Le canaglie della costituzione

Perché chi vuole riformare la Carta finisce in un ghetto? Storia del grande patto che ha fatto nascere in Italia la cultura della delegittimazione. Un gran saggio (oltre i referendum)

Le canaglie della costituzione

La carica di legittimazione/delegittimazione presente nella Costituzione non era destinata a esercitarsi solo nel gioco tra le diverse forze politiche. Si sarebbe trasmessa anche al sistema politico

Roberto Chiarini è uno storico e scrittore italiano. Il saggio che pubblichiamo in queste pagine è un estratto in anteprima del volume, a cura di Giovanni Orsina e Guido Panvini, “La delegittimazione politica nell’età contemporanea. Nemici e avversari nell’Italia repubblicana” (Viella, 2017).

In un quadro generale di storia unitaria caratterizzata da un tasso elevato di divisività e di correlata reciproca delegittimazione tra le forze politiche anche la Costituzione repubblicana non è sfuggita a un – chiamiamolo – uso politico. E’ stata, infatti, ragione privilegiata di (de)legittimazione istituzionale per politics e per policies, per partiti e per politiche: arma impugnata dai contendenti come risorsa utile a emancipare se stessi da una condizione di marginalità e/o a procurarla agli avversari. La carica di (de)legittimazione incorporata dalla Carta discende direttamente dalla sua storia. L’Italia uscita da un ventennio dittatoriale culminato nel disastro di una guerra devastante non poteva costruire una sua nuova identità collettiva che dalla Resistenza. La lotta di liberazione aveva consumato una rottura di continuità troppo netta rispetto all’intera storia precedente, anche di quella prefascista, per non essere assunta a criterio ispiratore della Repubblica da costruire. Legittimazione, impianto istituzionale, culture e attori politici non potevano essere più gli stessi del vecchio e superato Stato unitario ottocentesco. Il fascismo aveva avuto una durata troppo lunga e una portata troppo ampia per non richiedere una rifondazione dell’intera vita pubblica nazionale. Il riscatto era costato troppi lutti e sofferenze per non reclamare una cesura. La Costituzione fu, insomma, la certificazione del ruolo fondativo della Resistenza per la nuova Italia. Essa non replicava lo schema classico del costituzionalismo. Non nasceva cioè da un patto stretto tra il popolo e il sovrano, ma da un “patto concluso tra le diverse correnti politiche e i diversi gruppi sociali”. Insediava per questa via i partiti antifascisti nel ruolo protagonista di costruttori e custodi della democrazia che avevano contribuito in maniera determinante a recuperare e che si accingevano ora a consolidare con spirito unitario, come unitario era stato lo slancio che aveva animato la lotta di liberazione condotta contro la ventennale dittatura.

Al contempo, essa (la carta costituzionale) non si dotava di uno statuto ideale e valoriale coralmente condiviso. Una parte d’Italia non aveva conosciuto la Resistenza. Un’altra ne era stata solo lambita. Un’altra ancora o l’aveva vissuta solo di riflesso o ne aveva colto prevalentemente il carico di morte e di orrore, non il significato di riscatto dalla dittatura e di tensione verso la libertà che aveva animato il movimento partigiano. L’“immensa maggioranza della popolazione italiana rimase assente dalla politicizzazione liberatoria dell’8 settembre”. Nella sensibilità e nell’immaginario collettivi aveva finito per fissarsi un significato intimamente conflittuale di quell’esperienza che si traduceva in un impegno altrettanto divisivo per il dopoguerra. “Per la massa immemore […] il partigiano [era diventato] un testimone intollerabile quasi quanto il fascista”. Negli eredi e negli interpreti del messaggio resistenziale, proprio in forza della consapevolezza acquisita sul carattere minoritario della loro lotta e sulla compromissione di massa col fascismo, dominava l’idea di dover compiere una sorta di missione politica: sviluppare – potremmo chiamarla – una “pedagogia della democrazia” che popolarizzasse e radicasse un sentimento, prima ancora che un comportamento, di accettazione e di sostegno alle istituzioni repubblicane.

Nelle aree viceversa dell’opinione pubblica a vario titolo nostalgiche o comunque indisponibili a ricredersi sul passato sostegno offerto al regime si radicava nel primo caso un’aperta ostilità, nel secondo un atteggiamento oscillante tra l’indifferenza, la riluttanza e il vivo disappunto nei confronti dell’azione e, prima ancora, del protagonismo delle forze antifasciste. In nessun’altra nazione passata attraverso regimi fascisti o para-fascisti la frattura dell’antifascismo ha avuto col ripristino della democrazia un ruolo altrettanto divisivo che in Italia. La Francia, che pure ereditava la ferita bruciante di un prolungato, attivo collaborazionismo con il Terzo Reich, riusciva a depotenziare la carica divisiva della frattura antifascista nel sistema politico grazie al recupero di un patriottismo repubblicano condiviso da destra (gollisti) e sinistra (socialisti e comunisti). Nella stessa Germania la terra bruciata fatta al nazismo negava ogni agibilità politica a suggestioni di tipo nostalgico. L’antifascismo perdeva la possibilità di porsi come discrimine legittimante all’interno del sistema politico o di offrirsi come risorsa politica ai contendenti utile a metter in scacco gli avversari. Diverso è il caso dell’Italia. La sua Costituzione, conferendo forma istituzionale alla frattura fascismo/antifascismo, la immetteva direttamente nello stesso sistema politico strutturandone la dinamica e segnandone il destino.

