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Tra Consulta e giravolte grilline, una via breve per il voto c’è, dicono nel Pd

Cambiamenti chirurgici all’Italicum ed elezioni. Ecco come. Parla Rosato, capogruppo alla Camera del Pd. La sentenza del 24 gennaio

Tra Consulta e giravolte grilline, una via breve per il voto c’è, dicono nel Pd

Roma. Che passi o meno per il governo “istituzionale” di cui si parla, la strada verso le elezioni anticipate è lastricata di pietruzze nello stesso Pd che oggi, in direzione, dovrà guardare in faccia le proprie ferite referendarie – e mentre ieri, sul tema elezioni, Matteo Renzi manteneva un basso profilo, dalla minoranza giungevano i “no” secchi di Pier Luigi Bersani e di Roberto Speranza all’urna primaverile o addirittura invernale. Ma quell’idea di “votare in febbraio” (comunque dopo la sentenza della Consulta sull’Italicum, prevista per il 24 gennaio) si era rincorsa per tutta la giornata, dentro e fuori dal Nazareno, per esempio presso l’Ncd del ministro dell’Interno Angelino Alfano. Ma può essere davvero uno scenario possibile quel “voto in febbraio” che molti interpretano come “prima possibile” nel Pd che ribolle e di cui Renzi ha detto di voler restare segretario? Il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, renziano di provenienza franceschiniana, dice che “potrebbe anche essere uno scenario possibile, salvo il fatto che dobbiamo prima mettere a posto la legge elettorale. Può anche bastare poco: basterebbe lo spirito di collaborazione sulle regole da parte di tutte le forze politiche. E tutti ci hanno detto di voler cambiare l’Italicum, nel senso di mettersi attorno a un tavolo per risolvere i due, tre punti problematici e ottenere così una legge elettorale adatta a eleggere entrambe le Camere”. Intanto i Cinque stelle, non più nemici sfegatati di quella che fino a poco tempo fa chiamavano “la legge che fa schifo”, si dicono disposti ad andare al voto con l’Italicum, previa correzione minima.



E quando si chiede al capogruppo Rosato se il Pd sia disposto anche a ragionare sulla “soluzione” a cinque stelle, quella che prevede di “applicare la stessa legge al Senato su base regionale”, aggiungendo “alcune righe di testo alla legge attuale” Rosato dice: “Noi siamo disposti a correggere l’Italicum chirurgicamente, non certo a riscrivere una nuova legge. Ma su questo i Cinque stelle mi sembrano d’accordo”.

E’ ancora tutto nelle mani del capo dello stato, ma il Pd che si affaccia sulla crisi di governo ha un altro, urgente problema: c’è chi voleva apertamente far cadere Renzi, ma ora lo vuole lasciare in sella al partito (per logorarlo? per non bruciarsi?). Come ovviare al problema, visto che Renzi ha detto di voler restare segretario? Congresso anticipato o primarie? “Dobbiamo stare attenti alla schizofrenia politica”, dice Rosato. “Noi siamo stati lineari. Si può vincere o perdere, decidono gli italiani. Ma poi non si possono imbrogliare le carte. Il nostro candidato, per quanto mi riguarda, resta Matteo Renzi, che ha già tutta la legittimazione che serve, ma lui stesso non si sottrarrà a un momento di nuova investitura dalla base e dall’elettorato”. Sembra quindi profilarsi una linea “primarie” mentre dall’inner circle renziano partono tweet in direzione del “ripartire dal 40 per cento”, visto come “patrimonio” di voti del premier. La certificazione di un percorso fatto, ma forse anche la nascita di un Pd “nuovo”. “A me questo pare un risultato referendario”, dice Rosato, “che però rappresenta un pezzo importantissimo del paese che crede nella necessità di fare riforme anche coraggiose. Un 40 per cento omogeneo, anche se non ho la presunzione di pensare che siano tutti voti del Pd. Dico questo ben sapendo che c’è un altro 60 per cento che va dall’estrema sinistra all’estrema destra e comprende tutti coloro che si sono opposti alle nostre riforme”. Oggi, più che di voto anticipato, Rosato parlerebbe di “senso del nostro stare qui. La legislatura ha senso se si possono fare le cose che si devono fare. Ora dobbiamo fare la legge elettorale. Dopodiché prendiamo atto che le cose importanti che potevamo fare le abbiamo fatte, e che le altre non le abbiamo potute fare perché i numeri al Senato non ci consentivano di fare diversamente”.

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