Quarantotto ore prima del R-day, ecco come votano i foglianti

Fondatore e direzione tutti d’accordo (Sì). Ma pure redazione economica ed esteri (mai successo!). Quasi un plebiscito

Quarantotto ore prima del R-day, ecco come votano i foglianti

(foto LaPresse)

Roma. Alla vigilia di un referendum costituzionale cruciale, che può segnare la svolta istituzionale più importante degli ultimi decenni, quello che dovrebbe cambiare il corso della storia politica italiana e che i mercati aspettano e l’Economist, Grillo e D’Alema pure (ma sudando freddo), mentre tutti i giornalisti popolari fanno stand-up dai parcheggi dei taxi per sapere cosa vota L’Uomo Qualunque, beh, noi qui abbiamo una tradizione. Le dichiarazioni di voto dei foglianti. Il fondatore Giuliano Ferrara ha già dichiarato più volte il suo voto, e pure sui motivi è stato abbastanza chiaro: “Il mio voto è per il titolo della riforma, dei cui dettagli me ne fotto, esattamente come i costituzionalisti che fingono di appassionarsene, in nome del buon senso. Sono anche contento se il processo politico cominciato due anni e mezzo fa andrà avanti, dato che nella mia miopia non ne vedo altri in campo”. Ma il motivo vero è ancora un altro: “Desidero dispiacere un pochino, con la singola frazione di cittadinanza espressa dalla mia croce sulla scheda, ai ceti riflessivi, intollerabilmente sussiegosi, che formano la famosa “accozzaglia”.

La ragionevolezza del Sì

Rispondere con un sorriso alle obiezioni della celebre accozzaglia

Il direttore Claudio Cerasa è fermo già da tempo su un granitico Sì: “Perché superare il bicameralismo perfetto è giusto, perché rafforzare i governi è sacrosanto, perché è giusto superare la paura del tiranno, perché creare una democrazia che punti alla competizione è preferibile accontentarsi di una democrazia ostaggio della concertazione e perché il referendum non è solo uno scontro freddo tra due scuole di costituzionalisti, è uno scontro tra due idee diverse di Italia. Tra chi sogna la possibilità di dare a chi vince le elezioni gli strumenti per governare senza essere ostaggio degli ottimati, delle piccole ingessate minoranze del paese. E tra chi ha scelto di promuovere un sistema dove nessuno vince davvero, dove lo spirito proporzionale deve prevalere sullo spirito maggioritario e dove viene considerato un diritto assoluto la presenza di una democrazia in cui chi vince non deve vincere davvero. Diceva bene Berlusconi nel 1995: serve una riforma costituzionale per superare ‘un’Italia dei partiti, fondata sul sistema elettorale proporzionale e sulla dottrina non scritta del consociativismo, che si permetteva il lusso di immaginare un futuro che però non doveva arrivare mai. Sì, sì, sì”.Il vicedirettore Maurizio Crippa dice: “Nell’urna nemmeno Dio mi vede” (ma la sua dichiarazione di voto l’ha pubblicata qualche giorno fa, su queste colonne: chissà Dio, ma noi sappiamo che vota No). Il responsabile del sabato, Giuseppe Sottile, interrogato, a domanda risponde: “Il voto è segreto, ma guai a chi sbaglia”.