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La carica conflittuale di tale coppia oppositiva veniva inoltre amplificata da altri due rinforzi. La riproposizione, a fascismo liquidato, di quella diade rilanciava e riattualizzava la logica conflittuale fissata dalla guerra civile. Il conferimento poi all’antifascismo di un significato ben più ampio del semplice impegno per il recupero della democrazia arricchiva e approfondiva la contrapposizione tracciata dalla linea divisoria tra vinti e vincitori. Le conseguenze non potevano che essere pesanti e durature sui singoli attori e sulla stessa vita pubblica nazionale. La parte politica più danneggiata dall’attribuzione di un ruolo legittimante alla Costituzione e dall’assetto politico derivatone fu sicuramente la destra, quella più avvantaggiata la sinistra. Anche le altre forze politiche partecipi di quel che sarà chiamato “arco costituzionale” erano destinate a trarne un beneficio, più o meno largo [ampio] a seconda della vicinanza/consonanza politica con la sinistra. A marcare e insieme a complicare la frattura antifascista con l’opposta frattura dell’anticomunismo, presto esplosa, fu la guerra fredda innescatasi quasi in contemporanea con il varo della Costituzione. L’impatto sulla dinamica politica nazionale fu significativamente più energico che altrove. La destra si sentì incoraggiata, la sinistra minacciata dal nuovo clima politico, col risultato di rendere ancor più cruciale il ruolo della Costituzione nel conferimento o viceversa nella sottrazione di legittimità alle estreme. La Carta, per il fatto stesso di far propri tutti gli assunti ideologici e tutte le preclusioni politiche del progressismo di marca comunista, svolgeva agli occhi della destra la funzione di chiaro avallo alla fatale consegna del Paese alla sinistra. Per quest’ultima, viceversa, essa consegnava nelle sue mani le tavole della legalità e della legittimità repubblicana, di cui si considerava appunto la vestale e l’interprete più autentica. La carica di legittimazione/delegittimazione presente nella Costituzione non era destinata ad esercitarsi solo nel gioco conflittuale tra le diverse forze politiche. Si sarebbe trasmessa anche, e in misura non meno pregnante, sia alla cultura politica dominante sia, in modo mirato, al sistema politico. Il primo e più macroscopico effetto è che in Italia la destra finisce nel ghetto: maledetta dall’opinione pubblica, emarginata nel gioco politico, sottodimensionata nella rappresentanza elettiva.

 

Caso unico nel mondo occidentale, essa non riuscirà a costituirsi per tutta la cosiddetta Prima Repubblica come polo competitivo della sinistra secondo lo schema binario di una democrazia dell’alternanza. Inchiodata al palo di un misero 4%, si rivelerà incapace di liberarsi dalla spirale auto-alimentantesi di emarginazione istituzionale, frustrazione politica e rivendicazione auto-compiaciuta di una propria “diversità” tendenzialmente sleale con le istituzioni. Il secondo effetto è che “la ricostituzione dell’unità antifascista dei tre partiti di massa è una sorta di ininterrotta latenza”; formula di governo che periodicamente riemerge, soprattutto nei momenti di più acuta crisi del sistema democratico, anche se di fatto risulterà “radicalmente impraticabile”. Il terzo è che si realizza una vistosa asimmetria tra paese legale e paese reale, tra un quadro politico-istituzionale dominato dalle forze dell’arco costituzionale e una corposa parte dell’opinione pubblica – la si chiami il “sommerso della Repubblica” o, come correntemente la si qualifica, “maggioranza silenziosa” poco cambia – dissonante, se non apertamente contraria all’indirizzo e/o all’equilibrio politico dominanti. Fino a quando regge il centrismo, la Democrazia cristiana, facendo leva sull’anticomunismo, riesce a fornire una rappresentanza politica all’opinione pubblica non consonante con il quadro politico tracciato dall’arco costituzionale. La frattura anticomunista polarizza gli schieramenti e non lascia altra scelta all’opinione pubblica avversa alla sinistra se non quella di ripararsi sotto il suo ombrello. Il richiamo alla Costituzione diventa nelle mani del partito democratico-cristiano la clava utile per tenere a bada la destra impedendole di divenire competitiva nella cattura del consenso moderato.

Anche la sinistra, subito costretta sulla difensiva dall’imperversare della guerra fredda, è pronta a raccordare la sua lettura della Costituzione con l’inaspettata messa in mora della prospettiva cara al Pci della solidarietà nazionale. Cambia allora, per così dire, spalla al fucile. Punta a una valorizzazione della Carta in linea con la nuova stagione politica. E’ il Pci, in particolare, sentendosi addirittura minacciato di persecuzione legale, a fare della Costituzione la sua linea del Piave. Mette in atto una controffensiva poggiante sul presunto tradimento dei suoi valori e sulla sua mancata piena attuazione, a cominciare dagli organi di garanzia (la Corte costituzionale) per finire con quelli di decentramento (le regioni). Il partito di maggioranza relativa ne rinnegherebbe lo spirito. Sposando la causa dell’anticomunismo abbandonerebbe automaticamente quella della democrazia, stante l’assioma che postula l’impegno a debellare il primo per chi voglia attuare la seconda. Ne violerebbe poi la lettera con l’adozione di atteggiamenti – e con la minacciata promulgazione di provvedimenti – liberticidi e antisindacali. Sul piano strettamente politico, Togliatti lascia sfumare in questa fase l’originario preminente valore attribuito alla Costituzione di patto utile a tradurre in opera le promesse della Resistenza, ad essere cioè di “aiuto [alle] nuove forze liberatrici, che operano per l’avvento di una società nuova”. La invoca piuttosto in una funzione deterrente. Innanzitutto, per dissuadere le forze centriste – in primis la Dc – dalla formazione di un blocco anticomunista.

Più in generale, per richiamare l’opinione pubblica a un presidio democratico contro la destra, conditio sine qua non per recuperare quella solidarietà tra le forze antifasciste che sola potrebbe scongiurare un tragico ritorno al passato e aprire prospettive di crescita democratica per il futuro. Centrismo da un lato e guerra fredda dall’altro lesionano ma non lacerano lo spirito di solidarietà che stringe i partiti dell’arco costituzionale. Continuano a farne le spese sia i detrattori che gli scettici della Costituzione. Uniti dal rifiuto di considerarla il nuovo “patto tra gli italiani”, essi sono divisi dalla valutazione politica sull’opportunità o meno di appoggiare, nonostante tutto, il partito di maggioranza relativa. “Il sommerso” si accontenta di svolgere il ruolo di contrappeso alla sinistra. I fautori di una destra anticomunista oscillano tra una pregiudiziale avversa alla Dc (gli irriducibili di Rauti) e il suo corteggiamento (possibilisti di Michelini). Per entrambi la Carta resta l’inciampo insuperabile che li confina nel ghetto. 

