Per il dopo Renzi c'è anche Zingaretti (che fa autocritica e rilancia il Pd)

Il presidente della regione Lazio analizza la vittoria del No al referendum: dalle diseguaglianze sociali all'incapacità del partito di sfruttare a suo vantaggio la frammentarietà degli elettori

Nicola Zingaretti

Matteo Renzi e Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Distruggere anziché costruire è diventato un mantra dell'analisi politica. Ne è convinto anche il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che parla di “deriva irresponsabile e autodistruttiva” affrontando la genesi del No al referendum. Nel suo commento sull'Huffington Post, Zingaretti punta il dito contro le diseguaglianze sociali, “un mix tra incertezza sul futuro, una bassa produttività e una moltitudine di giovani economicamente emarginati”.

L'economia, del resto, specie se balbettante detta legge spostando molti voti, magari non proprio sulla base di argomentazioni saldamente aggrappate alla realtà. Il racconto di Renzi “non ha coinciso fino in fondo con ciò che milioni di persone percepiscono quotidianamente: la fatica del vivere, la precarietà, una sensazione di esclusione e di abbandono”. In occidente c'è uno “sconvolgimento sociale” mentre “le grande potenze asiatiche continuano a crescere con impeto e minacciosamente”. Ancorché “del tutto legittimo”, però, quello stesso racconto di Renzi non è stato rivolto in maniera omogenea “alla marcata dualità dell'Italia”, spaccata tra la parte produttiva e ricca e quella “più dolente, povera, con scarse prospettive”.

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Secondo Zingaretti, poi, il Pd paga il suo isolamento. Se è vero che “nella prima repubblica un missino non avrebbe mai votato Pci”, di questi tempi il Partito democratico non è stato in grado di sfruttare la tendenza alla somma degli elettorati frammentati. Fondamentale, dunque, “capire come rigenerare un campo progressista e una rete di alleanze politiche”, non certo per una spartizione tout court del potere ma per diventare la più alta espressione democratica del paese. Gli esempi di Pisapia a Milano, di Zedda a Cagliari e di Merola a Bologna suffragano il concetto, ancor più prendendo come riferimento proprio la regione Lazio, “dove grazie allo spostamento verso di noi del 12 per cento dell'elettorato abbiamo potuto governare per 4 anni con una alleanza ampia e, mi sembra, all'insegna dell'innovazione, del cambiamento e della giustizia sociale”.

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Il presidente della regione Lazio, infine, stigmatizza le spaccature interne del Pd, che a suo dire si perde in mille rivoli “di gruppi, sottogruppi, correnti e infuocati "capi locali"” che “garantiscono solo nicchie di potere”. Zingaretti quindi invita a fare quadrato per superare una “degenerazione” che ha “ridotto i militanti in tifosi e ha diviso i dirigenti tra quelli al "servizio" o "contro" il capo”. Per rigenerarsi, spiega l'ex presidente della provincia di Roma, la sinistra non deve passare dalla caduta di Renzi; dopotutto è “innegabile” che grazie alla sua leadership “il Pd si è ricollocato al centro della scena politica e ha avuto di nuovo un chance”. Dopo la battaglia referendaria, per Zingaretti, ora “tocca proprio a Renzi riaprire il discorso”.

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