Annalena Benini vota sì e ha motivazioni poetiche: “Perché quando si alza il vento bisogna andare avanti e provare a vivere. E perché è molto più difficile creare che criticare. Soprattutto voto sì perché non voglio restare ferma mentre il mondo si muove”. E continuiamo sul fronte femminile della redazione: Paola Peduzzi vota Sì perché “finalmente il ‘change’ è nel paese in cui ho diritto di voto e non mi tocca assistere a rivoluzioni altrui, in paesi lontani, con il rimpianto di chi osserva e non può mai vivere”. Marianna Rizzini pure vota Sì, e si domanda: “Che sia la prima volta in dieci anni che mi trovo in ‘maggioranza’ nel Foglio?”. Per questo Giulia Pompili sarebbe tentata dal No, solo per mantenere vivo lo spirito pluralista fogliante. Oppure? “Oppure c’è il mare”. Cristina Giudici si definisce “meglista” e vota sì: “La riforma non mi convince del tutto ma meglio di niente. Poi temo che la vittoria del no inneschi uno scenario politico ed economico instabile, e penalizzi gli investimenti economici in Italia da chi ritiene il nostro paese sempre fermo al palo”. Sms di Vincino: “Astenuto. Anzi indeciso tra astenuto e assente però all’ultimo potrei ripensarci”. Salvatore Merlo si tiene su un laconico: “Sì”. Andrea Marcenaro confessa: “Voto Sì perché me l’ha detto l’Amor nostro, in privato”. Camillo Langone è astensionista fisso e convinto, mentre Mariarosa Mancuso non vota in Italia, e però “faccio campagna per il Sì”. Marina Valensise voterà “Sì, per andare avanti e non indietro”. Eugenio Cau parla di diritti: “Voto sì per non mettere in pericolo la permanenza del primo governo in Italia che ha approvato una legge sulle unioni civili”, mentre David Carretta ha già votato: “Privilegio di chi è espatriato a causa di un’Italia paralizzata, ho già votato ‘sì’ malgrado il premier abbia fatto di tutto per farmi cambiare idea con i suoi 80 euro e l’antieuropeismo alla Tsipras. ‘Sì’ perché un giorno o l’altro vorrei rimpatriare”.

Luciano Capone risponde stranamente serio: “Il referendum è diventato un plebiscito su Matteo Renzi e per questo il suo governo meriterebbe un No, ma per colpa di Renzi probabilmente voterò Sì. Al di là della riforma, il premier ci ha infilati in uno scenario in cui se vincerà il No ci ritroveremo con un sistema istituzionale paralizzato da cui si uscirà solo con una legge elettorale proporzionale: sarà un ritorno alla Prima Repubblica con il M5s a fare il Pci e la Lega il Msi, entrambi fuori da ogni possibile alleanza, e il resto a fare l’inamovibile pentapartito con il Pd nel ruolo di mini Dc. Ma non torneremo semplicemente indietro di 25 anni, perché con la vittoria del No ci ritroveremmo in una Prima Repubblica senza possibilità di fare debito pubblico”. E quindi? “E’ come una birra analcolica, una festa senza musica, una carbonara vegana, la Nutella senza olio di palma”, spiega Capone. Stefano Pistolini è un po’ indeciso, “ma alla fine voto Sì”. Maurizio Stefanini, in quanto capo famiglia, è più articolato e non nasconde i suoi dubbi: “La riforma ha aspetti che mi sembrano francamente caotici, e in famiglia eravamo decisi per quattro no”. Ma, aggiunge, “Grillo e l’Economist ci hanno convinto: tre sì (compreso il mio) e un no” (e non ci è dato sapere chi sia, del nucleo, a essere in minoranza). Giulio Meotti pesca da ragioni storiche: “Voterò sì, perché è da trent’anni che in Italia si parla di questa riforma, da quando ancora erano in piedi le Torri Gemelle di New York e il Muro di Berlino, Chernobyl era una centrale nucleare modello e Mandela languiva in carcere. Nel frattempo la ‘storia è finita’ e in Italia stiamo ancora a parlare della costituzione più bella del mondo”.