E’ il destino del Msi, prigioniero di un’identità maledetta ma pur sempre irrinunciabile (se almeno non vuol perdere il suo popolo) e vittima di una corale condanna etico-politica che lo inchioda alla solidarietà mai ritrattata con il fascismo. La difesa a oltranza delle ragioni dei “vinti” esigerebbe il rigetto dei fondamenti e dei principi ispiratori della “Costituzione dei vincitori”. La “ragion politica” consiglia, invece, di non attaccarla frontalmente. Meglio screditarla attaccandone genesi (la “guerra civile antinazionale”) e conseguenze (“la partitocrazia”). Punta perciò su un’azione di logoramento ai fianchi degli avversari, battendo sui punti più vulnerabili del nuovo ordine politico. Sullo sfondo resta la riserva di principio a favore del presidenzialismo, la cui formulazione è peraltro sempre lasciata nel vago. Il suo vero cavallo di battaglia si conferma, però, la denuncia degli scandali e, più in generale, del malcostume politico che addebita sul conto della famigerata partitocrazia. L’epiteto ha il sapore dell’ingiuria. Nel linguaggio della destra nostalgica veicola una contestazione frontale del “regime dei partiti” e surrettiziamente rilancia il retro-pensiero impronunciabile secondo cui le cose andavano meglio quando vigeva “il regime del partito unico”. Per la proprietà transitiva, democrazia diventa sinonimo di partitocrazia – ossia di un “regime della partigianeria e della corruzione” – e di antifascismo, il che equivale a dire di travestimento del comunismo. Per quanto eroso dall’onda battente dell’anticomunismo, il discrimine della delegittimazione a danno della destra comunque regge. Si rivela, anzi, presto decisivo nel riformulare scenari ed equilibri politici, proprio quando essa tenta l’affondo finale per abbatterlo e in tal modo accedere finalmente all’area di governo senza più gli infingimenti degli anni Cinquanta quando celava i sostegni accordati al partito di maggioranza col segreto dell’urna o li offriva unilateralmente a esecutivi di minoranza.

E’ la crisi di luglio del 1960 il punto di svolta che segna il passaggio da un utilizzo prevalentemente deterrente a uno – per così dire – costituente dell’antifascismo, tale cioè da re-insediarlo a pieno titolo nel suo ruolo originario di dispensatore della legittimità politica e, soprattutto, da elevarlo – per dirla con Galli della Loggia – a “statuto fondativo della sfera pubblica” e a “unica koinè – per seguire il ragionamento di Biscione – in grado di costituire il tessuto che tiene insieme una comunità nazionale”. I moti di piazza esplosi nel capoluogo ligure per impedire la celebrazione del congresso missino non si limitano a liquidare l’esperimento di un governo destinato a sdoganare di fatto la destra nostalgica. Pongono anche una pietra tombale sulla “lunga marcia” attraverso le istituzioni intrapresa da Michelini all’ombra dell’anticomunismo il cui sbocco doveva essere l’accreditamento pieno del Msi come partner di governo. Sul piano più generale, impartiscono una dura lezione alla Dc. Il partito di Fanfani e di Moro impara sulla propria pelle che un partito di centro non può permettersi di salvaguardare la discriminante antifascista in linea di principio se poi la disconosce nei comportamenti. Non lo può fare, almeno senza vedersi risucchiato nel cono d’ombra della delegittimazione, col risultato di esporsi all’accusa di tradire il “patto costituzionale” e ritrovarsi a dover fronteggiare una massiccia mobilitazione della piazza: danno massimo per un partito che fonda la sua supremazia sulla risorsa e sull’arte della mediazione dei conflitti.

La pur rovinosa caduta di un governo, la bocciatura sonora di un’azzardata formula politica di centro-destra, l’apertura della Dc ai socialisti con il varo del centrosinistra – il tutto per di più realizzato sotto la frusta di un inedito vigoroso protagonismo della piazza – di per sé non sarebbero bastati ad avviare una stagione politica i cui esiti finali si sarebbero conosciuti solo a distanza di un decennio. Molti sono i fattori che hanno contribuito a promuoverla e altri si sarebbero incaricati di indirizzarla verso sbocchi al momento imprevedibili: sul piano internazionale la presidenza di Kennedy negli Stati Uniti e quella di Chru‰ãëv in Unione Sovietica, il disgelo tra Est e Ovest con l’affermazione della dottrina della “coesistenza pacifica”, su quello interno il pontificato di Giovanni XXIII. L’allarme suscitato dal varo del centrosinistra in vasti settori dell’opinione pubblica, e segnatamente nell’establishment economico e finanziario, sembrò nell’immediato spropositato rispetto alla portata dei paventati rivolgimenti poi effettivamente attuati. Se i propositi dei socialisti si annunciavano radicali, il freno subito azionato dalla Dc rese la nuova formula di governo poco più di “un centrismo aggiornato” che riduceva la portata del cambiamento – è un protagonista assoluto di quella fase politica come Aldo Moro ad affermarlo – a “una normale politica riformistica che anche i liberali […] avrebbero potuto accettare”.

Le contromisure messe in atto dal partito che si professa garante di un “progresso senza avventure” non bastano, invece, a stabilizzare l’equilibrio politico costruito nel lontano 1948 con l’estromissione delle sinistre dal governo. Il varo del centrosinistra apre un varco tra rappresentanza politica e una parte corposa nonché influente dell’elettorato ostile all’apertura a sinistra con effetti tendenzialmente destabilizzanti sia del quadro politico, sia – si scoprirà a distanza di qualche anno – delle stesse istituzioni democratiche. La vasta platea dei moderati che per tutti gli anni Cinquanta ha appoggiato la Dc, pur senza troppi entusiasmi, nella funzione di argine alla sinistra si sente tradita. Non abbandona in massa il partito democratico-cristiano, ma dubita della sua affidabilità e si arrocca su una posizione di sorda diffidenza. Sul fronte elettorale la Dc contiene i danni. Alla prima verifica del voto (1963) accusa una perdita pur sempre di quattro milioni di elettori, ma che poi in parte riuscirà a recuperare. È sul fronte politico che accusa un duro colpo. Fatica subito – e faticherà ancor più in futuro – a mantenere il ruolo di forza dominante nel sistema politico e beneficiaria di un largo e saldo sostegno nell’opinione pubblica. L’apertura ai socialisti comporta di per sé una declinazione, da parte democristiana, meno strumentale della discriminante antifascista e una difesa della Costituzione non più piegata ai fini della tutela del proprio bacino elettorale, ma più rispettosa del suo spirito originario. Già questo basta a far crescere la diffidenza nei confronti del partito centrista da parte dell’opinione pubblica che professa l’afascismo o espressamente l’anti-antifascismo. “Quell’immensa area a-partecipativa che subì la Costituzione senza intimamente accoglierla, refrattaria e sostanzialmente indifferente alla democrazia” teme di non avere più sponde. Si sente persa in un mondo in cui le sono venute meno le certezze granitiche della guerra fredda nella sua versione più muscolare.

