La post verità è sul lavoro

Dietro la guerra sui voucher c’è la sottomissione di un paese che vuole seppellire tutti i sogni di riformismo

La post verità è sul lavoro

Foto LaPresse

In Italia c’è una nuova e clamorosa frontiera delle sottomissioni ideologiche che coincide con una battaglia ridicola su un non problema trasformato dalla coalizione della restaurazione (un mix di comunismo, leghismo, populismo, grillismo, cialtronismo, anti mercatismo, anti globalizzazione, anti capitalismo) nel più grave dramma che affligge il nostro paese: i voucher.

 

Non esiste alcun allarme voucher, non esiste alcuna emergenza buoni lavoro, non esiste (fa sorridere persino scriverlo) un eccesso di liberismo selvaggio in un paese statalista che sogna un intervento dello stato in un’azienda privata (Mediaset), che saluta come una liberazione l’ingresso del governo in una banca (Mps) e che considera uno scandalo un’azienda (pardon, un padrone) che licenzia per rendere più efficiente un’organizzazione aziendale. I voucher – ieri ha fatto bene il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a difendere lo spirito del Jobs Act e a non cadere nella trappola del nuovo lavorativamente corretto – valgono lo zero virgola due per cento del mercato del lavoro. E l’incredibile cortina fumogena (la fake news) creata attorno al falso problema dei buoni lavoro rappresenta un caso da manuale di un paese che sceglie di farsi dettare l’agenda da una minoranza rumorosa che non ha altro obiettivo se non quello di utilizzare una bandierina (i voucher) come un simbolo intorno al quale coagulare un’opposizione contro l’unica grande svolta riformista degli ultimi anni.

Perché il problema dei voucher è ampiamente sopravvalutato

Sono un fenomeno in crescita, introdotto e potenziato da governi di centro-destra e centro-sinistra, che si presta ad alcuni abusi, ma che non rappresenta la maggiore preoccupazione per il mercato del lavoro. Un fact checking

Il nemico pubblico numero uno oggi non sono i voucher (il 55 per cento dei percettori di buoni-lavoro si divide tra chi ha un altro lavoro e percettori di ammortizzatori sociali; il 10 per cento è composto da pensionati, il 14 per cento da giovani inoccupati) ma è una parolina magica che suona così: flessibilità. E la battaglia sui buoni è la punta di un iceberg di una guerra più grande. Che vuole individuare un punto debole del mercato del lavoro (gli abusi esistono ma riguardano una porzione microscopica del mondo del lavoro) per scardinare l’intero disegno del Jobs Act e ricondurre così il paese verso una società checcozaloniana dove i diritti contano più dei doveri e dove la protezione del posto di lavoro conta più della protezione del lavoro stesso.

La vendetta dei corpi intermedi

Che cosa può fare la sinistra per non sostituire la rottamazione con la restaurazione? La linea del Piave è la riforma del lavoro. Per difenderla c’è un modello: la Clause IV

In questo contesto caratterizzato da una irrefrenabile vocazione alla restaurazione giustificata solo dalla volontà di spolpare vivo tutto ciò che è stato cucinato dall’ex presidente del Consiglio si può capire che la minoranza del Pd – fiancheggiata dalla Cgil, che pure dovrebbe ricordare che un decimo dei voucher viene utilizzato dai pensionati e un altro decimo dai giovani inoccupati – voglia trasformare la battaglia contro la flessibilità per riconquistare il Pd.

 

Meno chiara e giustificabile è invece l’idea che i complici di questo saccheggio possano essere coloro che per molto tempo si sono impegnati a promuovere una cultura aperta e riformista del lavoro, all’interno della quale era maturata una convinzione precisa: oggi il problema del lavoro non è quello di non avere un lavoro fisso ma è quello di avere un lavoro. In nome dell’anti renzismo, il centrodestra ha già rinnegato il suo passato schierandosi contro una riforma costituzionale che rendeva giustizia ad anni di lotte berlusconiane. Ripetere lo stesso errore sul lavoro non sarebbe un torto a Renzi. Sarebbe un torto alla storia del centrodestra e a quella dell’Italia. Mai sentito parlare di Marco Biagi, caro Cav., caro Salvini, caro Brunetta? Battaglie politiche quante ne volete, sottomissioni ideologiche no. Smack.

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Commenti all'articolo

  • riflessivo

    30 Dicembre 2016 - 19:07

    Vogliono anche cancellare la riforma del lavoro prendendo a pretesto il fatto che sull'uso dei voucher alcuni imprenditori hanno abusato. La legge sul lavoro in Germania (pacchetto Hartz) che ha riformato migliorandolo enormemente il mercato del lavoro, dando occupazione e benessere, legge simile al jobs act ma in vigore in Germania dal 2003, non viene presa assolutamente in considerazione in Italia. Si pensa soltanto di ripristinare il passato, di accontentarsi di una situazione economica stagnante che genera disoccupazione soprattutto tra i giovani. Questi ultimi sono le vittime del sistema ingiusto vigente in Italia e per di più i vari Speranza, D'Alema, Bersani esibiscono un racconto che capovolge questa realtà spacciandolo come vera democrazia. Questo sistema e il racconto perverso che ne deriva, fatto da gente che pensa soltanto a salvare la propria identità politica a danno dei molti disoccupati e precari, sarà la vittoria degli arroganti contro i più deboli.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    30 Dicembre 2016 - 14:02

    Ad una classe dirigente che s'illude di poter essere la determinante di un nuovo corso post-Renziano, non si mandano baci, si danno legnate e li si ricaccia negli ambiti meschini dei loro ego. Cosa credevano, i tapini, di potersi intestare la prevalenza dei NO come merito che avrebbe dato loro i galloni di generali? Per motivi di assurde valutazioni personali e status individuali, hanno riportato l'Italia indietro di trenta anni. Non hanno capito, o voluto capire che eliminare il Senato paritario, la sua facoltà di concedere la fiducia e la sua elezione diretta, era il senso vero e la strada giusta per un autentico spirito riformatore. Chiosa finale: tutti i protagonisti del NO miravano solo a conservare tutti i vantaggi e le molteplici possibilità che a livello personale ha generosamente offerto per oltre 60 anni, il parlamentarismo trasformista consociativo. Sarebbe bastato uno scatto d'orgoglio, una riflessione non acefala, per impegnarsi per il SI. Si gratteranno, eccome!

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  • riflessivo

    30 Dicembre 2016 - 13:01

    IANO49 L’ottimo articolo fa capire quanto grande e reale sia il pericolosi un ritorno ad un triste passato dove il consociativismo la faceva da padrone e il merito e la professionalità venivano misconosciuti. Quel passato in cui l’unica cosa importante era il mantenimento del posto fisso e i privilegi degli occupati a danno dei disoccupati. Un’Italia che si sperava di essersi lasciata alle spalle, un passato il cui ritorno mi sgomenta.

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  • mario.patrizio

    30 Dicembre 2016 - 12:12

    La vittoria del referendum è stata solo una battaglia della guerra per il ripristino del sistema consociativo e potere di interdizione in mano ai soliti noti. Fa specie che chi ha combattuto per riformare il Paese dalla stessa parte della barricata, e che oggi si sente condannato all'irrilevanza, ne sostenga la lotta. E' la politica, bellezza, anche se non si capisce.

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