Matteo Matzuzzi manifesta qualche perplessità: “La riforma è scritta male (d’altronde Croce non c’è più), le disposizioni transitorie sono al limite dell’imbarazzante, il Senato così concepito è qualcosa che non si capisce cosa sia. Detto ciò, voterò Sì. Le riforme perfette (come le leggi elettorali perfette) non esistono e bisogna cogliere quel che di buono c’è nel testo, o almeno lo spirito generale della riforma. Che è quello di riformare nel profondo la parte della Costituzione che non risponde più alle esigenze dell’Italia del terzo millennio. La Guerra fredda è finita, il Duce non c’è più, i rischi di autoritarismo non esistono (visto che i contrappesi restano tutti e francamente non riesco a paragonare Matteo Renzi a Benito Mussolini, anche con tutta la buona volontà) e le Balene bianche uniche legittimate a governare si sono estinte da tempo. Semplificare è opportuno. Perdere questa occasione, anche solo rinunciando alla parte buona della riforma, sarebbe deleterio. Significherebbe decidere una volta per tutte che la Costituzione – che non è la più bella del mondo – è irriformabile per sempre”. Lanfranco Pace come vota? “Secondo te?”. Boh, Sì? “Sì. Solo per vedere le facce di quelli là”. Michele Masneri, in diretta dalla Silicon Valley: “Ho appena votato Sì per corrispondenza. Perché Sì? Perché D’Alema vota no!”. Massimo Bordin è più diretto: “Come faccio a votare per il No, e votare come Travaglio, Gasparri e Salvini?”. Giuseppe De Filippi ha un elenco di sì: “Sì per non sentire più gli anticasta. Sì per non vedere più inviati a intervistare uscieri del Cnel. Sì per vedere com’è. Sì per sapere che succede in Parlamento. Sì oppure passo allo sport”. Mario Sechi la prende epica: “Voto Sì perché non dimentico mai una frase di Winston Churchill: ‘Il successo non è definitivo e l’insuccesso non è fatale. L’unica cosa che conta davvero è il coraggio di continuare”.

Passiamo alla redazione economica. Stefano Cingolani dice che “Una infinità di motivi mi induce a votare sì al referendum di domenica prossima. Ci sono i contenuti della riforma, a cominciare dalla fine del bicameralismo, anche se avrei preferito che il Senato fosse scomparso del tutto e vorrei che venissero ripensate da cima a fondo le regioni, introdotte troppo tardi e ormai lontane dal vero assetto socio-demografico di una Italia concentrata in poche aree metropolitane. Così, hanno un gran potere entità che non rispondono ai veri bisogni del paese. C’è poi una ragione politica: il surreale fronte del no. Ma il motivo di fondo è vincere l’inerzia di una Italia dove regna il mugugno dei satolli, il ruggito dei gattopardi e il borbottio dell’ultimo uomo sempre in attesa del superuomo. L’abbiamo già vista tempo fa e non ci ha portato bene”. E Ugo Bertone, pure molto tecnico: “Voto Sì perché si elimina il bicameralismo perfetto, si riduce il ruolo delle regioni (e si chiariscono i loro limiti di competenza), si introduce un timing di legge tassativo per i disegni di legge governativi”. Alberto Brambilla è il più riflessivo di tutti, quasi quasi nichilista: “L’anno scorso nel mondo ci sono stati 15 referendum popolari, quest’anno ce ne saranno di più. La vox populi è spinta al massimo ma sarebbe meglio tacesse. Dal mio punto di vista votare è diventato terrificante: non è un diritto, non è un dovere, è un horror. Il cittadino si trova a dover prendere decisioni incredibili come fosse un primo ministro chiuso in cabina elettorale. Gli inglesi hanno fatto una scelta geopolitica di rilevanza strategica: la Brexit. Assurdo. Con il referendum costituzionale siamo messi di fronte a una scelta drammatica. Chi vota No si rendere complice della caduta di un esecutivo riformatore senza un’alternativa al momento possibile. Angoscia. Chi vota Sì approva una riforma costituzionale elaborata da un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale che fa del Senato una ‘cameretta’ di cacicchi locali con compiti vaghi. Scomodo. Non è possibile esprimersi ‘nel merito’ perché la risposta deve essere univoca per cinque diverse questioni. Fare fuori l’accozzaglia del vetero pd con il Sì fa godere, e pure abolire il Cnel. Tuttavia annullo, decidete voi, e speriamo bene. Certo, andrò alle urne ma solo per avere il rimborso spese di viaggio concesso a chi torna nel luogo di residenza per votare: treno veloce Roma-Milano per far visita a parenti e amici. Mica male la democrazia”. Renzo Rosati: “Mai avuto dubbi: Sì. La riforma non è perfetta: quale riforma lo è? Ed è perfetta la parte della Costituzione che rimane immutata? Ovvio che neppure il governo Renzi è perfetto: dove sono le alternative?”.