Il passaggio alla “coesistenza pacifica” segna il successo, all’ombra della potenza sovietica, dell’imponente fenomeno planetario dei movimenti di liberazione nazionale. All’allarme per il cedimento in atto dell’Occidente nei riguardi delle forze guidate o eterodirette dall’Urss si aggiunge quello in patria per il dilagare in ogni settore della vita pubblica (dalla fabbrica alla scuola, dalla cultura al costume) dell’influenza del progressismo di sinistra. La parte migliore dell’Europa – diventerà il suo persistente allarme – è stufa dei pseudo-regimi democratici asserviti al comunismo ed è ancora più nauseata del fatto che l’antifascismo serva da pretesto per lasciare il Paese in balia di una fazione. La democrazia – fa eco Romualdi ad Anfuso – si regge sull’”esercito di scrittori, pensatori, artisti e puttanelle comunistoidi”. Sono loro che sostengono e propagano “la tisi radicaldemocratica parlamentaristica che minaccia […] di aprire il varco una volta per tutte al dilagare della civiltà comunista”. Quanto più il pericolo comunista viene perdendo la sua tradizionale riconoscibilità sociale (la classe operaia) e politica (i partiti di sinistra) per insinuarsi in ogni ambito culturale e in ogni piega associativa della società, tanto più l’antifascismo si configura agli occhi degli anticomunisti come il subdolo travestimento del sempiterno sovversivismo rosso, col risultato che giudica quest’ultimo tanto più aggressivo e minaccioso quanto più dissimulata è la sua influenza. La ripristinata discriminazione della destra sancita dalla dottrina dell’autosufficienza della maggioranza stride con la resa di fatto al Pci, solo di nome emarginato ma nei fatti lasciato libero di conquistare la fortezza dello Stato attraverso le brecce aperte dal Partito socialista.

Apparentemente il partito amico dell’Urss resta fuori gioco, in realtà se ne sta “assiso sulle rive del fiume […] e, nell’attesa che passi il cadavere dello Stato parlamentare, sogna la successione”. Non c’è scampo alla vittoria finale del comunismo se si mantiene il parlamentarismo. Questo non è altro che una funzione del partitismo e il partitismo è l’habitat ideale per l’inserimento della sinistra nell’area di governo. Il quadro politico del centrismo ha reso, in qualche misura, accettabili le istituzioni democratiche anche alla destra, almeno nella misura in cui essa le ha considerate utili alla causa della propria sopravvivenza e della lotta contro il comunismo. Ma, nel momento in cui l’apertura ai socialisti sembra far cadere la discriminante anticomunista, salta anche quella sorta di divisione del lavoro tra destra e centro – con l’una all’opposizione, ma pronta ad offrirsi a sostegno di ogni battaglia anti-sinistra, e l’altro al governo – che li aveva visti marciare divisi per colpire uniti. Nella scomposizione del fronte anticomunista che ne segue emergono presto, per la prima volta nella storia repubblicana, due iniziative fortemente destabilizzanti: l’una è rivolta a “revisionare” l’impianto istituzionale fissato dalla Costituzione, l’altra a sovvertire le basi stesse della convivenza democratica. La prima si svolge alla luce del sole, la seconda è coltivata in segreto, per il momento solo abbozzata nelle buie stanze del potere, per venire implementata solo più tardi a suon di attentati.

La proposta di revisione costituzionale a favore del presidenzialismo è apparentemente legittima, l’attacco alle istituzioni che si esplicita con la “strategia della tensione” è apertamente eversivo. È il passaggio in Francia dalla Quarta alla Quinta Repubblica a dare il “la” a una campagna per la Seconda Repubblica. I censori del modello istituzionale nostrano leggono la caduta del sistema parlamentaristico d’Oltralpe come la crisi di tutto un sistema. Antifascismo, democrazia, comunismo sarebbero una sequenza logica destinata inesorabilmente a divenire anche una sequenza storica. L’arma della delegittimazione viene rivolta contro la stessa Costituzione. È stata “la cosiddetta “solidarietà” della Resistenza” a fungere da “anticipazione e mascheratura dell’estensione […] della manovra rivoluzionaria comunista”. La democrazia costruita dall’”asfittica repubblica antifascista” è “debole, corrotta, tirannica”. I partiti rispettano solo il “principio del numero” . Il sistema parlamentare si conferma come “l’origine di tutti i mali presenti e prevedibili”. L’ordinamento repubblicano porta con sé il “vizio originario dell’antifascismo”. La destra missina è la più sollecita a far propria la lezione gollista per sferrare un attacco alla Repubblica antifascista, ma non è la sola. Anche al centro c’è chi dall’allarme per l’“apertura a sinistra” fa discendere un’analoga mobilitazione a favore di una “Nuova Repubblica” di stampo gollista, presidenziale e antipartitocratica. Non c’è scampo alla vittoria finale del comunismo se si mantiene il parlamentarismo. L’esempio offerto da De Gaulle – si argomenta nell’entourage dell’esponente repubblicano, ex “combattente per la libertà” nella guerra civile spagnola, Randolfo Pacciardi – deve servire ad abbattere “la corte dei miracoli partitocratica” e a porre fine alla “dittatura d’assemblea”, che è la “dittatura anonima dei baroni delle segreterie partitiche”.

