Poletti non si dimette, intanto arriva la mozione di sfiducia

Nel documento firmato anche da M5s, Lega e alcuni senatori del gruppo misto, Sinistra italiana definisce il ministro del Lavoro "totalmente inadeguato al suo ruolo"

Giuliano Poletti

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (foto LaPresse)

“No”: Giuliano Poletti risponde telegraficamente alla domanda diretta dei giornalisti, che poco prima del suo ingresso alla Camera per il question time gli hanno chiesto se intende dimettersi dopo la controversa dichiarazione sull'emigrazione dei giovani. Il ministro del Lavoro e delle politiche sociali aveva detto: “Conosco gente che è andata via ed è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo paese non soffrirà a non averli più fra i piedi. Bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei 'pistola'”. Ieri Poletti si è scusato con un video su Facebook, ma non è bastato a evitare la baraonda politica.



Questa mattina, infatti, Sinistra italiana ha depositato in Senato una mozione di sfiducia nei suoi confronti firmata anche da M5s, Lega e alcuni senatori del gruppo misto. Nel documento si legge che nelle ultime settimane il ministro “ha dato riprova di un comportamento totalmente inadeguato al suo ruolo, esprimendosi in più di un'occasione con un linguaggio discutibile e opinioni del tutto inaccettabili”. Il riferimento non è soltanto alle “affermazioni gravissime” sui giovani costretti a trasferirsi all'estero, ma anche alla dichiarazione “che compromette la libertà di voto dei cittadini”, cioè la possibilità di evitare il referendum sul jobs act - sull'ammissibilità del quale la Consulta si esprimerà a gennaio - grazie alle elezioni anticipate con il conseguente scioglimento delle Camere.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    22 Dicembre 2016 - 00:12

    Facite ammuina, facite ammuina, qualcosa resterà. D'altra parte, non siamo mai stati capaci di sentirci "un popolo", non abbiamo mai avuto il senso dello Stato, né quello del bene comune, né il rispetto, oltre una ipocrita forma, delle idee altrui. Non è piangerci addosso, solo la costatazione asettica dei motivi che ci impediscono di fare quello che sarebbe necessario. quelli sono i fondamentali per costruire, non la Patria, non la Nazione, concetti che oggi sono considerati demoniaci, ma perlomeno un Paese un po' meno schizofrenico e meno in balia di fameliche orde vaganti.

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