Sconfitti e a casa. Non solo Renzi, storie di referendum persi e di dimissioni non sempre date

Da Chavez a De Gaulle, passando per la Brexit e un premio Nobel

Sconfitti e a casa. Non solo Renzi, storie di referendum persi e di dimissioni non sempre date

Referendum costituzionale (foto LaPresse)

Il 4 dicembre 2016 Matteo Renzi ha perso un referendum costituzionale con cui chiedeva agli italiani di abolire il Cnel, ridurre i poteri delle Regioni e ridimensionare il Senato, togliendogli il potere di dare la fiducia al governo e rendendolo un organismo espressione delle autorità locali. Il 27 aprile 1969 Charles De Gaulle perse un referendum costituzionale con cui chiedeva ai francesi di istituire le Regioni e di ridimensionare il Senato, trasformandolo da un organismo espressione delle autorità locali a una specie di Cnel. In Italia, è ampiamente riconosciuto che il bicameralismo perfetto e l’irresponsabilità regionale rende difficile il governare. In Francia, era ampiamente riconosciuto che il centralismo di origine giacobina era ormai anacronistico, e che quel Senato così come era fatto era inutile. Ma in entrambi i casi gli elettori, piuttosto che entrare nel merito delle questioni, preferirono cogliere l’occasione per dare il benservito a un leader forte, della cui forza pensavano di non poterne più. De Gaulle effettivamente rispose con le proprie dimissioni irrevocabili: aveva ormai 79 anni, era presidente da 11, e sarebbe morto 19 mesi dopo. Anche Renzi annuncia ora le proprie dimissioni, e forse saranno davvero irrevocabili per questa Legislatura. Ma a un suo addio alla politica italiana a soli 41 anni ci credono in pochi. Comunque, per la cronaca, se il futuro delle riforme istituzionali italiane è ancora in mano agli dei, in compenso in Francia il decentramento regionale sarebbe stato effettivamente fatto, con la riforma del 1982 e le prime elezioni regionali del 1986. Il Senato, invece, resta ancora eletto allo stesso modo.

 

Gli scenari che si aprono dopo le dimissioni di Renzi - VIDEO

Il video-commento del direttore Claudio Cerasa sul risultato del referendum e le conseguenze politiche della vittoria del No.

 

“Senatus mala bestia”, ammoniva d’altronde Cicerone. Anche in Irlanda c’è un Senato che assomiglia al Cnel, e alle elezioni del 2011 praticamente tutti i partiti avevano promesso di abolirlo. Ma al referendum del 4 ottobre 2013 il 51,7 per cento degli elettori decise di mantenerlo: praticamente, solo per fare dispetto a un governo che aveva raddrizzato l’economia, ma al prezzo di sangue e lacrime. In effetti Enda Kenny è rimasto primo ministro: non solo dopo la sconfitta al referendum ma anche dopo il voto dello scorso 26 febbraio. Ma poiché il suo partito – il Fine Gael – ha perso 26 deputati su 76 e gli alleati laburisti sono quasi scomparsi è stato costretto a un accordo di grande coalizione con gli storici rivali del Fianna Fáil. Anche in Polonia un Senato fu abolito per referendum, all’inizio del regime comunista. Per questo la sua reintroduzione fu una delle principali richieste dell’opposizione, quando nel 1989 ci fu lo storico accordo per il ritorno graduale al pluralismo.

   


Enda Kenny (foto LaPresse)


 

Hugo Chávez abolì il Senato con il referendum del 15 dicembre 1999 che approvò una nuova Costituzione monocamerale. Dopo aver superato il referendum revocatorio del 15 agosto 2004, lo stesso Chávez perse in compenso quello costituzionale con cui il 2 dicembre 2007 cercò di eliminare il limite ai due mandati presidenziali. La Costituzione prevedeva che si potesse fare una consultazione del genere solo per ogni Legislatura, ma poiché la riforma poteva essere proposta con le tre modalità dell’iniziativa presidenziale, del Congresso o popolare, Chávez decise che il limite andasse inteso solo per ognuna di esse. Cassata dunque la riforma su sua iniziativa, il 15 febbraio del 2009 i venezuelani votarono di nuovo su un’abolizione del limite dei due mandati proposta dai deputati, e Chávez fece capire che se gliela avessero bocciata ci avrebbe riprovato una terza volta, raccogliendo le firme dei cittadini. Stavolta ci fu un 54,86 per cento di sì, e Chávez fu poi effettivamente eletto per un nuovo mandato. Ma morì di cancro prima di potersi insediare.

 


Un sostenitore di Chavez durante un corteo indetto dal presidente a Caracas, Venezuela. Sullo sfondo una gigantografia di Hugo Chavez (foto laPresse)


 

Anche Evo Morales in Bolivia lo scorso 21 febbraio ha perso un simile referendum per rendere possibile una terza candidatura. E anche lui ha detto che ci riproverà. A differenza di De Gaulle e Renzi e a somiglianza di Chávez, la sconfitta referendaria non gli ha mai fatto pensare di dimettersi. Non si è dimesso il primo ministro ungherese Viktor Orbán il 2 ottobre scorso, quando il giudizio popolare da lui convocato per vietare che l’Ue potesse imporre la ricollocazione di migranti senza l’assenso del Parlamento aveva mancato il quorum. Né si è congedato il presidente colombiano Juan Manuel Santos, dopo che il 50,21 per cento dei votanti aveva detto No nel referendum da lui convocato per far approvare la pace con la guerriglia con le Farc. Insignito anzi in capo a una settimana del Nobel per la Pace, è tornato alla carica, è ha raggiunto un nuovo accordo, che però è stato stavolta approvato dal solo Congresso. Chi si è dimesso, invece, è stato il primo ministro britannico David Cameron, dopo la vittoria del Leave al referendum da lui convocato il 23 giugno sulla cosiddetta Brexit.

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