Sì, ci vediamo da Mario

Antropologia di un No borghese, tecnico, istituzionale e bocconiano: da Monti a De Bortoli. Ritratti

Marianna Rizzini

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Mario Monti

Mario Monti (foto LaPresse)

Roma. Nessuno l’avrebbe mai detto, che Mario Monti era per il No al referendum costituzionale, e infatti quando Monti l’ha pronunciato forte e chiaro, il suo No al referendum costituzionale, con tanto di intervista al Corriere della Sera, giornale di cui è stato a lungo editorialista, nessuno si capacitava: ma come? Mario Monti, l’ex premier tecnico, l’ex demiurgo della poi abbandonata Scelta civica, l’ex commissario europeo, l’ex ideatore di riforme che in confronto quella del Senato è nulla, proprio quel Mario Monti ora se ne esce con un No, motivato per giunta come opposizione antropologica al modo in cui Renzi aggrega consenso attorno al Sì? Eppure era vero, un caso più unico che raro di inversione in corso dell’opinione percepita – così almeno sembrava, anche perché non si era ancora verificato il caso opposto, quello di Romano Prodi, ex premier politico per l’azione e tecnico per il curriculum (di ex presidente della Commissione europea), che dice Sì mentre il mondo si aspetta un No. Ma, a ben vedere, il No perentorio ed educatamente borghese di Monti aveva un precedente. E che precedente: quello di Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corsera, che a “Otto e mezzo”, su La7, a fine aprile, si era così espresso: “Voterò No… il tramonto della democrazia è terreno fertile del populismo”.

 

Ed era un No inappellabile, seppure prematuro, quello di De Bortoli che, come poi farà Monti, accompagnava la dichiarazione di voto con la frase di consolazione: mi auguro che il governo rimanga in carica comunque, e non penso che l’eventuale vittoria del Sì apra la strada a una deriva autoritaria, come non credo che la vittoria del No porti verso l’apocalisse. E però, a ripensarci, c’era da prefigurarselo, il No di Monti, ex premier che negli ultimi tre anni era sembrato non pago e non quieto, anzi, vuoi per la continua chiamata in causa mediatico-politica in negativo delle sue riforme tecniche (riforma Fornero in testa) vuoi per la nemesi che si divertiva a fare i dispetti (Monti se ne va da Scelta civica e però gli tocca vedere Enrico Zanetti, segretario di Scelta civica, nel ruolo di viceministro delle Finanze del governo Renzi). E bastava leggere la suddetta intervista al Corsera con cui Monti sparava nell’arena referendaria il suo No, per capire che qualcosa, a livello sotterraneo, e a livello di tentazione raffinata di vendetta, orientava l’eloquio del professore bocconiano verso frasi come “negli ultimi tre anni” si sono “rivitalizzate, e purtroppo trapiantate sul terreno costituzionale, alcune delle prassi più nocive che avevano caratterizzato l’Italia per molti decenni” (tre anni, ovvero il tempo trascorso da quando lui non è più premier). E che cosa, se non una sottile soddisfazione da sassolino buttato fuori dalla scarpa, poteva far dire a Monti che, sempre dal 2013, l’opinione pubblica è stata “lubrificata” con “bonus fiscali” ed “elargizioni mirate”?

 

E anche se oggi i Cinque stelle che siedono al Parlamento europeo postano sul blog di Beppe Grillo la disamina del perché e del percome ci sia “continuità tra Monti e Renzi” (hashtag “RenziPeggioDiMonti”), appare chiaro che Monti la continuità presunta tra lui e Renzi l’ha respinta a prescindere, come quando, intervistato da Maria Latella su Sky, si è inerpicato su per il sentiero stretto dei distinguo: il referendum è “una scelta di merito”, aveva detto, precisando però che tutti i cittadini sentono “la pressione per una scelta di campo”. E lui, Monti il senatore a vita, ex premier tecnico e prof., riguardo al referendum si era sentito “estraneo all’establishment… totalmente estraneo. Se l’establishment è per il Sì”, e “una buona parte lo è”, è “per fare una scelta di campo per Renzi…”. E anche se i Cinque stelle europei ora scrivono che “otto fra ministri e sottosegretari del governo Renzi sono legati mani e piedi a Mario Monti” e che “questa riforma ce la chiede l’Europa, come dimostrano gli endorsement di Juncker, Moscovici, Schäuble” e che “un governo tecnico è sempre schiavo dei superburocrati europei”, resta quello che Monti ha detto al Corriere della Sera, due mesi fa, sul Renzi che “… sta facendo il lavoro dei populisti, accusando l’Europa”. Il tutto mentre i populisti (Lega, M5s) in Italia, al referendum, votano come lui, il prof. 

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