Contro l’impianto parlamentaristico e proporzionalistico della Repubblica si levano voci anche in campo cattolico. Se la Dc rigetta senza riserve ogni suggestione gollista, nell’immediato è Gianni Baget Bozzo, sulle pagine de “L’Ordine civile” e dello “Stato”, a riprendere e a sviluppare una battaglia per il superamento dell’impianto istituzionale e dello stesso spirito della Repubblica. Un decennio dopo, sono i democratico-cristiani di Europa Settanta raccoltisi attorno a Giuseppe Zamberletti e a Bartolo Ciccardini. La critica più penetrante e, alla fine, più distruttiva è quella condotta dalle colonne de “L’Ordine civile”. La democrazia consociativa, l’unica resa possibile dall’antifascismo elevato a ideologia, apre la strada alla sola rivoluzione comunista praticabile in Occidente, perfettamente in linea con la politica estera dell’Unione Sovietica, nonché “funzionale alla comunistizzazione dell’Europa”. “Progressismo” e “democratismo” sono le male piante fatte crescere dall’antifascismo con cui “l’assoluto popolo” diventa l’“assoluto partito”. L’equiparazione di antifascismo a comunismo e la dilatazione dell’antifascismo fino a ricomprendere in esso ogni battaglia democratica vanno di pari passo, sul fronte opposto, all’equiparazione di anticomunismo a fascismo e alla dilatazione di fascismo a tutto ciò che è in genere modernità neocapitalista. L’anticomunismo – sentenzia il leader storico del Pci – “serve per la preparazione delle più esiziali avventure antidemocratiche”. Il pericolo eversivo, o quanto meno reazionario, non è visto più annidarsi, però, solo negli anfratti del nostalgismo, ma anche, se non soprattutto, nei luoghi strategici del potere.

Apripista, modello e tentazione per attuare una “degenerazione della democrazia” sarebbe De Gaulle. Il suo – si riconosce – “non è fascismo e non è confrontabile con Franco o con Salazar”. Nasconde, però, un’insidia autoritaria. Interpreta e seconda un’istanza molto sentita dalle forze che vedono nella democrazia “un ostacolo per la salvaguardia e il consolidamento dei propri interessi” e per questo motivo “vogliono liquidarla: in forme non fasciste ma vogliono liquidarla”. È irricevibile perciò la proposta, caldeggiata anche da qualche democratico (uno per tutti, Leopoldo Piccardi) di realizzare un superamento del “regime di assemblea” a favore di un “passaggio di poteri all’esecutivo”, considerato un processo “irreversibile”. Serve esattamente il contrario: ossia “l’integrale attuazione della Costituzione” che pone “al centro della struttura statale il Parlamento”. Urge per questo motivo “la piena attuazione del sistema di garanzie costituzionali che attribuisce all’opposizione un potere contrattuale corrispondente alla sua forza nel paese”. Ciò significa puntare alla “creazione di uno Stato che sia capace di inalveare tutte le spinte sociali e politiche e di realizzare con metodo democratico un radicale rinnovamento della società nazionale”. Non suscita allarme il fatto che in Italia abbiano fatto la loro comparsa degli imitatori del generale francese. Sono in fondo “solo quattro o cinque i gollisti” italiani: “il Pacciardi, il Gonnella e pochi altri”. La minaccia è temibile per motivi ben più seri: ossia perché il fascismo può contare su nuove potenti influenze e protezioni. “Le tentazioni autoritarie” coltivate nell’estate del 1964 dal generale De Lorenzo “non potevano non crescere all’ombra di una certa parte della Dc”: “dietro ai colonnelli non potevano non esserci i ministri”.

Del resto non è un mistero che nel mondo politico italiano serpeggino suggestioni autoritarie. La riprova sarebbe nel “caso Merzagora”, autore di esternazioni critiche dei partiti, responsabili – a suo dire – di utilizzare l’istituzione delle Regioni per realizzare l’ espansione di “una sottospecie di classe politica che vorrebbe fare concorrenza alle istituzioni”. “Nelle speranze dei liberali e dei missini doveva essere [questo] il momento di una vasta offensiva contro il regime democratico”. Lo stesso centrosinistra altro non sarebbe che un’”originale forma di potere autoritario”. La “vigilanza democratica” diventa un imperativo morale perché il “nuovo fascismo” si è dotato di un preciso disegno strategico riassumibile nell’impegno ad attuare una “controrivoluzione” per la salvaguardia dell’ordine costituito, da realizzare con ogni mezzo e in spregio a ogni norma propria dello Stato di diritto. Il momento della verità arriva quando frana il quadro politico instaurato con il centrosinistra. Praticamente in contemporanea, sul finire degli anni Sessanta esplode la contestazione operaia e studentesca. Essa esercita una spinta decisiva verso una crescente radicalizzazione sociale, politica e culturale di cui negli anni precedenti s’erano viste solo delle anticipazioni. Si chiude l’epoca in cui ha dominato nell’opinione pubblica l’abbinamento difesa della democrazia-anticomunismo. Se ne apre una nuova e contraria in cui la causa democratica viene fatta riassorbire nell’antifascismo.

Questo, pur non essendo riuscito a divenire un sentimento “largamente maggioritario”, si appresta a conquistare una posizione egemone, col risultato però di suscitare una reazione di rigetto in quell’area che sin dai tempi della Resistenza ha individuato nell’antifascismo il grimaldello usato dal comunismo per la sua scalata del potere in Occidente. Sul tema dell’antifascismo si ingaggia, perciò, un braccio di ferro destinato a prolungarsi in forme sempre più aspre per circa un quindicennio. In gioco c’è l’iniziativa della sinistra volta ad avvalorare l’antifascismo come fondamento per la costruzione di una vera democrazia. La Costituzione vale da Bibbia dei democratici, impegno permanente di lotta contro il pericolo di un fascismo risorgente: non solo quello in camicia nera o in doppiopetto, ma anche – novità degli anni Sessanta – quello che si annida nelle stanze del potere. Esito sempre possibile di una democrazia condizionata dai rapporti di potere capitalistici, il fascismo è in agguato allorché una prepotente domanda di partecipazione popolare (esattamente come si verifica al tornante degli anni Settanta) metta a repentaglio la compatibilità di democrazia e ordine sociale. Un suo ritorno in forze è sempre possibile quando si determina in particolare “una crisi che invest[a] soprattutto ceti piccolo-borghesi e zone sociali di disgregazione”. Si presenta allora nelle vesti di “un regime sopraffattore, rappresentante del terrorismo padronale e del totalitarismo di Stato”.

