Crisi senza crisi

Perché la partita tra Renzi e Mattarella riguarda il tasto “finish”

Il Quirinale congela le dimissioni: va approvata la manovra. Tensione sul voto anticipato. Ma decide il Pd. Grasso a capo del governo?

Perché la partita tra Renzi e Mattarella riguarda il tasto “finish”

Matteo Renzi con Sergio Mattarella (foto LaPresse)

Roma. Il film di fine legislatura è questo: Matteo Renzi vuole dimettersi, Sergio Mattarella prova a congelare la crisi, per guadagnare tempo, per avere un governo in sella al momento in cui sarà approvata la legge di Bilancio. Il capo dello stato e il capo del governo si sono parlati a lungo nelle ultime 48 ore. La prima volta al telefono, poco prima che Renzi annunciasse l’intenzione di dimettersi in diretta televisiva. Poi, di nuovo, ieri mattina, per un’ora, e infine ancora ieri sera, al termine di un rapido Consiglio dei ministri: “Mi dimetto dopo la manovra”. Colloqui non facili, tesi. Le dimissioni di Renzi restano sul tavolo del Quirinale, senza essere formalizzate. Il presidente vuole che prima venga approvata la manovra in Senato, forse entro venerdì, o forse entro una decina di giorni. Ma ci sono altre ragioni di tensione, più sostanziali. Renzi spinge per le elezioni anticipate, mentre Mattarella ritiene suo dovere formare un governo che riformi la legge elettorale. E sciogliere le Camere soltanto a riforma avvenuta.

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"Volevo cancellare le troppe poltrone della politica. Non ce l’ho fatta e allora la poltrona che salta è la mia"

Alle 23 e 30 di domenica, poco prima di andare in diretta televisiva, Matteo Renzi ha chiamato il Quirinale e informato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di quanto stava per annunciare in tivù: governo finito, dimissioni irrevocabili. Sembra che il presidente abbia subito provato a dissuadere il presidente del Consiglio, non solo a telefono, ma anche ieri mattina nel corso del loro lungo colloquio, faccia faccia, al Quirinale, e poi di nuovo in serata. “Ci sono scadenze da rispettare”, ha poi fatto sapere il capo dello Stato, in un comunicato stampa: c’è la legge di bilancio da approvare. Così, al momento in cui questo giornale va in stampa, al termine di una giornata di intensi colloqui e caratterizzata da qualche tensione tra Renzi e Mattarella, le dimissioni del presidente del Consiglio non sono ancora state presentate ufficialmente e sono destinate a restare congelate, forse per una decina di giorni, per dare il tempo al Senato di varare la legge di bilancio. Lo ha spiegato lo stesso Renzi al Consiglio dei ministri, poco prima di raggiungere Mattarella: “Rimango fino all’approvazione della manovra”.
Movimento cinque Stelle, Forza Italia e Lega chiedono le elezioni anticipate ed escludono ipotesi di un nuovo governo con il compito di approvare la riforma elettorale. Mattarella ha invece da tempo fatto sapere d’essere contrario allo scioglimento delle Camere prima dell’approvazione di un sistema di voto che sia omogeneo per Camera e Senato (al momento, caduta la riforma istituzionale, alla Camera si voterebbe con l’Italicum e al Senato con un sistema proporzionale puro). Ma poiché è il Pd, cioè Renzi, ad avere il gruppo parlamentare più numeroso, è evidente che anche questo passaggio dipenda molto dalle intenzioni del segretario e presidente del Consiglio dimissionario. Fonti vicine a Renzi spiegano così, al Foglio, le sue intenzioni: “Non intende farsi logorare, vuole dimettersi rapidamente per essere coerente con se stesso e con il suo profilo. Inoltre, ritiene che sia più corretto andare rapidamente verso le elezioni”. Anche questo passaggio, quello delle urne anticipate, è stato, ovviamente, oggetto di conversazione con Mattarella ed è la seconda – e forse più intensa e sostanziale – ragione di tensione tra Renzi e il capo dello stato.

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Il referendum non fa piazza pulita di Renzi, ma di un principio: chi vince governa

Nel gioco delle schermaglie tattiche tra i partiti, Renzi ha risposto così al gioco d’interdizione delle opposizioni ringalluzzite dalla vittoria del No al referendum: “Tocca a loro l’onere di avanzare una proposta sulle modifiche al sistema elettorale”. Renzi mira a evidenziare l’eterogeneità (“accozzaglia”) del fronte del No. Ma, come si è detto, la posizione degli altri partiti, specie del Movimento cinque stelle è: elezioni subito, anche con un sistema pazzotico e disomogeneo. Si tratta di un ipotesi che, per quanto risulta al Foglio, potrebbe anche essere accolta favorevolmente da Renzi, nel caso in cui il nuovo governo non dovesse avanzare spedito verso una soluzione, malgrado trovi una nettissima contrarietà del presidente della Repubblica. Qualsiasi intervento sulla legge elettorale resta d’altra parte improbabile prima della fine di gennaio, quando è previsto che la Corte costituzionale si pronunci sull’Italicum. E’ anche possibile che le forze politiche, e il presidente della Repubblica, alla fine, si accordino per andare a votare con il sistema venuto fuori dalla sentenza della Consulta, senza ulteriori interventi. Si tratta, per ora, solo di ipotesi di cui si ragiona in termini confusi nel palazzo.

Ma quale governo porterà l’Italia alle urne? Superata la manovra economica, comunque vada, Mattarella non potrà che aprire le consultazioni. Renzi sembra affettare disinteresse nei confronti della formazione del nuovo governo, ma circolano già dei nomi per la presidenza del Consiglio: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il ministro della Cultura Dario Franceschini, il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, e anche Pietro Grasso, il presidente del Senato, che darebbe vita a un governo dal carattere istituzionale e non politico. Forse la soluzione preferita anche da Renzi. Ma si vedrà.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    06 Dicembre 2016 - 01:01

    Ascoltare Telese, il cocorita degli sloga e dei luoghi comuni enfatici: popolo, territorio, democrazia, il popolo ha deciso e amenità incluse, e anche Emiliano che ha votato contro, non importa se alla persona o all'operato, del segretario del suo partito, danno la misura del miserrimo clima politico in cui sguazziamo. Il Cresci, che confessa di guardare solo La7, , dice che non è stato un voto politico ma "il grido di dolore degli italiani che non ne possono più", poi si lancia nell'esegesi su come si conquista consenso, roba da scompisciarsi dalle risate. Nel prosieguo il buon Telese non perde occasione per ribadire il suo essere cocorito. A Porta a Porta la gradevole rappresentante di FI, fa un pistolotto da zerbino al buon padre Berlusconi, per dire che è Lui l'artefice del NO, e avvisare gli altri della combriccola che ci sono anche loro: pietas. Salvini, Meloni, Brunetta e dintorni: non si capisce cosa abbiano da gioire. Vabbé che è tutto un gioco, ma l'estetica va rispettata.

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