L'attacco a Poletti è un’operazione precisa contro chi riforma il lavoro

Poletti ha detto una cosa giusta accanto a una sbagliata, si è scusato e la storia dovrebbe essersi conclusa così. Se fosse sulla gaffe, la polemica sarebbe finita

L'attacco a Poletti è un’operazione precisa contro chi riforma il lavoro

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (Foto Lapresse)

Al direttore - Le confesso che faccio fatica a capire come sia possibile che in Italia le gaffe dei politici diventino dei casi politici. Il ministro Poletti ha detto una stupidaggine. Ok. Ma se il criterio da utilizzare per giudicare i politici deve essere quello della correttezza e scorrettezza delle dichiarazioni, non crede che il Parlamento oggi sarebbe più o meno vuoto?

Luca Martino

 


 

“Se 100 mila giovani se ne sono andati non è che qui sono rimasti 60 milioni di pistola. Ci sono persone andate via e che è bene che stiano dove sono perché questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”. “Mi sono espresso male, penso semplicemente che non è giusto affermare che ad andarsene siano i migliori e che, di conseguenza, tutti gli altri che rimangono hanno meno competenze e qualità degli altri”. Se stessimo parlando soltanto di una gaffe il discorso sarebbe già finito: Poletti ha detto una cosa giusta accanto a una sbagliata, si è scusato e la storia dovrebbe essersi conclusa così. Se la polemica fosse sulla gaffe, la polemica sarebbe finita. Ma la storia di Poletti non riguarda quello che ha detto ma un’operazione precisa di cui lui stesso è il simbolo e in cui la distruzione del ministro del Lavoro è un costo marginale di una battaglia più grande: la delegittimazione di colui che rappresenta plasticamente una sinistra che ha accettato di riformare il mercato del lavoro come nessuna sinistra aveva fatto prima d’ora. Non si capisce la violenza contro Poletti se non si parte da questo e se non si uniscono i puntini: il referendum sull’articolo 18, la sinistra del Pd (che non si capisce che cosa ci stia a fare nel Pd se tutte le riforme volute dal leader del Pd diventano riforme che devono essere abbattute) che minaccia di votare la sfiducia al suo ministro del Lavoro qualora il ministro del Lavoro non dovesse dare un “segnale” per superare un simbolo della flessibilità del Lavoro: i voucher (senza i quali rimarrebbero i lavori che vengono pagati attraverso questo sistema, solo che diventerebbero lavoro nero, non lavoro vero).

Il processo di delegittimazione del ministro che ha riformato il lavoro ha coinvolto anche suo figlio Manuel, direttore di un giornale che riceve un finanziamento pubblico dal 2013, ovvero quando il ministro Poletti non aveva nulla a che fare con la politica (è la post verità, bellezza). Ieri il figlio del ministro ha presentato una denuncia ai carabinieri di Faenza “a seguito di pesanti offese ed alcune minacce di morte giunte tramite social network e via mail contro la mia persona e l’azienda che rappresento”. Non stentiamo a crederlo. Quando un cognome diventa il simbolo di una riforma del lavoro, in Italia, la delegittimazione arriva fin dove non dovrebbe arrivare. Diventa una gogna. E i cognomi dei riformatori di solito diventano dei simboli da abbattere. Criticare sì, far diventare un bersaglio qualcuno, e metterlo nel mirino, no. Occhio.

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  • GianniM

    27 Dicembre 2016 - 18:06

    Non confondiamo lucciole con lanterne, per favore. Un conto sono i giuslavoristi messi sulla gogna per le loro idee. Altro conto sono i personaggi del sottobosco politico, assurti a dignità di ministro per garantire interessi settoriali (economici e politici) così come garantito gli interessi familiari). Personaggi che hanno tromboneggiato sull'importanza del rischio imprenditoriale, proprio mentre la loro azione - sia privata sia politica - andava in tutt'altra direzione. E che infine invitano a togliersi dai piedi proprio quei giovani che, partendo, hanno dimostrato di non chiedere un posto fisso, ma opportunità. Non si chiama "gaffe". Si chiama voce dal sen fuggita; ipocrisia smascherata; inadeguatezza al ruolo dichiarata. Questi personaggi non meritano certo di finire nel mirino di terroristi. Ma della contestazione politica inflessibile sì. E possono agevolmente sottrarvisi: togliendo il disturbo.

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  • fabriziocelliforli

    25 Dicembre 2016 - 19:07

    ministero del lavoro; la mente corre velocemente a D'Antona , a Biagi , uccisi per un grossolano equivoco: essi soprattutto Biagi concepì la riforma del mercato del lavoro PURCHE' ci fossero adeguati paracaduti per i periodi di non lavoro fra un lavoro e l'altro. Paracaduti che tardarono MA NON per colpa di Biagi o D'Antona. Ovviamente quando si mise mano alla riforma, complici i soliti soldi che già allora mancavano e con Biagi già sepolto, la si fece solo con una riva (i fossi con una riva non esistono in natura ma in politica, purtroppo, sì): ovviamente quella che penalizzava i lavoratori; dimenticandosi, ripeto, che Biagi aveva conepito anche l'altra riva. CHE MAI CI FU.

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  • maurizio guerrini

    maurizio guerrini

    23 Dicembre 2016 - 18:06

    Non ci caschi direttore. Questo signore pensa esattamente quello che ha detto. E' lo stesso signore che predica ai giovani di imparare a rischiare. Ora abbiamo scoperto dalle sue vicende familiari cosa pensa veramente. La frase è sincera e rivelatoria. Non doveva affatto scusarsi. Se lo ha fatto è per cinico opportunismo.

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  • lorenzolodigiani

    23 Dicembre 2016 - 16:04

    Da quanto tempo Poletti e' ministro? Solo ora si scopre il lavoro del figlio. Doveva dimettersi anche la Fedeli e già non se ne parla piu'. Quale soluzione migliore per i detrattori che un governo si sciolga per le dimissioni dei suo componenti?

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