Simonetta Sciandivasci è mossa da bergsoniane motivazioni: “Sabato scorso, dentro la nuvola di Fuksas, Renzi ha detto che quando De Mita ha definito frettolosa la riforma costituzionale, gli è venuto in mente quel ministro degli Esteri di Mao che riteneva non fosse passato abbastanza tempo per dare un giudizio sulla Rivoluzione Francese. A me, invece, è venuto in mente Meuccio Ruini che, in Assemblea Costituente, disse che la seconda parte della Costituzione non aveva dato ‘risultati di sintesi soddisfacenti’, riferendosi in particolare al Senato. Era il ’47. Invidio la cognizione bergsoniana del tempo di De Mita, ma io ho una certa fretta, mi fido delle correzioni e voto sì”. Cristiano Sartori ha pochi dubbi, e risponde all’interrogante fogliante con un sì seguìto da molte, pure troppe ì. Antonio Gurrado la tocca piano: “Voto Sì perché: non capirò gran che di diritto costituzionale ma dentro di me alberga un filosofo razionalista secentesco. Costui mi dimostra inoppugnabilmente che, se le differenti ragioni dei sostenitori del Sì sono bene o male assimilabili e coerenti, mentre le differenti ragioni dei sostenitori del No sono difformi e talora contraddittorie, vuol dire che a priori le ragioni del Sì sono più logiche. Umberto Silva consegna le sue dichiarazioni di voto pro sì (“violente”, così come lui stesso le definisce) alla rubrica settimanale ospitata su queste colonne (vota Sì anche Sofia Silva). Guido Vitiello conferma una tendenza di convinti ma non troppo: “Voto sì perché condivido l’essenziale della riforma (specie la fiducia data da una sola camera) anche se una riforma che non tocca gli assetti della magistratura non è una vera riforma. Ma ci si accontenta, già questo non è poco. E voto sì perché Renzi e la sua classe dirigente sono l’ultima esile diga che può, se non frenare, ripararci ancora un po’ dalla marea che manderà a picco quel che resta della Repubblica”.

Piero Vietti ancora più ottimista: “Voto Sì perché la riforma non è così brutta come vogliono farci credere, ma è comunque un passo avanti, e per le conseguenze politiche paralizzanti che la vittoria del No potrebbe avere”. Giovanni Maddalena niente, non ammette dubbi: “Voto No perché la riforma proposta permette decisioni affrettate sui temi etici e sulla guerra e perché ha un impianto centralista che indebolisce il principio di sussidiarietà”. Francesca Parodi, giovanissima fogliante, invece dice che voterà Sì “perché è da quando sono bambina che sento ripetere che il bicameralismo paritario rallenta ogni procedura di legge, che il Senato così com’è strutturato è ingombrante e inutile e che è necessario rivedere i rapporti tra stato e ragioni. Questo è finalmente il momento per far uscire il paese dalle sabbie dell’immobilismo”. Il fogliante a due ruote Giovanni Battistuzzi vota pure lui Sì: “Perché il monocameralismo è una necessità in questo paese di diatribe infinite su sottigliezze ininfluenti; perché anche se imperfetta, ci sono più pro che contro; perché la solfa del pericolo democratico non si può più sentire e viene rivolta da chi cerca di imporre una sottile dittatura della minoranza, del non cambiamento; perché se la Costituzione fosse intoccabile saremmo in una teocrazia, e questo non mi risulta, ma potrei anche sbagliare”. Mario Leone, poetico: “Io voto Sì perché, come diceva Cesare Pavese, l’unica gioia al mondo è cominciare”. E poi Mirko Volpi: “Voterò sì, senza entusiasmo, col distacco dell’uomo di campagna: perché va bene cambiare, ma non esageriamo”. E Giorgia Mecca, tra le poche che voteranno Sì “senza turarmi il naso. Non sono appassionata di riforme elettorali, ma indugiare sui reperti del passato non dà mai vantaggi”.

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Commenti all'articolo

  • horsided

    04 Dicembre 2016 - 13:01

    ma il grandissino di Casalecchio? non vota?

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  • raffaele@linuxmail.org

    raffaele

    02 Dicembre 2016 - 20:08

    Bravi! Un encomio particolare alle motivazioni di Francesca Parodi e Antonio Gurrado.

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