Il 4 dicembre non si vota solo sulla Costituzione, dice il capo dei giovani imprenditori

Il 5 dicembre, però, ci sarà anche un paese che avrà ancora bisogno di lavoro, di tasse, di servizi pubblici, di investimenti, di imprenditori. Di andare avanti sulle riforme economiche e sociali, dopo quelle costituzionali.

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Marco Gay, presidente dei giovani imprenditori

Il 4 dicembre si vota sulla Costituzione. Vero, ma sarebbe riduttivo sostenere che si vota “solo” sulla Costituzione. La realtà è che si vota sull’Italia. Non su quella che vediamo oggi ma su quella che vogliamo per i prossimi decenni.

 

Nel 1947 l’Italia era uscita in ginocchio dalla guerra. Produzione agricola distrutta: 125 milioni di viti e 5 milioni di olivi in fumo. Patrimonio industriale compromesso: impossibile trovare carbone, petrolio e ferro. Infrastrutture catastrofiche: fuori uso il 25 PER CENTO dei binari ferroviari, 3mila grandi ponti, metà delle aule scolastiche e quasi un terzo degli ospedali. Impossibili da quantificare, infine, le perdite umane e la perdita di speranze.

 

L’Assemblea Costituente osservava questa Italia sofferente ma nello scrivere la Costituzione teneva a mente quella più forte e libera che voleva costruire. La storia dei decenni che seguono – quella del boom economico e dei diritti sociali e civili – ci dice che quegli uomini e quelle donne fecero un ottimo lavoro.

 

Ma l’Italia di oggi è molto diversa da quella del 1947 e ha altre priorità: non è la ricostruzione ma la digitalizzazione, non i viadotti ma la banda larga, la disoccupazione giovanile, la competizione internazionale, le startup e l’Industria 4.0.
E per costruire l’Italia di domani servono nuove regole che permettano di rispondere al meglio a queste nuove, e altrettanto essenziali, necessità.

 

Calamandrei sosteneva che “la Costituzione è soltanto in parte una realtà; in parte è un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”. Ed è pensando proprio a quale programma, a quale impegno e a quale ideale, che dovremmo valutare la riforma.

 

Chi scrive pensa che l’Italia di domani abbia estremo bisogno di semplificazione e velocità per stare dietro ai mercati che non fanno sconti a nessuno. Di ridurre i quattro anni e mezzo che, a forza di continui blocchi amministrativi, ci vogliono in media per finire un’opera pubblica. Di dimezzare i 1.500 ricorsi alla Consulta fra Stato e Regioni riportando materie cruciali sotto la competenza statale esclusiva.

 

Come l’energia, dove lo Stato deve mettere d’accordo la Francia con la Germania e non la Calabria con la Sicilia: ci sono voluti 10 anni e 80 autorizzazioni per completare il collegamento elettrico fra Reggio Calabria e Messina che farà risparmiare 600 milioni nella bolletta degli Italiani. In questi 10 anni di stallo la Cina è diventata il primo Pil del mondo.

 

L’Italia di domani ha necessità di un Governo che duri 5 anni – non certo un anno e un mese come è stato fino ad oggi con i 63 esecutivi che si sono succeduti – perché i piani industriali sono una policy che viene messa in pratica solo sul lungo termine.
Se invece le regole sulla banda larga o il fotovoltaico cambiano ogni pochi mesi, gli imprenditori non rischiano di mandare a monte progetti e posti di lavoro e scelgono di non investire. Perché, a dispetto dell’idea dei “poteri forti” che tutto possono e muovono, non è facile fare impresa in Italia: a livello mondiale, su 189 Paesi, siamo al 50° posto per i tempi necessari ad avviare un’attività, all’86° per i permessi di costruzione e al 137° per il numero di adempimenti fiscali.

 

L’Italia di domani ha il dovere di combattere con più forza la corruzione ramificata ovunque: se legifera una sola Camera non solo si riducono i 563 giorni che ci vogliono ad approvare una legge ma soprattutto se ne migliora la qualità, stroncando il continuo rimpallo che moltiplica articoli e commi rendendo alla fine la norma incomprensibile, inapplicabile e terreno fertile per chi vuole aggirare le regole.

 

L’Italia di domani, soprattutto, ha urgenza di crescere: perché in 15 anni una performance peggiore del nostro pil ce l’ha avuta solo lo Zimbabwe. E se non cresce il PIL, cresce il debito. E si riducono le opportunità per le generazioni che verranno dopo di noi.

 

“Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti”, scriveva Italo Calvino.
Ci sono voluti 30 anni di dibattito, 731 giorni di confronto parlamentare e 6mila votazioni per arrivare a un testo condiviso. Quando Confindustria ha scelto di votare sì l’ha fatto non pensando alle “cause”, o più prosaicamente a logiche di colore politico che non interessano, perché la riforma varrà indipendentemente da quale sarà il partito in carica domani. Ha fatto la sua scelta pensando, invece, proprio agli effetti: i miglioramenti che può determinare per l’economia italiana. Di cui potranno beneficiare sia le imprese che i lavoratori.

 

Il 4 dicembre si sceglie sull’Italia che vogliamo per i prossimi anni.
C’è l’Italia che teme la deriva autoritaria e quella che teme di più la deriva della decrescita infelice, perché sa che la peggior dittatura non nasce da una maggioranza parlamentare alla Camera ma da una maggioranza di cittadini esclusi dal benessere e dalle opportunità.

 

C’è l’Italia che vuole restare fedele alla lettera della Carta e quella che vuole interpretare lo spirito dei suoi articoli più belli. Come il terzo, secondo cui tutti hanno pari dignità sociale ed è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

 

Il 5 dicembre, però, ci sarà anche un Paese che avrà ancora bisogno di lavoro, di tasse, di servizi pubblici, di investimenti, di imprenditori. Di andare avanti sulle riforme economiche e sociali, dopo quelle costituzionali. Un Paese da tenere comunque in piedi, nonostante si sia provato a dividerlo in ogni modo, giungendo ad una violenza del confronto che ha logorato e dato sfogo ai peggiori populismi.

 

E la speranza è che, con la coscienza di aver scelto per i prossimi decenni, sapremo anche, fin dai prossimi giorni, tenere vivo “lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la responsabilità” che nel 1947 ci ha chiesto chi la Costituzione l’ha scritta e ce l’ha lasciata, perché la facessimo vivere.

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