Il fascismo starebbe allargando le sue influenze e attivando complicità anche nei gangli nevralgici dello Stato. “Il pericolo di una nuova controffensiva reazionaria” non sarà mai scongiurato fino a quando si “tagli[eranno] le radici” che allignano “nel profondo della struttura della nostra società”. Ne furono ben coscienti i padri costituenti e, prima di loro, i partiti animatori della Resistenza, che proprio per questo motivo assunsero “l’impegno di procedere […] a radicali riforme della struttura economica e sociale dell’Italia”. Riforme che “tolgano sul serio alle grandi concentrazioni industriali e finanziarie, ai grandi redditieri il dominio della vita sociale ed economica, politica e culturale”. La via per vincere il fascismo è già stata tracciata dalla Costituzione. Basta riprenderla e percorrerla fino in fondo. Il “particolare “sistema politico” adottato dalla Costituzione repubblicana – scrive Chiaromonte – non è a caso “di tipo democratico avanzato”. È stato voluto espressamente per creare una base democratica sopra la quale organizzare e condurre la vita politica e la lotta di classe. Di questo “sistema politico” fa parte l’antifascismo, anzi ne è la base […] E oggi, per uscire dalla crisi […] non esiste altra via se non quella […] di una riscoperta nuova e rinnovata di quegli ideali e di quei valori che furono a fondamento della Repubblica e della Costituzione e all’unità fra le grandi forze democratiche”.

Il Pci, che negli anni Cinquanta aveva fatto della Costituzione la linea del Piave della democrazia, passa all’attacco. Alimenta la convinzione che il vento finalmente soffi nelle vele della sinistra e che la fine acclarata del capitalismo la incoroni forza progressiva della storia. La modernità mette in rivolta i popoli del Terzo mondo. In Occidente svuota la democrazia di ogni partecipazione popolare. Essa “si inquina, si decompone”, erosa dagli “idola capitalistici: l’individualismo esasperato, l’edonismo, la rincorsa del guadagno facile”. La borghesia coltiva progetti eversivi. Una sorta di omologazione culturale, nemica di ogni pensiero critico, si impadronisce dell’intero mondo popolare, riducendolo a una grigia massa di consumatori. Si vengono, insomma, delineando due fronti nemici: il “sommerso dell’Italia repubblicana” da una parte e il fronte dei fautori di un salto democratico della Repubblica in nome della Costituzione dall’altra. La mobilitazione dello schieramento antifascista procede sull’onda e in ragione delle difficoltà, miste a sotterranee inconfessabili complicità, che accusano le istituzioni nel governo delle sempre più laceranti tensioni sociali e culturali. La cartina tornasole e insieme l’innesco dello scontro che sta investendo il paese era stata, come s’è accennato, la crisi del luglio 1960 quando il tentativo di cooptazione al governo della destra neofascista aveva fatto balenare il fantasma di un’involuzione autoritaria.

Ma è il “rumor di sciabole” che echeggia nei corridoi del Quirinale nell’estate del 1964 a far lanciare l’allarme su maneggi di forze, collocate anche ai massimi livelli dello Stato, decise a imporre uno sbocco reazionario a una delle crisi ministeriali più lunghe e dense di ombre della storia repubblicana. Sono per il momento solo mene di vertice, che alludono – ma presto punteranno espressamente – a una mobilitazione anti-sinistra delle “forze sane” della nazione. Il loro interlocutore potenziale è quell’area politico-sociale che – per dirla con Moro – “teme la libertà”, che non crede “alla sua forza […] redentrice, e in definitiva ordinatrice e garante” e che, di fronte anche solo al timore di una minaccia all’ordine costituito, è disposta ad affidarsi “alla illusoria efficacia risolutrice della forza”. La “destra carsica” non solo recede dal sostegno condizionato alla Dc. Non accorda nemmeno più la propria fiducia al Msi. Il suo allarme si sta amplificando di fronte allo scandalo della contestazione e ormai anche allo smantellamento di quelle certezze morali e di quei presidi sociali cui non è disposta a rinunciare e cui, in fondo, subordina la propria lealtà nei confronti del sistema democratico. Essa oscilla, senza risolversi a una scelta netta, tra una domanda d’ordine e la suggestione di una svolta autoritaria con cui stroncare il sovversivismo montante. Ne esce scosso l’intero quadro politico. La destra ufficiale sbanda pericolosamente tra la velleitaria ricerca di una soluzione parlamentare e un’avventurosa rincorsa di soluzioni extraparlamentari, se non apertamente eversive.

Da parte sua, la sinistra si divide tra quanti – in maggioranza – puntano a rilanciare “il patto costituente” per fare argine al pericolo fascista risorgente e una minoranza, ristretta ma assai rumorosa e combattiva, che rinnega quel patto considerandolo un paravento nonché un’occasione di tradimento proprio degli ideali di radicale rinnovamento – per qualcuno di rivoluzione – della società animatori della Resistenza. In mezzo stanno le forze centriste, segnatamente la Dc, incerte su come non perdere l’appoggio della “maggioranza silenziosa” senza lasciare alla sinistra il monopolio della difesa dell’ordine costituzionale e al contempo come non finire ostaggio della sinistra nel momento in cui scavano trincee contro la destra. Il partito di maggioranza non seconda certo la sinistra nell’invocazione della Costituzione nel segno di una rottura di continuità: rottura che è solo di indirizzo politico nel caso del Pci e apertamente di regime in quello della sinistra extraparlamentare. Ciò non toglie che la Dc tenga ferma la discriminante antifascista nei confronti della destra, tanto di quella eversiva quanto di quella parlamentare. Di Stato, di partiti, di parlamento il partito democratico-cristiano parla nelle sedi opportune, ma solo per individuare gli interventi utili a far recuperare efficienza e credibilità a istituzioni investite da un’indubbia crisi di ruolo. Ha la consapevolezza che ormai “la società […] si muove senza […] quando non contro” le forze politiche, che “queste sono inquiete, come gli animali prima del terremoto”. Conviene perciò sulla “necessità di una rinnovata articolazione istituzionale della democrazia partecipata e sul decentramento graduato dei poteri e delle funzioni dello stato”. Non pensa, però, a nessun superamento o revisione dell’impianto istituzionale originario, a nessun passaggio a un “sistema monocratico” di cui continua a temere la congenita debolezza “di fronte a contraccolpi autoritari”.

