo degli altissimi ascolti”, come dicono i simpatizzanti, ma anche di “uomo che resta a galla mentre la Rai renziana affonda”, come dicono gli antipatizzanti. E oggi verrà reso noto che il direttore generale Rai Antonio Campo Dall’Orto terrà per così dire “l’interim” all’Informazione. Il piano-news diventerà realtà, con il progetto-Verdelli come base di partenza ma con alcune modifiche di sostanza (no al Tg2 a Milano, no alle “super-regioni” e al “tg sud”, sì alla “rivoluzione internettiana” e “nì”, previa verifica di fattibilità, all’accorpamento Rainews-Tgr). Tuttavia l’impressione, in Rai, è che nulla possa ormai frenare l’effetto-referendum: una volta che ha vinto il No, i partiti rifanno cucù. Lo si era visto ieri, nel day after del terremoto Verdelli, con i fan della rapida de-renzizzazione della tv di stato pronti a esaltare “la differenza di impostazione e visione” tra la presidente Rai Monica Maggioni e il dg Campo Dall’Orto.

E lo si era visto anche con l’improvviso insorgere del suddetto “caso Orfeo”. Perché anche se non va al posto di Verdelli, Orfeo resta in posizione di forza al centro di quello che in Rai è stato soprannominato “Orfeistan”, nel senso di piccolo mondo in cui è cresciuta una squadra di dirigenti “orfeiani” (dall’attuale direttore del Tg2 Ida Colucci, già vicedirettore del Tg2 diretto da Orfeo dal 2009 al 2011, a Francesco Primozich, vicedirettore Tg1). L’Orfeistan è corroborato dagli ascolti (alla sua nomina, nel 2012, il Tg1 delle 20 registrava una media del 22,60 per cento e 5 milioni e centomila telespettatori. In tre anni è arrivato al 24,75 per cento con 5 milioni e mezzo di telespettatori. E ha chiuso l’ultimo mese prima della sua riconferma al 25,1 per cento). E l’Orfeistan si estende anche oltre i confini di Viale Mazzini, essendo stato Orfeo stesso, nel settore carta-stampata, direttore del Mattino e del Messaggero, dopo gli anni della formazione nei giornali locali della natìa Napoli e dopo lunga esperienza alla macchina politica della Repubblica napoletana e poi nazionale, dove Ezio Mauro lo considerava alla stregua di un primo violino e soprattutto di un “discendente naturale alla direzione”, come racconta un cronista.

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Più d’uno, conoscendo Orfeo, è convinto che Orfeo, in cuor suo, “sognasse davvero di succedere a Mauro”, l’uomo da cui ha mutuato “il modo di organizzare mentalmente l’agenda delle notizie” ma non l’attitudine alla battaglia da “dieci domande” o da “post-it giallo”. Orfeo, infatti, è stato definito, ma senza etichette definitive o troppo nette, “uomo di centro-sinistra”, “post-dalemiano” ma anche “centrista” (e basta), “conoscitore” dell’ambiente di Caltagirone (già suo editore) e infine “persona che sa sempre dove sta” e sta attenta a non farsi dire “tu non tieni conto dell’opposizione” (fa eccezione l’anatema scagliato contro di lui nel 2014 da Beppe Grillo). Non è uomo da prima linea neppure dal punto di vista emergenziale, Orfeo, tanto che, scherzano in Rai, “scanserebbe volentieri gli speciali last minute alla Bruno Vespa”. Di Orfeo si è fatto il nome per la direzione del Corriere della Sera, e non solo per via del (sospettato) cambio di tifoseria (“prima milanista, poi juventino”, si disse quando fu avvistato ripetutamente allo stadio, a Torino, non distante da John Elkann).

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