La vendetta dei corpi intermedi

Che cosa può fare la sinistra per non sostituire la rottamazione con la restaurazione? La linea del Piave è la riforma del lavoro. Per difenderla c’è un modello: la Clause IV

La vendetta dei corpi intermedi

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando, riflettendo ieri con noi sul rapporto tra democrazia e disintermediazione, ha consegnato a questo giornale un ragionamento gustoso, sul futuro dei corpi intermedi e dunque anche sul Pd, che sintetizza bene una nuova fase politica che si è aperta all’indomani della vittoria del No al referendum costituzionale: nell’epoca della disintermediazione, la differenza tra un partito populista e uno riformista è quella che c’è tra chi prova a disintermediare per ricostruire e chi prova a disintermediare senza costruire nulla di nuovo. Il ministro Orlando parlava del rapporto tra Facebook e la democrazia ma come è evidente il ragionamento può essere utilizzato anche per studiare quale potrà essere il percorso futuro del Partito democratico e in particolare quello dell’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi.

 

Il problema è evidente: una volta abbattuto per via referendaria il governo del disintermediatore Renzi, compresa l’idea di imporre a livello nazionale il modello dell’Italia dei sindaci, potrà mai il progetto riformista renziano sopravvivere alla vendetta dei corpi intermedi? La vendetta dei corpi intermedi non è un ipotetico e futuro film dell’orrore ma è una proiezione già in corso da molti giorni che prevede un unico e comprensibile copione: una volta abbattuto Renzi per via referendaria non resta che abbattere il renzismo. Il tentativo di abbattere il renzismo – per via politica ma ovviamente anche per via giudiziaria – vede non a caso come protagonisti alcuni corpi intermedi che l’ex premier ha provato a ridimensionare con successi alterni: il sindacato (in campo contro l’articolo 18), la vecchia ditta Pd (in campo contro la flessibilità), la magistratura (in campo contro Lotti), il Consiglio di stato (in campo contro la riforma delle banche popolari), la Consulta (in campo contro la legge elettorale). Alcune di queste partite hanno un esito già scontato, altre forse meno, ma in tutti i campi la lezione è sempre la stessa: puoi essere anche il più bravo dei disintermediatori, ma se i corpi intermedi non li riformi alla fine resistono e al momento giusto reagiscono. Se ti occupi di sfidare i sindacati senza occuparti di riformare i sindacati, alla fine i sindacati (sfidati ma non riformati) aspettano il momento giusto e poi reagiscono. Se ti occupi di sfidare la magistratura senza togliere alla magistratura gli strumenti per utilizzare il potere giudiziario in modo discrezionale, alla fine la magistratura (sfidata ma non riformata) aspetta il momento giusto e poi reagisce. Su questo terreno gli esempi da fare potrebbero essere molti, ma per quanto la vendetta dei corpi intermedi sia inevitabile in questa fase di passaggio dalla rottamazione alla restaurazione non in tutti i casi il destino di questa partita è già scritto. In un caso in particolare si può reagire e quel caso riguarda il più clamoroso tra i tentativi di restaurazione: la feroce resistenza alla riforma del mercato del lavoro. Da questo punto di vista, la polemica sui voucher più che una disquisizione su una particolare tipologia di contratto di lavoro (se togli i voucher non diminuiscono i contratti a brevissimo termine, ma cambia solo il modo in cui vengono pagati quei contratti: ovvero in nero) è un chiaro cavallo di troia utilizzato per introdursi nel cuore del riformismo renziano. Il tema non sono i voucher (così come il tema della gaffe di Poletti non era Poletti) è l’abbattimento di un concetto chiave che per la prima volta un partito di sinistra in Italia ha scelto di abbracciare con convinzione: lo sdoganamento della flessibilità, con conseguente rinuncia al totem dell’articolo 18. Il punto è chiaro: la sinistra ha ancora la forza di difendere l’abbattimento di un totem o in nome di una grande pacificazione interna alla sinistra (go Giachetti go!) è disposta a offrire ai campioni della restaurazione il passaggio per superare la linea del Piave?

 