Non vuole nessun stravolgimento dello Stato voluto dai padri costituenti. Tutt’al più, pensa a una “razionalizzazione” e a uno “snellimento delle procedure”, fermo restando il ruolo cruciale di partiti e parlamento. La Dc si muove, insomma, in linea di continuità con lo spirito informatore del “patto costituzionale” che prescrive assiologicamente la discriminazione della destra neofascista. Non trae motivo, però, dalla radicalizzazione politica in corso nel paese per approfondire, Costituzione alla mano, i termini della delegittimazione della destra fino alla sua criminalizzazione. Il bersaglio è la destra politica. Il partito di Moro e Fanfani è deciso a mantenere fermo il discrimine che la tiene nel ghetto. Non è interessato a mettere alla gogna l’opinione pubblica che si mostra ostile alla pregiudiziale antifascista giudicandola utile a chi vuole smantellare l’ordine costituito. Non sono gli interessi in campo a dover essere delegittimati, ma i metodi antidemocratici con cui la destra vorrebbe difenderli. Delegittimazione, quindi, mirata contro il neofascismo – parlamentare o extraparlamentare, d’ordine o eversivo che sia – non diretta a mettere sul banco degli imputati il sostegno sociale di cui gode, che va invece recuperato a favore delle istituzioni. La Costituzione continua a essere intesa come presidio della libertà, non usata come sponda di un’ideologia che a parole promette di allargare gli spazi della libertà, ma che nei fatti ne mette a repentaglio le fondamenta. Antifascismo vale come imperativo etico di chi abbraccia la fede democratica e, per questa ragione, diventa una categoria politica assimilabile all’antitotalitarismo: puntello ideale della “teoria degli opposti estremismi” cara alla Dc.

Chiamato a fare i conti con le proposte “forti” di destra e sinistra, il centro dispone comunque di un progetto troppo “debole” per salvaguardarsi il sostegno di un blocco sociale capace di arginare la deriva in atto verso una netta polarizzazione delle forze politiche. L’iniziativa passa nelle mani della sinistra, parlamentare ed extraparlamentare. La lotta contro l’eversione nera, la denuncia del “fascismo di Stato”, il rifiuto dell’ordinamento gerarchico nelle scuole, negli uffici e nelle fabbriche, la contestazione del potere ideologico e repressivo della società neocapitalistica, la battaglia in favore di un egualitarismo di principio: tutto ciò configura un ricco e diversificato fronte di tematiche su cui si dispiega l’iniziativa politica dell’opposizione di sinistra. Ne esce esaltato il suo potere di influenza nella società e del suo stesso potere di contrattazione in sede politica e parlamentare. Di questa offensiva a largo raggio, fondata sul postulato dell’”assorbimento dell’istanza rivoluzionaria nella prospettiva democratico-antifascista”, la Costituzione costituisce il pezzo forte. La si invoca come sostegno etico-politico indiretto, ma soprattutto come baluardo contro ogni operazione di smantellamento dell’originario impianto istituzionale considerato univocamente dall’intero arco delle forze costituzionali l’unico supporto a una vera democrazia. La valorizzazione del potere delegittimante della Costituzione si esercita su due fronti. Serve a condurre una battaglia politico-culturale in nome dell’equiparazione di democrazia e antifascismo per tenere nel ghetto la destra e al contempo per esercitare una pressione costante sulla Dc a favore del ripristino di una maggioranza di “solidarietà nazionale”.

Contribuisce altresì ad attuare una vera e propria demonizzazione di qualsiasi iniziativa, proposta o progetto tesi a modificare l’assetto istituzionale costruito dai padri costituenti di cui si difende strenuamente e senza tergiversazioni l’idea ispiratrice riassumibile nel carattere eminentemente partecipativo e rappresentativo della democrazia. Il momento culminante di tale offensiva si registra nei cosiddetti “anni di piombo” che vedono esacerbarsi tensioni sociali e conflitti politici fino a portare l’Italia sulla soglia di una guerra civile. Il Pci raccoglie allora i frutti della sua strategia. Riesce a elevare l’antifascismo a frattura centrale della vita pubblica nazionale, il che lo convince di aver coronato con successo la sua quarantennale “marcia nelle istituzioni”. Il 1976 vede in effetti il partito di Berlinguer divenire partecipe della maggioranza. Partecipe, però, in modo surrettizio attraverso l’espediente inedito della “non sfiducia”. L’operazione ha un suo costo. Non si limita a comminargli solo una sorta di quarantena politica, prima di esser accolto nell’area della piena legittimità. Comporta anche il danno di aprire alla sua sinistra un fronte di ostilità, con l’estrema che rivendica la dimensione di classe e rivoluzionaria dell’antifascismo, perché “il senso della Resistenza fu: Rivoluzione”. Il che, oltre ad infrangere la parola d’ordine pas d’ennemie à la gauche, lo espone pure all’accusa di consumare con la sua strategia delle “larghe alleanze” un vero e proprio tradimento dello spirito rivoluzionario originario della Resistenza. In altre parole, la conquista della piena legittimazione in quanto “forza democratica” rischia di procurare al Pci la delegittimazione in quanto “forza rivoluzionaria”.

Un’impasse da cui non saprà togliersi fino a quando non deciderà di chiudere definitivamente i suoi conti col comunismo. Se per il Pci il problema è come arrivare attraverso la delegittimazione della destra alla propria legittimazione senza incorrere nella proscrizione decretatagli dalla sinistra radicale; se per la Dc la sfida è riposizionare la delegittimazione della destra sull’asse della sua centralità politica, per la destra neofascista le difficoltà sono ben altre, e soverchianti. Liberarsi dalla delegittimazione comminatagli sulla scorta del richiamo alla Costituzione “nata dalla Resistenza” rappresenta, infatti, una missione impossibile. Il Msi ha un bel affannarsi a emendare il suo profilo neofascista rifondandosi, grazie all’apporto di qualche personalità con un curriculum politico meno compromesso col nostalgismo, in Msi-Dn. Il confino, ciò nonostante, resta in vigore, anche per le zone d’ombra che restano nei rapporti tra destra parlamentare, extraparlamentare ed eversiva. Il partito della Fiamma non sa liberarsi dalla contraddizione che l’attanaglia fin dalla nascita. Non può divorziare dal fascismo senza perdere la sua anima (e il suo popolo). Non può pensare di contestare a viso aperto la Carta costituzionale senza convalidare le ragioni del bando comminatogli. Non gli resta che puntare alla delegittimazione politica della delegittimazione costituzionale subita. Incrociare la spada con i partiti antifascisti sui valori sanciti dalla Costituzione, nella quale comunque la destra – tiene a sottolineare – “non si riconosce”, sarebbe un’impresa suicida. Può cercare la sua riabilitazione solo presso l’opinione pubblica. E’ quanto si impegna a fare attuando una campagna sistematica di denuncia dei danni procurati dalla Carta.

L’incriminazione non investe principi, anche se non si manca di bollare la Costituzione come “antinazionale, pervasa di cupidigia di servilismo verso lo straniero, dominata da forze di estrazione antirisorgimentale ed antiunitaria, avulsa dalla tradizione spirituale e giuridica dell’Italia”. Si appunta invece sui guasti della tanto decantata democrazia repubblicana. Sotto accusa sono la sua origine, i suoi protagonisti, la sua riuscita. E’, questa, l’unica via percorribile per dare voce alla “maggioranza silenziosa” e al contempo erodere la credibilità politica della Dc, accusata di arrendevolezza, quando non di connivenza, con il Pci. Punta di lancia dell’attacco portato dalla destra alla Repubblica sono: lo smascheramento di “tutti i falsi e gli abusi che accompagnano la guerra civile e la liberazione”, il disvelamento del mito dell’unità antifascista, la denuncia dell’uso della Resistenza a mo’ di “stampelle [per quanto] malferme” per “puntellare la barca” di uno Stato che fa acqua da tutte le parti, ridotto ormai ad una “Canagliocrazia”. Liberazione e unità antifascista – si badi bene – sempre citate rigorosamente tra virgolette e Resistenza sempre scritta in minuscolo. La demistificazione della lotta di liberazione e la denuncia dell’uso politico attuato dai partiti dell’arco costituzionale hanno un obiettivo politico preciso. Innanzitutto, sono funzionali a denunciare il trattamento riservato alla destra, tenuta indebitamente nel ghetto, anche se la messa in mora dell’unica forza autenticamente anticomunista – “la minoranza attiva che ha sempre impedito la vittoria comunista” – comporta che “l’Italia proced[a] a vele spiegate verso il comunismo, sospintovi dalla rettorica partigiana”. In secondo luogo, servono a scoprire la strategia messa in atto dal Pci.

“La critica dell’antifascismo è in realtà un aspetto della critica al Pci”. Questo, forte della sua “pretesa assurda” di essere “depositario del Verbo della Liberazione”, punta a “imporre un perenne stato di “vigilanza” agitando la prospettiva di minacce alla democrazia”. Riesce in tal modo ad accreditare una “cinica e pericolosa speculazione” volta a “ricreare in Italia il clima di guerra civile”. Si insedia per ciò stesso come “partito costituzionale” e, in forza di questa aureola di legittimità, si avvicina al governo del paese, garantendo all’esecutivo (“dai banchi di una falsa opposizione”) la sua “protezione mafiosa”. Risultato: “L’Italia è arrivata a un passo dal comunismo” nonostante nelle elezioni finora tenutesi abbiano “sempre avuto la maggioranza partiti anticomunisti, o non comunisti”. Insieme alla litania del falso mito della Resistenza, la destra degli anni Settanta svolge un’insistita geremiade sulla presunta manipolazione che sarebbe attuata a suo danno, in nome della vigilanza antifascista, sul tema del terrorismo e del golpismo. Una vera “strategia della confusione” volta a far passare per “trame nere” quelle che sono in realtà “trame di regime” (dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 alla strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974), ad avvalorare come ““complotto di estrema destra” che avrebbe dovuto rovesciare il regime democratico” il presunto “golpe Borghese”, infine a “far degradare tutta la situazione” per “gettare la pubblica opinione nella disperazione” e “aprire il passo” a un’”involuzione a sinistra”: premessa necessaria all’ingresso del Pci in una “maggioranza costituzionale e di emergenza”. Con quale obiettivo? “Isolare la Destra, allo scopo di togliere alla Democrazia cristiana ogni possibilità di manovra”.

E’ su questo sfondo che si consumerebbe il passaggio della Repubblica in “un regime di Caino”, dove basta essere di destra per “morire ammazzati dall’odio”. Le premonizioni della destra sulla democrazia repubblicana sono infauste. “La liberazione, bene supremo, minaccia suicidio”. La “fragile prosperità […] sola vanteria che, bene o male, regge[va]” è “un ricordo lontano”. L’”anarchia imperversante” finisce per smascherare “l’orgia retorica delle celebrazioni” e rischia di trasformare “il compleanno della liberazione nel funerale” suo e della stessa “Prima Repubblica […] già morta [del resto] nelle coscienze” degli italiani. Nessuna meraviglia, quindi, se la Repubblica antifascista sta sprofondando nel malaffare e nella corruzione. Altra insistita denuncia che riempie pagine e suggerisce titoli alla stampa di destra di quegli anni. Eccone alcuni: Il magna magna, Questa mela (repubblicana) è tutta marcia, Questione morale, Si sono mangiati tutto, L’Italia paga e lo Stato mangia. Apparentemente la legittimità dei partiti continua a essere disputata sulla frattura antifascista inscritta nella Costituzione. La battaglia riesplosa negli anni Settanta sul tema della legittimità costituzionale metteva, però, in ombra la corrosione in atto della legittimità dello stesso sistema politico e partitico costruito nel dopoguerra: corrosione che sfocerà in aperta crisi nel corso del decennio successivo.

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  • carlo schieppati

    01 Gennaio 2017 - 13:01

    Da leggere in parallelo all'ultimo lavoro di E.Galli Della Loggia, anch'esso basato sul riconoscimento della funzione che ha svolto l'uso "costituzionale" dell' 'antifascismo' nel processo di legittimazione/delegittimazione nella dialettica democratica. Galli della Loggia lo legge più sotto il profilo della "cultura" che ha sorretto quel gioco e l'esito paralizzante che ha avuto nella storia repubblicana: è in sostanza una storia del ceto intellettuale del dopoguerra: ed è una storia di abiezione. Quel che ancora non si chiarisce è il giudizio sul carattere sostanzialmente eversivo dell'azione della Magistratura dagli anni novanta. Proprio quando tutto poteva cominciare a rimettersi in moto, quando finalmente potevano ridisegnarsi nuovi equilibri, un intervento violento "dall'esterno" ha bloccato tutto di nuovo. Su questo tutti glissano e tacciono. Ancora la verità non si può dire.

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