La composizione del fronte della restaurazione è ampio e variegato (Cgil, sinistra del Pd, Lega, Grillo, rossi, neri) mentre al contrario il fronte della resistenza non mostra particolari segnali di tenuta e anzi non perde occasione per ricordare che i prossimi mesi saranno dedicati – espressione molto sospetta, pericolosa, si salvi chi può – “alla comprensione degli errori commessi”. Per uscire da questa trappola micidiale l’ex presidente del Consiglio ha una sola strada possibile, e coincide con un insegnamento finora non ascoltato che Tony Blair mise nero su bianco nell’ottobre del 1994, quando coniò un’espressione vincente: New Labour, New Britain. Ovvero: non si può riformare un paese senza prima riformare il partito che deve guidare quel paese. In quell’occasione, Blair, per formalizzare la svolta che avrebbe impresso al Labour, scelse di modificare la famosa “Clause IV” dello statuto del partito, abbandonando qualsiasi tendenza statalista e abbracciando convintamente la libera economia di mercato. Il segretario del Pd ha già abbattuto la sua “Clause IV” riformando da presidente del Consiglio l’articolo 18 ma non deve stupirsi se oggi un pezzo significativo della sinistra sta provando ad archiviare per sempre il progetto riformista renziano proprio facendo leva sulla restaurazione dell’articolo 18. La “Clause IV” è stata imposta con successo, ma successivamente non è stato imposto un metodo che rendesse quell’imposizione un passaggio naturale (non solo traumatico) per una sinistra che in buona parte è ancora ostaggio dei suoi fantasmi del passato. Per questo oggi la sfida più importante della disintermediazione è la ricostruzione e non la distruzione di un corpo intermedio importante come può essere un partito. Per farlo ci sono due modi. O lo si ricostruisce con mille mediazioni (modalità caminetto) e mille accordi tra correnti (sarebbe una sinistra speranza). O lo si ricostruisce con un nuovo metodo di mediazione (modello Clause IV) e un programma di educazione siberiana della sinistra affidato a un volto simbolo di una nuova, per dirla alla Schumpeter, disintermediazione creatrice (profilo perfetto: Nannicini). La vendetta dei corpi intermedi non si può evitare. Ma evitare che la restaurazione diventi la parola chiave dei prossimi anni è ancora possibile. Non è un problema del Pd. E’ un problema dell’Italia. In bocca al lupo.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    28 Dicembre 2016 - 17:05

    Tutte chiacchiere. Renzi lo hanno spedito al supermercato e fine delle trasmissioni. Il popolo questo vuole, che tutto resti dov'è. Il no lo ha dimostrato. Passeanno mesi di stasi. Se andremo a votare voteremo con una legge che permetterà le coalizione e apriti cielo. La morte politica e vita alle nullità. Renzi di errori ne ha commessi molti, primo non andare a votare subito dopo il suo governo e legittimarsi al popolo invece di logorarsi con una maggioranza esigua ed una lotta interna PD non conclusa. Anzi. L'assuefazione è arrivata, il qualunquismo pure. L'apparato burocratico è tranquillo e tutto sarà come prima. Continueremo a lamemntarci ma va bene così. Articolo 18, contratto del lavoro, sindacati, canone tv, tasse, costituzione, presidente della repubblica, D'Alema, e pure Veltroni regista e Rutelli che dice che fu un buon sindaco di Roma. La Raggi no quella va cambiata e se non cambia da sola cambierà lo stesso per sfinimento fisico suo e disperazione nostra.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    28 Dicembre 2016 - 17:05

    Caro Claudio, l’analisi è corretta, appropriata, ben articolata. Storicamente tutte le “Restaurazioni” sono fallite, ma nel contingente hanno pagato. Da noi, sarebbe lungo, prolisso e anche inutile cercare i perché della forza della intermediazione. La stessa è parte importante nella gestione delle complessità e intrecci della attuale società. Il baco emerge quando dell’intermediare si fa l’unico strumento politico/sociale e lo s’estende a macchia d’olio in ogni settore: pubblico e privato e, all'interno dei partiti. I potentati di parte, di categoria e le correnti nascono, vivono e prosperano su quel modello. Disintermediare è fatica enorme perché chi dovrebbe collaborare e impegnarsi per realizzarla, è parte integrante del modello. Certo, un partito robusto, deciso, compatto, determinato, con una intermediazione interna nei limiti fisiologici e soprattutto, senza l’ossessione “dell’uomo solo al comando”, potrebbe farcela. Gli intermediatori non sono disposti a mollare l'osso.

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  • carlo schieppati

    28 Dicembre 2016 - 11:11

    Vorrei tanto capire come si sposa la disintermediazione (ormai un vero e proprio mantra) con il ritiro dello Stato a favore della costruzione di una welfare society o community (o big society in inglese). E' vero che "più società e meno Stato" in Lombardia è finita come è finita (con grande soddisfazione della famiglia Rotelli che sul San Raffaele - notoriamente in bancarotta ma non fallito - ha annunciato investimenti per 50 milioni di euro solo per le sale operatorie). Ma a me sembra di scorgere una incongruenza: a meno che i soggetti in campo siano rimasti solo due: lo Stato e il mercato.

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  • lorenzolodigiani

    28 Dicembre 2016 - 10:10

    Caro Cerasa, chi prova a disintermediare per ricostruire, purtroppo, e' sconfitto. Chi prova a disintermediare senza costruire nulla di nuovo o distruggendo quanto gia' esiste ne esce vincente. Speriamo non sia, ora, la volta del jobs act.

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